L’anno internazionale delle montagne ed il summit di Johannesburg costituiscono due riferimenti essenziali per collocare questa nostra discussione, per cogliere limiti ed opportunità da utilizzare nelle nostre azioni e nei nostri progetti.
Innanzitutto dobbiamo domandarci che cosa significhi per noi soddisfare i bisogni del presente, senza compromettere quelli delle generazioni future; e che cosa significhi dar vita a un modello di sviluppo socio-economico che lasci spazio alle tipicità delle realtà montane, ne esalti le loro potenzialità politico-amministrative, culturali, sociali ed economiche, in un quadro di profonda autonomia ed innovazione.
Questa nostra in Altavalpolcevera è una montagna particolare: il territorio che noi rappresentiamo è caratterizzato da un fondovalle densamente urbanizzato ed integrato con la città, e la parte retrostante formata da una montagna aspra, scoscesa nella parte più a ponente, e invece con zone boscate, agricole e con significativo sfruttamento zootecnico nella restante parte.
Per comprendere meglio cito un dato: sono 1000 i capi di bestiame allevati di cui 300 in lattazione e 700 da carne. Sono 60 le aziende agricole presenti e 2 gli agriturismo.
Inoltre il nostro è un territorio estremamente fragile e vulnerabile dal punto di vista idrogeologico, che ha vissuto nell’emergenza con le alluvioni del ‘92-‘93-’94, e che ha visto da quel periodo fino ad oggi importanti lavori e opere di consolidamento dei versanti effettuati dalla Comunità Montana.
Ma qual’è, occorre chiedersi, il motivo fondamentale che ha reso fragile questo territorio?
Le cause principali sono essenzialmente due:
- la scarsa manutenzione dei corsi d’acqua per la quasi totale mancanza di fondi idonei a proposito;
- il progressivo abbandono ed il venire meno della presenza dell’uomo sul territorio.
Forse ne esiste anche una terza che corrisponde alla rimozione collettiva di regole, di memorie, di saperi che dovrebbero, in un paese come il nostro, essere fisiologici. E se non lo sono più significa che davvero lo spaesamento è stato micidiale, e che dalla bruciante modernizzazione italiana è scaturita soprattutto fretta predatoria e non altrettanto talento tecnologico e valori culturali necessari a difendere la montagna.
Si dovrebbe presumere che la tecnologia, la stessa tecnologia che ha liberato i contadini dalla zappa, saprebbe meglio della zappa regolare il corso delle acque, risanare i crinali, curare il bosco. Eppure in molte zone di collina il segno sapiente ed arcaico della zappa, della manutenzione manuale e quotidiana del territorio è oggi più che mai necessaria ed essenziale perchè non v’è opera pubblica di per sè importante che possa ritenersi pienamente efficace se non è compenetrata con la presenza e l’attività umana.
Solo che l’uomo è andato via, attratto da altre opportunità economiche e sociali, funzionali a modelli di sviluppo oggi finiti e che hanno creato forti squilibri paesistici ed ambientali.
Eppure in un paese moderno almeno adesso ci si dovrebbe chiedere se costa di più riparare i danni delle catastrofi (ancorchè si possa) oppure cercare di evitarli giorno per giorno garantendosi il presidio dell’uomo.
Ma ecco le domande: come si può intervenire per invertire una tendenza, per dar vita ad un nuovo modello di sviluppo, dopo la fine dell’epoca industriale e nell’era dei processi globali? E come si può riuscirvi, soprattutto in zone che sono povere e svantaggiate? Infine in che modo queste realtà composite ed articolate, nelle quali convivono gli elementi del passato e quelli del futuro, possono trovare un loro equilibrio e nuove opportunità sociali ed economiche?
La nostra Comunità Montana ha cercato di dotarsi di strumenti che agevolino un processo di sviluppo sostenibile, con un percorso avviato di Agenda 21.
Abbiamo pertanto cercato di costruire una cornice entro la quale un territorio possa ritrovare la sua dimensione, possa ritrovare i suoi valori, possa ricercare quelle sinergie che gli consentano di dare valore aggiunto, nuove possibilità economiche, invertire la tendenza all’abbandono.
Il primo passo è stata la certificazione ambientale, acquisita lo scorso anno, il secondo passo sarà la costituzione del forum aperto alla partecipazione della popolazione. In questo quadro assumerà particolare rilevanza il ruolo che dovrà svolgere il nostro Centro di educazione ambientale (che è riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente ed è inserito nella rete nazionale) e lo dovrà fare soprattutto con azioni didattiche e formative che già svolge, ma che andranno arricchite con i nuovi strumenti del sapere e dell’informazione.
Inoltre il nostro sforzo dovrà essere quello di far comprendere che la gestione ambientale certificata ha un senso se non rimane un’azione elitaria isolata, ma se invece accompagna un processo; se si trascina dietro un territorio inteso nelle sue categorie economiche, nelle sue attività, e nel rapporto con i cinque comuni, soprattutto per ciò che concerne: la gestione del ciclo dei rifiuti, il risparmio energetico, la cura del bosco, ma anche con gestione di informazioni e banche dati importanti quali il catasto.
Il piano di sviluppo predisposto individua bene risorse e limiti del nostro territorio e definisce gli interventi strategici per lo sviluppo.
Il settore agro-alimentare e la zootecnica: non più aziende marginali, ma imprenditori che possano garantire con la loro presenza il recupero di aree abbandonate con l’introduzione di nuovi pascoli, il mantenimento vivo del patrimonio culturale, la protezione e la manutenzione del territorio, la garanzia di una filiera di prodotto agro-alimentare anche se di nicchia, e la garanzia della rintracciabilità del prodotto. Perchè un prodotto per essere promosso sul mercato ha bisogno prima di tutto di essere salvaguardato e per far questo occorre dare certezze e prospettive a chi lo produce.
Bisogna unire a ciò i valori che connotano il sistema agricolo ed il prodotto, che sono valori e giacimenti di cultura, di storia, di capacità di gestire il rapporto uomo-ambiente.
E’ questo sistema che deve tornare al ruolo attivo di presidio del territorio montano.
Se questo sistema funzionerà, avremo la sicurezza che molti altri settori come quello turistico-ricettivo ed enograstronomico potranno avere basi più solide strutturalmente, e quindi durature: perchè se un territorio ritrova una sua identità ed una sua dimensione, se trova gli ancoraggi giusti per la propria valorizzazione, non sarà solo appagato dal numero di turisti o di escursionisti che transitano sull’Alta Via dei Monti Liguri il sabato e la domenica, ma potrà godere di benefici più durevoli e consolidati e avrà la percezione che nuove forme di economia possono vivere in una società che pur essendo globalizzata spesso rifiuta l’omologazione dei comportamenti e dei prodotti, ma va invece alla ricerca delle diversità, delle particolarità, nonchè della qualità. Noi questo lo possiamo offrire. Lo possiamo offrire a condizione che venga spezzato quel luogo comune che considera i territori montani i parenti poveri del capitalismo urbano, e le Comunità Montane l’anello debole della catena istituzionale, che anche sull’elenco del telefono compaiono insieme alle comunità terapeutiche o di recupero.
Oggi noi non vogliamo più essere considerati comunità debole, “più problema che risorsa”, che quindi rappresenta un costo, e poi magari tante risorse anche umane che abbiamo vengono sfruttate altrove. Dobbiamo invece essere comunità forte perchè in grado di garantire la sostenibilità, in grado di garantire equilibrio ed ottenere rispetto anche in rapporto ai grandi temi (di cui siamo fra l’altro qui protagonisti) della logistica e dei collegamenti.
Se i nostri territori sono strategici per le infrastrutture necessarie alla modernizzazione del paese ed ai collegamenti con il Nord-Europa, noi dobbiamo esigere che esse non facciano di noi terra bruciata, ma pretendere che tali infrastrutture possano dare vantaggi e lasciare opere pubbliche funzionali allo sviluppo del nostro territorio.
Ricordava Michele Serra, tempo fa in un suo articolo, che noi usiamo spesso e qualche volta a sproposito la parola “territorio”. Talvolta così invano e così a raffica da diventare uno dei più tipici e dei più astratti termini politichesi: come se territorio non volesse poi dire concretamente il terreno sul quale poggiamo i piedi, abitiamo, lavoriamo, viaggiamo. E, aggiungeva, occorre aprire nel nostro profondo sentire sociale questo rapporto uomo-territorio e quindi anche il grande capitolo della nostra geografica, del nostro rapporto con la terra, anzi con il terreno, della percezione che abbiamo del nostro abitare, del nostro paesaggio, di noi stessi.
Perchè sono nella terra poi anche i computer della new-economy, e non c’è occupazione virtuale, attività finanziaria, connessione satellitare che non abbia le sue basi fisiche sopra la pelle viva del pezzo di pianeta che ci è stato destinato. La montagna dunque non è il nostro pittoresco, il nostro passato, il nostro svago. E’ il 70% dell’Italia, lo è sempre stato e lo sarà ancora per qualche era geologica. Bisogna che ce ne rendiamo conto tutti e che si inizi ad agire tenendo conto di ciò.