Note dell'articolo "Rocche Turchine - Lagoscuro - Terrarossa"
di Piero Bordo
(1) L'agrifoglio (Ilex aquifolium) è un albero sempreverde che può vivere più secoli. Il termine scientifico deriva dal fatto che le sue giovani foglie assomigliano a quelle del leccio, Ilex in latino. E' specie dioica, ossia ci sono alberi che portano fiori maschili ed altri che portano fiori femminili; l'impollinazione avviene a cura degli insetti. Si possono facilmente distinguere in primavera, quando gli alberi fioriscono e solo le femmine hanno fiori e frutti. Le caratteristiche spine acuminate che hanno le foglie, rappresentano un'evoluzione della pianta per difendersi dalle brucature degli animali. I frutti sono le bellissime drupe rosso vivo, a forma di bacca, che contribuiscono a rendere i rametti ornamento apprezzato nel periodo natalizio, anche per il messaggio augurale di prosperità e lunga vita che l'agrifoglio simboleggia.

(2) Tutti i pendii di là del rio, sino alla quota della case di Scarpin Vëgio, un tempo erano coltivati a bosco ceduo di castagno: i sarvæghi, che venivano tagliati quando raggiungevano l'età di cinque o sei anni. Erano destinati a fornire materia prima per fare ceste, a tante piccole industrie famigliari (i corbaiêu), attive sino alla metà del secolo scorso nel Comune di Ceranesi, artigiani la cui apprezzata produzione era esportata non solo in Europa ma anche oltre Atlantico.

(3) In sponda sinistra del rio, un tempo i pendii erano tenuti a prato per la produzione del fieno che veniva trasportato a valle tramite una teleferica rurale (a strafïa).

(4) Nel terreno scuro ci sono molte piccole buche imbutiformi: sono gli strabiglianti nidi-trappola costruiti dove la terra è finissima, dall'ingegnoso formicaleone (Myrmeleon formicarius). Il formicaleone è la larva (individuo immaturo) di un elegante insetto provvisto di ali maculate color marrone che assomiglia superficialmente alla libellula; appartiene al gruppo dei Neurotteri ed all'ordine dei Planipenni. Il nome deriva dal fatto che il suo cibo preferito sono le formiche e che, per l'aggressività e per le poderose mandibole arcuate e seghettate con forma di tenaglia, lo si paragona al leone. La larva è provvista di un grosso addome ovoidale ed è molto mimetica di colorazione; dopo aver scavato la fossa vi rimane nascosta sul fondo in agguato. Quando una formica o un qualsiasi altro insetto camminatore giunge sul ciglio della trappola, la terra dei bordi che è friabilissima frana sotto le sue zampette facendolo cadere nell'imbuto. Il malcapitato cerca di risalire, ma inutilmente perché le pareti instabili della buca ne intralciano la fuga. A questo punto viene investito da ripetute scariche di granellini di terra, lanciati dalle mandibole dell'astuto predatore con movimenti semicircolari del capo, sino a che non cade in fondo alla buca ed il formicaleone, ghermita la preda, la trascina sottoterra per succhiarne con comodo i liquidi interni di cui si nutre. Nello stadio adulto il formicaleone è importantissimo per l'equilibrio del bosco perché si ciba dei pidocchi e di altri piccoli parassiti delle piante che caccia al crepuscolo e di notte.

(5) Chi desiderasse visitare il Complesso minerario di Lagoscuro (vedi articolo pag. 90), deve scendere per circa cinque minuti nella valletta, dapprima in sponda destra poi in sponda sinistra seguendo la nastratura posta per agevolare l'individuazione del sito, passando vicino alle prese d'acqua costruite nel 1987, nel terreno di proprietà di Angelo e Maria Bagnasco, da Angelo Travi per la società Fonti Madonna della Guardia che poi non le utilizzò.

(6) Molte erano le persone che curavano il trasporto di frutta, ortaggi e latte dai luoghi di produzione di questa zona ai mercati di Bolzaneto, ma soprattutto di Sampierdarena dove i prodotti venivano pagati meglio. Angelo Travi ne ricorda alcuni: Luigi da Cà Nêua, Tògno de l'Erze, Gioan di Bêu do Paxo, Tògno do Pëgoìn.

(7) Così chiamata per la rigogliosa fioritura di un tempo, dell'erica e del brugo (Calluna vulgaris).

(8) Per Severino Viola il nome Helleborus deriva da due parole greche di cui la prima significa "che uccide" e la seconda "nutrimento, cibo", quindi: erba velenosa.

(9 )Il toponimo deriva dall'attività di escavazione che veniva fatta allo scopo di creare un campo, dissodando il pendio in profondità per eliminare la roccia e le pietre presenti e per prelevare il terreno che poteva diventare fertile, da trasportare altrove o da risistemare in luogo.

(10) Qua un tempo, creato da uno sbarramento roccioso naturale, c'era o Lago do Ponte ed una trentina di metri più a valle c'era il piccolo grazioso Lago Scûo che ha dato il nome al luogo. Cadendo con una cascatella nel Lago Scuro, l'acqua turbinava come avviene quando la si versa in un imbuto (tortaiêu) molto probabilmente perché il lago si era formato a seguito della creazione di una cosiddetta "marmitta dei giganti": cavità tondeggiante scavata nella roccia dall'azione erosiva del pietrame trascinato dall'acqua vorticosa. Purtroppo i lavori di sbancamento della montagna, in occasione della costruzione della nuova strada che conduce al Santuario della Guardia, hanno in parte interrato i laghi ed il rio. Quel che resta del Lago Scuro, che si trova nel rio perpendicolarmente sotto la Cascina Toso, merita senz'altro una visita, da fare però con molta attenzione.

(11) La strada sterrata collega il ponte con la SP della Guardia a 400 metri dall'ex stabilimento di imbottigliamento dell'acqua minerale Fonti Madonna della Guardia dove c'è la fermata del bus ATP.

(12) Chi desiderasse visitare o Paggiêu da Camilla, deve scendere a destra tra eriche e lecci. Si arriva alla costola e si scende per la massima pendenza sino ad una sella dove si devia sul versante meridionale della montagna. Il sentiero scende ripido su pietre e foglie secche sino a quel che resta del muretto di contenimento del sentiero. Occorre memorizzare bene la localizzazione del muretto per ritrovarlo al ritorno. Dopo il muretto il sentiero è franato. Il rio è poco sotto ed occorre scendere per tracce sin quasi in fondo alla riva, con divertente ginnastica attaccandosi anche agli alberi. Poi è consigliabile deviare a sinistra per la traccia più evidente che aggirata alla base la parte rocciosa del pendio, ci conduce a quel che resta dell'imponente Paggiêu da Camilla che un tempo sbarrava completamente il rio. Per meglio ammirare l'opera e l'alta cascatella, occorre proseguire per una decina di metri sul sentiero in leggera salita che si sviluppa in sponda sinistra e che un tempo si collegava alla strada comunale Lagoscuro-Terrarossa poco prima do Rian de Cisco, ma che oggi poco più avanti è impercorribile. La briglia consentiva l'accumulo della preziosa sabbia utilizzata nei secoli scorsi per le costruzioni rurali della zona.

(13) Il sentiero attraversa la lecceta passando sopra le Rocche Sante e dapprima conduce inta Comunn-a, dove nell'impluvio ci sono le prese di alcuni acquedotti. Dopo l'impluvio il sentiero si riduce di larghezza, passa sotto imponenti e lunghi muri a secco che sorreggono fasce ormai abbandonate, guada i due rii di Neigri che più a valle confluiscono, transita davanti alle case da Püa, Gianca e di Battaggi (casa natale del vescovo Giacomino Barabino classe 1928), poi si collega con la strada poderale che sale da Terrarossa e conduce a San Bernardo. Sul pendio ben esposto, dopo a Comunn-a, è notevole la presenza del laurotino (Viburnum tinus), Còrnâ in genovese, arbusto velenoso della macchia mediterranea alto sino a sette metri che presenta in autunno contemporaneamente sia l'infiorescenza a corimbo composto, con fiorellini bianchi a cinque petali, sia i frutti tipo drupa di colore blu scuro, traslucidi. Racconta Paolin Sobrero che tanti anni fa, quando annualmente si rifacevano i materassi e anche per ragioni economiche non si chiamava il materassaio ma l'operazione si faceva in economia, la lana, dopo che era stata sparsa in luogo idoneo cercando nel contempo con le mani di sbrogliare il più possibile gli ingarbugliamenti (scarlassâ), veniva battuta con la verzella che lui forniva agli amici prelevando idonee pianticelle di laurotino perché il suo legno è duro e resistente. La verzella in italiano è detta correggiato e prende il nome dalla correggia, la cinghia che unisce due bastoni a formare lo strumento. L'impiego più noto di quest'attrezzo era per la battitura del grano; mia moglie Franca lo ricorda ancora come un piacevole gioco dell'infanzia. Per costruire la verzella destinata a battere la lana, Sobrero cercava polloni o giovani piante lunghe e diritte e le estirpava con un poco di ceppo. La verga (trappa) dopo essere stata scortecciata e pulita poteva anche essere usata da sola, impugnandola dalla punta e battendo la lana col ceppetello. Se si costruiva la verzella, la trappa di laurotino era unita (più sovente con un laccio di cuoio, strallæn, anziché da una correggia) ad un bastone più grosso e lungo ed era questo che si impugnava. La casa da Pûa è assai antica, gli attuali proprietari asseriscono che sulla facciata c'era la scritta 1472. Sembra che il soprannome Pûa derivi dal fatto che addossato alla casa c'era l'unico seccatoio della zona a cui venivano portate le castagne da tutte le cascine dei dintorni. Una volta essicate, le castagne erano tolte ancora calde dal graticcio (a gré) e subito chiuse in un sacco di tela robusta (o pestôu). Impugnato da due persone, il sacco veniva ritmicamente battuto su un grosso ceppo. Sobrero racconta che dopo ogni tre battute si ruotava il sacco. Dopo una certa serie di colpi le castagne erano sbucciate e si vuotava il sacco. Seguiva la vagliatura per eliminare la pelle più sottile che riveste immediatamente le castagne. Queste operazioni generavano l'espandersi di tanta polvere prodotta da bucce e pelle frantumate. Nelle giornate ventose questa polvere si diffondeva nell'aria e si poteva vedere anche da lontano tanto da far dire ai contadini di allora: "ammïa che pûa, bàttan e castagne".

(14) La sorgente dell'Ægua viva è stata captata e non sempre è possibile attingere acqua dalla cannula del troppo pieno. Dal bivio, svoltando a destra, si può arrivare in breve alla Pietra Grande. Nell'impluvio sotto il bivio c'è la vasca di raccolta chiamata lago di cui si è fatto cenno nella descrizione dell'Anello medio, alla quale si rimanda anche per scendere poi a Geo passando dal borgo rurale di Terrarossa (2250 metri dalla partenza).