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GLI ARTICOLI DEI SOCI

Hotel Forcella
di Giovanni Gianfaldone


Nel giugno scorso due soci della nostra Sottosezione, Federico Bruni e Giovanni Gianfaldone, sono stati protagonisti, per via di un'errata valutazione, di una poco simpatica avventura nelle Alpi Marittime. Titoli sui giornali hanno rilevato sia I'accaduto sia iI comportamento esemplare con cui i due protagonisti! hanno affrontato la vicenda, che ha avuto un felice epilogo. Riportiamo con piacere, convinti della loro utilità, cronaca e pensieri di quelle drammatiche ore, oltre alle impressioni riportate dagli uomini del Soccorso Alpino (N.d.R.).

Domenica, ore 17 - Parte della neve che butto fuori mi ricade sulla testa, senza farci caso continuo a spalare con le mani: alla destra ho i guanti di scorta, uno sull'altro, una moffola alla sinistra...l'altra I'ho persa salendo. Penso. Penso a "La Morte Sospesa" di Joe Simpson, alla fortuna di avere il for-nello a gas, al finto segnale dell'odiato-amato telefono cellulare, al fatto che la nostra, in confron-to alle 23 notti di Jean Vincendon e Francois Henri sul Grand Plateau del Monte Bianco, nel gennaio di 44 anni fa, sarà quasi un'esperienza interessante, un diversivo didattico. Non fosse che per il pensiero che non possiamo tranquillizzare a casa... Sono accaldato, sudo nonostante il freddo; mettendo la testa fuori dalla truna vedo Federico che, dopo aver siste-mato la ferraglia da un lato e inseguito vanamente le onde elettromagnetiche, cerca riparo sotto la volta rocciosa della cresta. Un fulmine sulla Cima Nord ci sconsiglia di rimanere ancora allo scoperto, cosi mi faccio passare cibo, fornello e ramponi e invito il mio coinquilino a prendere alloggio. Alla domanda: "Ma ci stiamo?" segue lo stupore per quanto grande sia il buco; certo non e una truna "da manuale", ma a dispetto della poca neve e gra-zie al repentino aumento di pendenza, ho scavato una confortevole stanza con vista. Benvenuti all'Hotel Forcella!

Serra dell'Argentera - parete Ovest
Canale della Forcella (Schizzo E.Montagna)

Un passo indietro.

Sabato, ore 19 - C'è confusione in rifugio, la scuo-la "Gervasutti" ha portato gli allievi al Corno Stella e il piccolo Bozano è stipato. Ci rendiamo conto, tra lasagne e tiramisù, che saremo soli sul Canale della Forcella: la cosa non mi dispiace, I'ascensione in solitudine favorisce I'introspezione e la comunione con I'ambiente circostante. Prima di andare in branda, uno sguardo al libro del rifugio ci conferma che nessuno ha percorso questa via nelle ultime due setti-mane. Federico è preoccupato.

Domenica, ore 0.30 - Sono sveglio per il fracasso che fanno quelli del corso di alpinismo... Un ospite del rifugio, l'immancabile russatore, li disturba ed essendo loro svegli ritengono che lo siano tutti: in questi casi mi sento un po' misantropo. Faticherò a riaddormentarmi.
Ore 4.30 - Colpi di tosse, fruscii, movimenti, la coperta ripiegata, il cono di luce della frontale. Riti obbligati, gesti usuali, I'aria fresca, la colazione. Soli, nella parte ancora in piedi del vecchio rifugio, un thermos di the lasciatoci dal gestore. Nutrirsi in fretta, uscire in silenzio e partire, alla luce di milioni di candele lontane.
A posteriori si riflette sullo scarso senso d'autocritica che ci ha condizionato, permettendoci di proseguire nonostante la lentezza, a causa dei tiri di corda iniziati fin dal basso. Convinti di una preparazione fisica sufficiente, desiderosi di compiere la salita, impegnativa ma alla nostra portata, abbiamo forse peccato d'umiltà? Se si, l'errore di valutazione a priori e ancor più durante la salita è stato l'unico, di certo determinante

Ore 9.30 - Dovevamo già essere in vetta, invece siamo a metà salita. II tempo scorre, la fatica comincia a condizionare il passo, già lento sulla neve senza traccia e dura come il marmo.

Ore 12.30 - Mangiamo qualcosa infilati in un varco tra la neve e la roccia, la sete si fa sentire, la neve e sem-pre dura. All'orizzonte qualche nuvola tra le vette, mentre sulle nostre facce stanche splende il sole.

Ore 14.30 - La pendenza cambia, dieci metri dopo lo strapiombo che termina sul nevaio del Baus. Qualche fiocco di neve ci tiene compagnia da pochi minuti, non sembra preoccupante, basta sbrigarsi a raggiungere la vetta. II tempo di dare un'occhiata alla cengia da seguire e ci accorgiamo che fiocca fitto e col vento. La bassa temperatura fa si che in pochi minuti le rocce si ricoprano di un'infida pati­na. Percorriamo a ritroso i 30 metri già fatti e torniamo alla forcella. Ci accorgiamo che, nonostante la valle sia ancora visibile, un bel temporale sta per avvolgere I'Argentera. Le nubi si sono già inghiottite mezzo massiccio. "Non possiamo proseguire verso la vetta, non si vede niente" "Prova ad accendere il telefono, magari in quota prende" "E se scendessimo 50 metri, tanto da fare vedere dal Bozano?" "Voltati e ti accorgerai che dal rifugio non ti vedrebbero" "Aspetta, aspetta, c'e segnale, segnale pieno, chiamo a casa... Cade la linea, non prende la chiamata. Perché ora non c'e più segnale?" "Prova i numeri d'emergenza..."

Federico nella parte alta del canale
(neg. G. Gianfaldone)

Ore 19.30 - Infilati nel nostro mini-appartamento, infreddoliti ogni tanto ci affacciamo a controllare la situazione. A valle, dalla parte di Terme di Valdieri, il tempo sta migliorando; dall'altra parte continua a nevicare e la visibilità e quasi nulla. Provo a fare qualche segnale con la pila, ma non credo molto in questo tentativo. Intanto, certi di passare la notte all'Hotel Forcella e rassegnati all'impotenza di non riuscire a tranquillizzare famiglie e fidanzate, cerchiamo di chiacchierare, sdrammatizzando un po' la situazione. Muoviamo continuamente gambe e piedi, ma il freddo si e gia impadronito delle nostre membra, neanche due bicchieri di caffè riescono a scaldarci. Giunge il buio, aumenta il freddo. II sacco lenzuolo, strappato e buttato sopra di noi a mo' di coperta, aiuta a trattenere un po' di calore. Abbracciati come due fidanzatini al cinema, ci rac-contiamo barzellette per stare svegli, ma la notte e lunga e gelida. Ogni tanto un tremore più forte ci scuote, non ricordo di avere avuto cosi tanto freddo in vita mia. Se uno di noi si assopisce, I'altro lo sve-glia. All'una decidiamo di dormire dieci minuti: l'orologio del mio compagno ha sei sveglie, le mettia-mo tutte per sicurezza... Sono gli unici dieci minuti in cui non ci addormentiamo. Alle due propongo di fare del caffè ma Federico preferisce aspettare ancora. Dopo un'ora circa non resisto più, devo assolutamente fare pipi, se me la faccio addosso mi gelano le gambe; mi giro di fianco tirandomi dietro il lenzuolo e il Bruni, scoperto, esprime il suo disappunto: I'aria della notte e di almeno quattro o cin­que gradi più bassa di quella che circola sotto la nostra "coperta". Con gran fatica riesco, sdraiato sul fianco destro, a liberare la vescica fra un tremo-re e I'altro, poi litigo con I'accendino per fare il caffè. Le mani lavorano a fatica, oramai batto i denti di continuo.

L'abitudine a svegliarmi presto mi aiuta a rimanere vigile, ma il freddo e insopportabile e Federico e stremato, si addormenta continuamente. E il momento peggiore. Mi obbligo a muovermi, cam-bio posizione, i piedi sono insensibili, la schiena for-micola, la testa fa male. Scuoto Federico, sono le quattro e venti: "E chiaro, tiriamoci su!". Fuori I'oscurità e ancora padrona, ma non manca molto all'alba. Un altro caffè e poi I'integratore salino, sciolto nell'acqua calda, sono la nostra colazione insieme a due wafer e del cioccolato. La luce scaccia le ombre della notte e rinfranca i nostri animi. "f chiaro, ora ci verranno a cercare" pensiamo. Faccio altri segnali con la pila frontale, poi qualche grido quando sono preda d'allucinazioni visive e uditive: vedo delle luci nel canale e sento voci vici-ne, ma sono solo chiazze di neve e il vento. Poi il sole illumina le prime vette, poco dopo le creste a noi vicine; usciamo dal buco e andiamo a sederci sulla forcella, assorbendo i pochi e tiepidi raggi del sole nascente come lucertole in marzo. Più di una volta tendiamo gli orecchi convinti di sentire dei rumori, ma e solo e sempre la voce dei gracchi o del vento. Dalle sei alle sette il sole c'infiamma senza scaldarci, concordiamo che se nessuno ci viene a cer­care alle dieci inizieremo a scendere. D'un tratto I'inconfondibile motore di un elicottero si fa largo nel silenzio, prima lentamente poi più deciso: ormai e certo vengono a prenderci. Vedo I'elicottero, risale la valle, compie un primo giro in basso, un secondo ed un terzo fino a spuntare dietro la Cima Sud. "State bene?" Non sono mai state più felice di vede-re uno sconosciuto e mi viene da dire che sto benis-simo. In realtà sento freddo e per una settimana avrò dolori alle mani, per due ai piedi e ai glutei. Ma va tutto bene, non e mai andato tutto cosi bene. Un ringraziamento a tutti quanti si sono mobilitati per riportarci a casa: il Soccorso Alpino e Speleo-logico, il 118, la Guardia di Finanza. Grazie al gestore del rifugio Remondino per la professionalità e la gentilezza dimostrata. Grazie ad Elena che ha mes-so in moto tutta I'organizzazione. Grazie a Claudia che mi sopporta ancora. Grazie alle nostre famiglie che ci perdonano tutta la preoccupazione passata. Grazie agli amici e a tutti quelli che ci hanno detto "Bravi!", anche se bravi non ci sentiamo. Ma, come dice il Bruni, "L'importante e poterla raccontare!"

 

 

IL PARERE DEL SOCCORSO ALPINO

"Due persone preparate"

La sera di domenica 17 giugno verso le 22,30 veniamo allertati per il mancato rientro di due alpinisti genovesi. Erano partiti all'alba dal Rifugio Bozano per effettuare il classico e impegnativo Canale della Forcella all'Argentera. Via telefono dal custode del Bozano veniamo a sapere che verso le ore 1 5,30 li ha visti sulla selletta del canale. Poco dopo sulla zona si è scatenato un temporale di inaudita violenza, con pioggia, grandine e neve, che e durato molto tempo. Con un giro di telefonate sentiamo il custode del Rifugio Remondino, ove gli alpinisti dopo aver effettuato la salita sarebbero dovuti arrivare, quindi i Rifugi Morelli e Geneva: nessuna traccia. Ci rimane la speranza che i due alpi­nisti siano riusciti a scendere e a ripararsi nel sottostante Bivacco del Baus. In ogni modo a quest'ora e impensabile poter raggiungere il bivacco per verificare quest'eventualità. Presagendo nulla di buono, visto che nell'ultimo mese gia due alpinisti francesi avevano perso la vita nella stessa zona e sempre durante la discesa, allertiamo i volontari del Soccorso Alpino della squadra di Cuneo e nel contempo I'elicottero regionale 118, di stanza a Levaldigi, affinché il mattino parta subito all'apertura della base alle 7. Alle 6.30 ci troviamo a Terme di Valdieri con dodici volontari, nell'atte-sa dell'elicottero. Pensiamo di far elitrasportare in zona i gruppi di soccoritori per far controllare tutte le possibili vie di discesa. Pochi minuti prima dell'arrivo dell'elicottero, il gestore del Bozano ci avvisa telefonicamente di aver avvistato due persone sulla selletta del Canale della Forcella: sicuramente sono loro!

Arriva I'elicottero, vengono sbarcati medico e infermiere per alleggerire il mezzo poiché dovrò operare con il verricello a quota 3240. L'elicottero parte con pilota, specialista e Tecnico di Soccorso Alpino, che sarà verricellato per preparare i due alpinisti ad essere issati a bordo. In circa mez-zora tutto si risolve e i due alpinisti sono sani e salvi e, visitati dal medi­co, vengono trovati in buone condizioni seppure un po' provati, nono-stante le circa 30 ore passate tra la salita e il bivacco d'emergenza. E' bastato vedere I'equipaggiamento di cui erano dotati per capire che si trattava di persone preparate; la loro scelta, di crearsi un rifugio tra neve e roccia per passare la notte, e stata la scelta di chi ha esperienza e un buon bagaglio tecnico di base. E' molto meglio far passare la notte insonne ai parenti in attesa, che doverli far piangere per sempre. L'anno scorso in situazione analoga, ma a quota certamente inferiore, due alpinisti sommariamente equipaggiati hanno bivaccato e il mattino uno di loro era deceduto. Purtroppo, quando succedono questi fatti, la stampa titola "Montagna assassina", pero bisognerebbe avere il coraggio di dire che il più delle volte si tratta d'impreparazione e pre-sunzione, poiché altrimenti si alimentano paure, in parte infondate, a molti frequentatori della montagna. Certamente in montagna esistono pericoli oggettivi, ma il ruolo fondamentale lo riveste di solito I'alpinista, nel bene e nel male.

Per chiudere con una battuta, poiché in montagna purtroppo incontriamo molto spesso delle lapidi di alpinisti caduti, in questo caso, utilizzando un linguaggio d'altri tempi, bisognerebbe approntarne una con su scritto: "Qui due alpinisti sorpresi da orribile uragano ebbero la capacità e II buon senso di cercare riparo e attendere I'alba... E cosi portaro-no a casa le penne! "

SOCCORSO ALPINO
PIEMONTESE
IL DELEGATO


pagina aggiornata il 21/11/2004
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