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Quei 3130 metri dedicati a Angelo Dibona
di Alberto Pavan

Se i profili slanciati del prodigioso monolite affascinano anche voi, ma non avete ancora avuto occasione di visitare questo luogo, vuoi perché scoraggiati dal bolzanetese-mugugno ("cöse ti ghe væ a fâ fin lá che o l'é tutto diffiçile"), vuoi per la lunghezza del viaggio, allora non aspettate altro tempo ed andate senza indugi; il posto è incantevole e selvaggio ed anche se non vi recate laggiù al solo scopo di arrampicare ne tornerete sicuramente soddisfatti. Dopotutto se anche il mitico Dibona, quasi un secolo fa, si scomodò a venire fino a qui un motivo deve pure esserci stato... Angelo Dibona (1879-1956), insieme ad Antonio Dimai e Tita Piaz, è tra le più celebri guide delle Dolomiti di ogni tempo. Al suo attivo si contano almeno 70 prime salite in tutto l'arco alpino. Dino Buzzati scrisse che Dibona, già in vita, "aveva due monumenti, come nessun altro al mondo, uno vicino a casa, di pura dolomia, il Campanile Dibona, nel gruppo del Cristallo; l'altro lontano, di granito, nel Delfinato, una guglia arditissima del gruppo degli Oisans".
Dibona fu il primo a raggiungerne la vetta nel giugno del 1913, in compagnia di Guido Meyer, seguendo un percorso logico e non difficile lungo la cresta Nord. Da allora moltissimi alpinisti hanno percorso le linee di questa montagna aprendovi una moltitudine di itinerari, dalle storiche via Madier e via des Savoyards alle moderne linee protette a spit sulle lisce placche delle pareti sud ed est. Erano ormai alcune stagioni che, insieme a Gigetto (Luigi Carbone), meditavamo il "colpo"; tra l'altro, scartabellando tra i sacri annali della Sezione, ci sembrava che la guglia non fosse mai stata salita dai soci di Bolzaneto e questo stimolava oltremodo il nostro narcisismo alpinistico. Individuata quindi una "ardita" combinazione di itinerari aperti da alpinisti dai nomi a noi misteriosi, partiamo, approfittando delle festività ferragostane.Arriviamo a Les Etages, ameno borgo della Vallee du Veneon, dopo un lungo pellegrinaggio automobilistico attraverso celebri valichi alpini e numerosi cantieri olimpici in preparazione di Torino 2006. Parcheggiata l'auto, della nostra aiguille nemmeno l'ombra. Seguiamo le indicazioni per il Rifugio Soreiller e ci inerpichiamo su per una ripida china; dopo circa un'ora di cammino il sentiero sbuca fuori da una tetra gola di pietrame ed ecco, sorpresa!
L'improbabile guglia esiste davvero e fa capolino dietro all'ultimo dosso, tale e quale la si ammira in fotografia. Poco dopo scorgiamo anche il Rifugio Soreiller, là davanti a noi , quasi a portata di mano. E qui si perpetra l'inganno perché, mentre camminiamo sotto il pesante fardello, qualche maligno il rifugio lo sposta. Tant'è che, trascorsa un'altra ora, constatiamo con rammarico che la distanza che ci separa dall'agognato ricovero sembra sempre la stessa. |
Aiguille Dibona (disegno di Euro Montagna)
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Angelo Dibona
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Quando finalmente giungiamo al rifugio, consumata la rituale adorazione del monolite, ci accorgiamo che fa un freddo cane, non solo fuori ma, soprattutto, dentro; nel rifugio, infatti, manca il riscaldamento. Così, mentre le due dolci gestrici si riscaldano in cucina tenendo la musica a tutto volume, gli sventurati avventori, loro malgrado, si scaldano sorseggiando la minestra preparata a ritmo di rock. Insieme agli altri ospiti conveniamo che è meglio andare a dormire col crepuscolo piuttosto che continuare a battere i denti; ci mettiamo quindi a letto, indossando tutti i vestiti che abbiamo nello zaino, copricapo compreso, così, ci consoliamo, la mattina saremo subito pronti. Il giorno seguente, dopo l'interminabile avvicinamento di minuti cinque, siamo alla base della parete. Ancora rimbambito dalla notte al fresco lascio volentieri l'onore dell'apertura al più ardimentoso Gigetto; ci precede di poco una guida che accompagna un cliente stasso ; questi annaspa per alcuni minuti sul primo tiro nel tentativo di venire a capo di un fessurone dalle ostiche apparenze; ci preoccupiamo un po', ma solo perché ancora non sappiamo che lui è stasso& . Difatti i nostri timori sono tosto fugati allorché Gigetto, destatosi dal letargo invernale, si inerpica agilmente ed in quattro e quattr'otto raggiunge la sosta. |
| Lui è così rapido ed io così bradipo che gli riesce di recuperare le corde sotto al mio naso prima che io possa legarmi alle stesse. Risultato: corde in cima alla sosta ed alpinista slegato alla partenza. Risolviamo l'empasse aguzzando l'ingegno e perdendo mezz'ora. La prima parte dell'itinerario percorre la via Madier e si svolge su placche compatte difficilmente proteggibili; ci sono gli spit, ma sono piuttosto distanti l'uno dall'altro, quindi si soffre un po'... Più avanti la via svicola a destra imboccando la più morbida Berthet, sulla quale si incontra chiodatura tradizionale; gli spit riprendono poi sulla variante di spigolo aperta da Cambon. Peccato che il perfido si sia dimenticato di metterli anche sul tratto finale della variante, piuttosto difficile, che va affrontato confidando su protezioni improvvisate, con conseguente psicodramma per il malcapitato capocordata. Col senno di poi è meglio trascurare la variante e continuare a percorrere la via Berthet originale, che sale parallela in un diedrone sulla destra A metà parete ci accoglie la comoda cengia Boell; volendo qui ci si può sdraiare al sole, fare merenda e recuperare un po' di energie; noi invece, animati dal sacro impeto, trascuriamo tutto ciò e proseguiamo a testa bassa. Dalla cengia in poi, se siete abili nella matematica alpinistica, potrete arrampicare sul velluto fino in vetta; è sufficiente fare bene i conti in modo che l'amaro destino riservi il rognoso tiro delle Cannelures Stofer al vostro sventurato compagno. Superate le Cannelures ed il maramaldo strapiombino che le sbarra in alto, la guglia si assottiglia e la direttiva di salita si confonde intrecciandosi con altre vie più difficili. L'importante è non farsi tentare dalle file di spit che fuggono a destra ed a manca e perseverare nel seguire le linee più deboli della cresta finale, senza percorso obbligato. La bramata vetta non delude le aspettative, infatti è angusta ed affilata come ce la immaginavamo; la condividiamo al meglio con una nutrita schiera di alpinisti transalpini che vi sono giunti per altri itinerari. Ci affacciamo sulla discesa ed un pensiero va a Dibona; sulla sua storica via c'è una baraonda di gente che scende e che sale, districandosi in un intreccio di corde: i suoi, evidentemente, erano altri tempi... |
Il secondo tiro sprotetto della variante Cambon (foto di Luigi Carbone)
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