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ANNUARIO 2006-07

Cocktail di vie sul Grand Capucin
di Margherita Solari

Gianni Carbone, nostra guida ed amico di vecchia data, qualche mese fa mi aveva comunicato di voler scalare il Grand Capucin con la sua compagna Patrizia, che non lo aveva mai salito, concatenando tre vie diverse. Per rendere l'itinerario più sicuro, ma anche più bello, pensava di raggiungere l'attacco della via degli Svizzeri mediante una lunga traversata ascendente verso sinistra che inizia sotto la via Bonatti, evitando così la risalita del couloir des Aiguillettes ora impraticabile. La classica via degli Svizzeri sarebbe stata percorsa per un buon tratto per poi deviare su quelle stupende placche esposte a sud-ovest dove passa la via di Michel Piola "O sole mio". Si poteva così raggiungere la vetta lasciando sulla destra i tetti finali degli "Svizzeri" con i loro chiodi rugginosi dai quali pendono fettucce stinte e sfilacciate alle quali nessun "sano di mente" ambirebbe affidarsi.

Ricordavo la mia salita di dieci anni addietro, proprio sulla via degli Svizzeri. Superammo il couloir des Aiguillettes , completamente innevato, di conserva e senza troppi indugi, tenendo sempre d'occhio la rigola. Sulla roccia, aiutata un po' dall'entusiasmo e molto dalla corda ben tesa, arrampicavo veloce mentre le scarpette tenevano a meraviglia su quel granito ruvido e compatto; l'attrezzatura degli strapiombi era ancora affidabile o, allora, ritenuta tale. Hans Marguerretaz ed io la utilizzammo raggiungendo la cima nel primo pomeriggio. Tutto filò a meraviglia tanto è vero che, saliti con la prima funivia, riuscimmo ad agguantare l'ultima della sera.

L'itinerario progettato da Gianni sarebbe stato più lungo e complesso. Patrizia, più giovane e più brava di me, sicuramente non avrebbe avuto problemi: beata lei!

Versante orientale del Grand Capucin.
A sinistra, il Couloir des Aiguillettes nel passato stato di innevamento (1993).


A fine agosto 2005, quando le cattive condizione della montagna mi costrinsero a rinunciare alla progettata ascensione al Petit Dru, Gianni mi propose di andare al Grand Capucin con loro due.

Fui stupita e lusingata: forse la mia guida mi sopravvalutava. Come me la sarei cavata su una via lunga, in quota e con difficoltà quasi sempre vicino al mio limite? Senza contare, come ripete un amico, la carta d'identità; ciò a dire un'età tutt'altro che verde. Prevalse il mio ottimismo, che, a volte, rasenta l'incoscienza. Decidemmo per una prova d'esame: salimmo al Brevent una via di Frison Roche recentemente riattrezzata, sostenuta anche se piuttosto breve. Passai l'esame.

Pochi giorni di bel tempo furono sufficienti per ripulire la parete che, esposta a Sud, è sempre soleggiata. Concordiamo di partire da Entréves al mattino e pernottare al rifugio Torino al ritorno dalla salita. Giunti a Punta Helbronner con la prima funivia, che parte "all'alba delle 8,30", solo verso le undici siamo alle prese della crepaccia terminale, superata tenendoci molto a destra per restare defilati da quel minaccioso pendio di ghiaccio coperto di terra, pietre e grandi massi in bilico che è diventato oggi il couloir des Aiguillettes. Ancora qualche metro di misto e raggiungiamo la cengia dove lasciamo l'attrezzatura da ghiaccio. Gianni ed io ci liberiamo anche degli zaini appendendo all'imbragatura tutto quanto possiamo mentre Patrizia tiene il suo cui aggiunge un po' di materiale comune. Suo malgrado, sarà il nostro bravo Sherpa.

Attacco a fianco del Couloir des Aiguillettes.


Calziamo le scarpette ed iniziamo finalmente ad arrampicare. Sappiamo di doverci tenere sempre a sinistra ma non si capisce bene come: vi sono tracce ovunque, mentre qualche chiodo occhieggia qua e là e un pezzo di corda consunta penzola in un camino& Gianni si destreggia cercando l'itinerario più agevole ma non possiamo evitare alcune traversate un po' troppo lisce ed impegnative. La giornata è splendida, fin troppo calda, ma le ore scorrono incredibilmente veloci. Spostandoci ancora verso la parete sud ci ritroviamo in una zona di rocce articolate più o meno all'inizio della via degli Svizzeri. Gianni cerca di recuperare tempo aumentando il ritmo e svolgendo, ad ogni tiro di corda, tutti i sessanta metri. Continua così fin sotto la fessura, il passaggio chiave. Qui ci concediamo finalmente un sorso di "isostad" e, mentre Patrizia assicura il capocordata, io scatto qualche foto. Vicino a noi il Trident è come un fantastico obelisco che, caduto dal cielo, è rimasto ritto sul ghiacciaio; man mano che guadagniamo quota, la sua vetta appare sempre più vicina finché, arrivati in cima, la sovrasteremo di alcune centinaia di metri. Alla sua destra la Chandelle, vista dalla nostra posizione, sembra davvero una grande candela poggiata su una base quasi piramidale. In secondo piano la parete nord della Tour Ronde, bianca e pulita dopo le recenti nevicate, appare nel suo aspetto migliore. Più lontano, maestoso, si erge il gruppo Dente, Rochefort e Jorasses.

Gianni intanto, arrivato alla sosta, ha già recuperato tutta la corda e& tocca a me salire. Ricordo bene questo passaggio. Era quotato 6b, ora VI: ma sembra più verticale e liscio di prima, mah! Mi attacco a tutto quello che trovo: vecchi chiodi, nuts, friends incastrati da tempo, ma cerco di non forzare le protezioni poste da Gianni per non rendere la vita più difficile a Patrizia che, ultima, deve recuperare tutto. Una serie di fessure e camini un poco più facili ci portano in prossimità dei tetti della via degli Svizzeri dove incrociamo "O sole mio". E' pomeriggio inoltrato ma qui c'è ancora un bel sole, e come potrebbe essere altrimenti? Quelle invitanti placche giallo-rosa che ci stanno davanti hanno in realtà il veleno in coda. Sembrano appoggiate ma sono quasi verticali ed i grumetti di roccia gialla che, alternati ad altri scuri creano un così piacevole effetto cromatico, sono in realtà come sapone per le nostre scarpette. Qualche passaggio fuori via rende poi l'arrampicata più "interessante" anche se non se ne sentiva il bisogno. Usciamo alle 18,30. Un'occhiata al versante della Brenva del Monte Bianco, illuminato debolmente dall'ultimo sole, ci costringe a prender atto che sarà difficile riuscire ad arrivare ai piedi della parete prima del buio.
L'estate è alla fine e le giornate si sono già accorciate. Scenderemo quindi lungo la via di salita. Qui, in caso di bivacco, si trova qualche buona piazzola, mentre sulla discesa attrezzata a spits, liscia e verticale, una sosta forzata sarebbe estremamente spiacevole. Siamo ormai nell'ombra. Non è molto freddo ma quella poca neve trovata nell'ultimo tratto della salita ha bagnato scarpette e corde. Cerchiamo di scendere velocemente ma le corde, appunto, bagnate non scorrono nel discensore e ci fanno penare non poco. Con l'ultima luce siamo su un cengione ingombro di rocce instabili da dove, con una risalita verso la sinistra orografica si raggiunge uno sperone oltre il quale dovremmo incontrare gli ancoraggi della discesa attrezzata, che cala diritta sulla cengia ove abbiamo lasciato zaini e scarponi.
La luce è sempre più scarsa ed accendiamo le pile: due perchè quella di Patrizia, più pesante, è rimasta negli zaini. Gianni, con un'imprecazione, ci informa che la sua non funziona. Gli passo la mia e lui si allontana su per un camino. Patrizia ed io rimaniamo sole, al buio che ora è quasi completo. Stiamo zitte: non più chiacchiere, non più salotto, come diceva Gianni durante la salita disapprovando la nostra scarsa attenzione nell'assicurarlo. Ma allora c'era il sole... Non so cosa pensi l'amica ma io temo il bivacco. Temo che Gianni si arrenda al buio e si fermi; invece, incredibilmente, continua a scendere nel buio con calma e decisione. Arriviamo così agli ancoraggi della discesa attrezzata. Se abbiamo fortuna con tre o quattro doppie siamo alla cengia degli zaini, se si trovano gli ancoraggi, se le corde si lasciano recuperare, se la pila non si esaurisce& Prima di ogni calata Gianni, per maggior sicurezza, sistema discensori ed autobloccanti di tutti e tre sulle corde, quindi scende per primo. Noi restiamo a fissare la piccola luce che si allontana attendendo il liberatorio "ho trovato la sosta"; poi scendiamo alla cieca cercando di indovinare: dove la parete è meno buia c'è roccia, dove è più scura& c'è il vuoto. Quando la nostra guida ci comunica, finalmente, di vedere sotto di se la cengia con gli zaini, si allarga il cuore e si scioglie la lingua ad entrambe. Recuperati pila e cellulare, telefoniamo subito a chi, in casa a Courmayeur, starà aspettando con ansia giustificata: sono le undici, anzi le 23! Per tranquillizzarlo lo assicuriamo di essere già sul ghiacciaio quando dobbiamo ancora passare la terminale la cui "bocca famelica", come la chiamerebbe lui, non piace né a me né a Patrizia. Ma quando ci arriva dal basso un blasfemo "habemus papam", consapevoli del fatto che anche l'ultimo ostacolo è stato superato, non esitiamo a calarci nella crepaccia dalla quale, tuttavia, usciamo facilmente aiutate dalle ultime tirate di corda. E' quasi mezzanotte quando siamo tutti e tre sul ghiacciaio che non mi è mai sembrato così accogliente e bonario. La solita, penosa risalita del Flambeaux ci porta al rifugio Torino dove un biglietto ci informa che ci è stata riservata la camera n 9; ma, altro che scolarci bottiglie di vino, essendo tutt'altro che astemi, come avevamo sognato. Tutti dormono, la cucina è chiusa e per la nostra grande sete vi sarebbe solo l'acqua non potabile dei bagni& . Pazienza, tra poco potremo far colazione! Tutto si conclude con un'epidemia di crampi che ci assalgono non appena ci corichiamo. Non so perché mi vien da ridere, ma poi, se questo è il prezzo da pagare, ben vengano!


pagina aggiornata il 04/04/2008
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