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"In ricordo della Pania Secca"
di Alessandro Gogna
Inverni come una volta la mamma non ne fa più... Ma anche Franco non c'è più e di gente come lui ce n'è sempre di meno.
Per ben due volte eravamo andati in 500 (e dentro in quattro) fino a Fornovolasco, uno sperduto paesino incassato, alla fine degli anni '60, nel fondo di una valle che, in zone più ragionevoli del mondo, anche allora sarebbe stata disabitata. Alla terza, eravamo almeno riusciti a partire, ed era più o meno ai primi di febbraio del 1968.
L'alba ci vide impegnati in quel budello sinistro che caratterizzò quasi tutte le tre ore dedicate per arrivare alla base del pilastro.
Anzitutto il nome di questo canalaccio: Trimpello. Ricordo una specie di tormentone, forse dovuto alla sfortuna di tutti quei viaggi a vuoto, trimpello stava per strimpello, vocabolo che ci risuonava nel cranio e che non evocava alcun suono sgraziato di strumento musicale, bensì, chissà perché, un fastidio continuo alle parti basse, più o meno la stessa molesta figuratività della parola "menata", che già allora era in gran voga.
Il tempo era bellissimo, di neve ce n'era davvero tanta e ci vollero quattro ore per arrivare dove d'estate ci si lega. Noi c'era-vamo legati già da un bel po'.
Gianni Calcagno osservava dubbioso le condizioni davvero spaventose della roccia, il fratello Lino e Nello Tasso non commentavano, ma in cuor loro erano ben decisi a scendere. Avrebbero lasciato sfogare i due più pazzi per una o magari anche due lunghezze tanto poi sapevano che il buon senso avrebbe trionfato.
Non alla prima, ma alla fine della seconda ci azzeccarono! Dopo le due o tre ore che mi furono necessarie per fare il primo tiro, quello tecnicamente più difficile, anche Gianni ed io ci convincemmo che non era il caso di insistere. Sul secondo tiro Gianni aveva dovuto ripulire la roccia centimetro dopo centimetro, perché la neve era incrostata ovunque.
C'erano delle condizioni che in seguito avrei definito "scozzesi": l'umidità atlantica era quella tirrenica della Alpi Apuane e quanto a freddo ce n'era stato e ce n'era abbastanza.
| Altro tentativo abortito nel gennaio dell'anno dopo (il quarto!), poi finalmente, ma cambiando compagni (perché quelli vecchi avevano deciso che il Canalone di Trimpello portava sfiga), mi ritrovai a dormire nella Locanda La Buca, l'unica di Fornovolasco. Non lo sapevo, ma lì, complice la figlio-letta dell'oste, avrei preso il morbillo: la cosa invece mi apparve ben chiara qualche settimana dopo. Con l'automobile di Giorgio, se non ricordo male, avevamo raggiunto il paese per la solita scomoda e tortuosa strada, ricca di pericoli oggettivi, sbarrata da massi di notevoli dimensioni ed anche esposta al tiro di ragguardevoli formazioni di ghiaccio pencolanti da neri strapiombi notturni. Nella ruvida ed essenziale locanda alcuni paesani discutevano animatamente di politica dietro a gotti di vino ed era un fiorire d'esilaranti bestemmie. |
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I nuovi compagni erano il gaudente e ottimista Giorgio Noli, l'atletico Gianluigi Vaccari, detto il "professore" e, infine, una nuova conoscenza, quel Franco Piana la cui attività cominciava a far parlare di sé nel giro degli alpinisti genovesi. E genovese lui lo era davvero, tanto è vero che il suo eloquio escludeva per principio qualunque espressione in italiano.
La lingua nazionale la conosceva benissimo, credo però che all'inizio considerasse Gianluigi e me un po' come fighetti borghesi, quindi quello era il suo modo d'imporre la sua natura "radical pop".
Vogliamo fare la prima invernale nonché prima ripetizione della via di Euro Montagna e Gino Dellacasa al pilastro sudest della Pania Secca 1711 m, una via di circa 400 metri di dislivello aperta il 7 luglio 1963.
Partiamo alle solite buie tre e mezza di notte, dai 480 m di quota di Fornovolasco. Ci sembra di essere Tuckett o Freshfield un secolo fa. Secondo Gianluigi, che le Apuane le conosceva bene, quello era davvero uno dei posti più remoti: secondo lui in questo paese d'inverno la luce del sole non supera le due ore al giorno...
Alle quattro del mattino del 26 gennaio 1969 ci addentrammo nel Canalone di Trimpello, aiutandoci con le pile frontali. Il percorso lo ricordavo bene, ma questa volta era asciutto, sarebbe stata una bellissima giornata. Più o meno a metà budello trovammo il saltino di IV grado, una bazzecola rispetto all'altra volta, e con i primi raggi del sole arrivammo alla base del pilastro.
La prima lunghezza dura, vista la mia esperienza precedente, era affare mio, ma non c'era confronto con l'altra volta. Ricordo, però, che notai l'inaffidabilità di una lastra rocciosa, davvero temibile: l'anno prima, con tutta la neve ed il ghiaccio, la bastarda si era camuffata...
Gianluigi giunse dunque alla fine della seconda lunghezza: tre chiodi lucenti ed un cordino segnavano il limite massimo raggiunto nel tentativo.
Si era instaurata una bella collaborazione. Gianluigi ed io davanti, Franco e Giorgio dietro a schiodare (ma anche eventualmente pronti a darci il cambio).
Soprattutto Giorgio era scatenato: sollazzava il secondo di turno della prima cordata con il racconto d'esperienze amorose (non capivo bene se reali o fantastiche) cui lui si sottoponeva con entusiasmo e ripetutamente. Era così tranquillo mentre declamava che riusciva a fare del pornoalpinismo anche nelle posizioni più assurde, un piede nella staffa e la mano abbrancata ad un ciuffo d'erba. Franco commentava a modo suo e stimolava con battute graffianti e molto "genovesi" la creatività del meno giovane Giorgio, una vita, sembrava, spesa negli accoppiamenti improbabili.
Intanto Gianluigi, girato uno spigolo, si ritrovò in un diedro completamente intasato di neve e ghiaccio e anche vetrato, perché in ombra: 25 metri di difficoltà altrimenti classiche furono superati con sette chiodi in circa quarantacinque minuti.
Gianluigi scriverà poi su Rassegna Alpina: «Un'aerea crestina nevosa interrompe brevemente la serie di passaggi e consente di osservare l'intorno. Veramente strane queste Apuane. Non superano i duemila metri, ma cominciano quasi da zero. Intricatissime, solcate da gole profonde. Cosparse da antichissimi paesini, abitati da gente forte ed ospitale. Interessanti d'inverno, quando innevate offrono vie di notevole impegno con dislivelli considerevoli. Siamo nuovamente ad ovest. Nella neve e nel ghiaccio. Un camino da superare in spaccata. Poi una terrazza con tanta neve. Gli ultimi due tiri in pieno sud e al sole li percorriamo insieme, ridendo e discorrendo. La roccia non è molto buona. Gli appigli ogni tanto cedono, ce li passiamo gentilmente e li lanciamo nel vuoto; intanto dietro non c'è nessuno. Chissà quando verrà ripetuta questa via».
In cima arrivammo alle sedici, in piena luce calante. Non ci fermammo che qualche minuto, poi ci buttammo giù verso il Rifugio Pania (oggi Rossi) in quella atmosfera da crepuscolo che ti rimane stampata nella mente.
I pendii erano innevati, ma si scendeva bene. Il problema era che, dal rifugio, avremmo dovuto risalire, altro che scendere!
A passo di carica e abbastanza assetati raggiungemmo la costruzione del rifugio. Desolante: il serbatoio di raccolta dell'acqua piovana era pieno di neve e ghiaccio! E quel giorno ci doveva essere stata molta gente a scalpicciare intorno: qualcuno aveva defecato lì accanto.
Bisognava far presto. Era assolutamente necessario raggiungere con la luce almeno il Passo degli Uomini della Neve, quasi a 1700 m, una specie di spalla della Pania della Croce, punto di passaggio obbligato per raggiungere la Foce di Valli e da lì poter scendere a Fornovolasco.
I valligiani si recavano un tempo negli anfratti della Borra di Canala, dove la neve resisteva anche in piena estate, e da lì la trasportavano a spalla fino a Fornovolasco e poi Gallicano. Il sole sparì all'orizzonte della ben visibile Corsica proprio quando raggiungemmo il passo.
Riaccendemmo le frontali molto al di sopra della Foce di Valli, poi ci fu una navigazione buia, tra civette e gufi esagerati, fino alle 19.30, ora in cui vedemmo la tenue illuminazione del nostro paesino di partenza.
- È andata bene la passeggiata? - ci accolse lieta la padrona della locanda.
- Certo che è andata bene... belin, e come doveva andare? - le rispose in italiano Franco.
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