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Corsi e attività dell'Alpinismo Giovanile
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L'esperienza di un gruppo di Alpinismo Giovanile del CAI di Bolzaneto.
Quando mi domandano perché vado in montagna mi piace rispondere che lo faccio perché è una buona opportunità per crescere sia dal punto di vista alpinistico che umano: ogni volta che torno a casa dopo un’escursione mi sento più ricco di quand’ero partito. Quando invece mi domandano perché faccio l'accompagnatore di Alpinismo Giovanile, rispondo che ritengo sia il modo migliore per confrontarsi con se stessi e mettersi continuamente in gioco. La montagna da sola è una buona palestra di vita; ma la montagna vissuta insieme ai giovani, con le loro continue richieste, il loro entusiasmo e il loro bisogno di sapere, diventa qualcosa di superiore, qualcosa che va oltre la semplice ascesa alla cima, qualcosa che somiglia alla comunione tra gli uomini.
Io appartengo alla Sezione del CAI di Bolzaneto da 16 anni, lì faccio l’accompagnatore di AG da 6 e, durante un fine settimana di agosto, mi è capitato di ritrovarmi insieme a tre dei nostri ragazzi ed a tanti altri amici di altre sezioni di Liguria e Piemonte, a quella che ritengo sia stata la dimostrazione di cosa significa fare Alpinismo Giovanile: la salita al Monviso.
L’idea è nata qualche mese fa, probabilmente ne avete già sentito o ne sentirete parlare, per far capire, a chi non lo sapesse ancora, quanto sia importante per il CAI, che l’AG prosegua sul sentiero che ha intrapreso da alcuni anni: un sentiero che sembra portare in alto e a buoni risultati. Gli amici che hanno organizzato quest’avventura, come sempre, si sono impegnati molto e già alcuni mesi prima di partire, hanno sensibilizzato tutti i partecipanti sull’importanza dell’evento e sul bisogno di arrivarci fisicamente preparati. Così, quel sabato sera del 25 agosto, al rifugio Quintino Sella, erano 41 tra giovani ed accompagnatori che scalpitavano all’idea di vivere quest’esperienza. Le località da cui provenivamo erano diverse ma l’appartenenza ad un unico Club e all’AG ci univa profondamente: eravamo un unico gruppo e tali siamo rimasti fino alla fine del viaggio.
Il viaggio è cominciato presto, come tutte le avventure impegnative in montagna. Ci si alza prima del sole, al buio, usando solo piccole luci per distinguere il sentiero, quasi a voler nascondere la nostra presenza alla montagna ancora addormentata. Ma la natura non dorme, sa bene che stiamo muovendo passi assonnati sui suoi fianchi.
Nella fiacca luce delle torce frontali si vedono poche cose: il compagno che ci sta davanti, un piccolo cerchio del sentiero, una vaga idea di ciò che ci sta attorno. Attraversare un luogo al buio rende le cose completamente diverse da come appaiono alla luce del sole: l’orizzonte si ritrae in uno spazio ristretto il cui confine siamo noi, i nostri pensieri, il nostro respiro ed il rumore dei nostri passi. Ci resta una certezza: i compagni in questa salita.
Così procediamo, con passo sonoro lungo il sentiero attrezzato con catene che sale al Passo delle Sagnette dove ci trova la prima luce del nuovo giorno. Splendido giorno luminoso sopra una pianura offuscata da lievi nebbie.
Prima sosta. I ragazzi sono sereni, scherzano tra loro, l’avventura è appena cominciata, ma già ora siamo tutti soddisfatti. Un sorso d’acqua e si riparte per risalire lo sfasciume dove giaceva il vecchio ghiacciaio: una culla di massi sparsi alla rinfusa da percorrere più a piccoli salti che a passo regolare. Si sale ancora lungo il sentiero tracciato a segni gialli ed ometti di pietra. Ci fermiamo una sola volta ancora, prima di raggiungere il bivacco Andreotti.
I miei compagni di viaggio, i ragazzi della mia sezione, sono più attivi che mai, ripartirebbero subito. Anche gli altri mi danno la stessa impressione: davvero ciascuno di noi si è preparato con dedizione a quest’avventura. Ma un breve riposo di qualche minuto è necessario prima dei restanti 600 metri di salita.
Fin qui la salita è stata piuttosto facile, ma da questo punto in poi la roccia cambia, si fa più infida e, con imparzialità, a tutti, richiede molta più concentrazione: non è permesso distrarsi. Il sentiero sale ripido, laddove del sentiero sia ancora visibile la traccia, poi si alternano cengette e passaggi di roccia verticali fino alla cima. Ovunque pietre e sassi appoggiati in equilibrio instabile rischiano di scivolare verso il basso: bisogna fare attenzione a non muoverli, potrebbero essere molto pericolosi.
La mattina prosegue sempre in salita, il cielo è praticamente terso. I ragazzi, anche quelli più giovani, dimostrano una tenacia incredibile: nessuno si lamenta anche se oramai sono 5 o 6 ore che camminiamo. Si guarda il compagno davanti, dove ha messo i piedi, lo si imita; si da un’occhiata a chi ci segue, si danno consigli: questo è il gruppo che va in montagna.
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Poi arriva la vetta, inaspettata. Si arrampica seguendo la linea quasi verticale dei Fornelli, poggiando mani e piedi sulla roccia grigia e marrone. Ad un certo punto la roccia finisce e non resta altro che il blu intenso: soltanto la croce di vetta a far da confine tra terra e cielo.
C’è Angelo, l’accompagnatore che stava in testa al gruppo, che attende tutti e a tutti fa i complimenti e stringe la mano. Ha un sorriso sincero sul volto, si capisce chiaramente quanto sia soddisfatto; lo siamo tutti.
3841 metri sul livello del mare, 1200 metri di dislivello percorsi in salita, 37 tra accompagnatori e ragazzi sulla cima del Monviso: qualcosa vorrà ben significare!
Significa molto, ne sono certo. Significa molto per ciascuno di noi: perché anche se si viaggia in gruppo ciascuno di noi deve far conto su se stesso. Significa molto per il gruppo di AG perché anche se ciascuno di noi viaggia singolarmente con le proprie forze, il gruppo è sempre in grado di trasmettere un’energia particolare, di aggiungere qualcosa che altrimenti non si potrebbe trovare. Significa molto per il CAI perché i ragazzi che quel giorno sono arrivati sulla vetta, sicuramente sono tornati a casa un po’ migliori di quando erano partiti.
Significa molto per me che nell’aria leggera della vetta ho sentito che i tanti sforzi fatti in AG, le fatiche, i tempi necessari per organizzare le escursioni, i corsi e tutte le attività, le liti in commissione, i contrasti, tutto svanisce o meglio si alleggerisce e da senso al risultato.
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L’avventura del Monviso si è conclusa splendidamente: dopo una lunga discesa, faticosa e che richiedeva la stessa concentrazione della salita, tutto il gruppo in maniera compatta, ha raggiunto i compagni rimasti al rifugio. Siamo stati accolti da un applauso, quasi fossimo reduci da un’impresa memorabile, e forse lo siamo davvero.
Almeno così è per l’AG della mia sezione: è la prima volta che un gruppo dei nostri ragazzi sale al Monviso ed io sono orgoglioso di essere stato loro compagno in questa splendida avventura.
Ringrazio sentitamente tutti gli amici della Commissione di AG LPV per la riuscitissima organizzazione.
Ma ringrazio ancora più sentitamente Davide, Fabio e Flavio che con la loro fatica, il loro impegno e la loro passione danno senso al nostro volontariato di accompagnatori, lustro alla nostra Sezione e futuro certo alla vita del Club Alpino Italiano.
Grazie amici, alla prossima.
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AAG Claudio Larosa
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Sezione CAI di Bolzaneto (GE)
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