
|
|
|
Una salita all'Aiguille Noire de Peuterey
Testo e foto di Luigi Carbone

Aig. Noire de Peuterey - Cresta Est con il tracciato superiore della via
|
La notte del 26 luglio 1998 ci era arrivata addosso rapidamente. Da ore stavamo scendendo su terreno impervio e spesso esposto, alternando arrampicata e calate in corda doppia. Alle 22 e 30 i nostri compagni avevano alzato bandiera bianca. Era già molto buio e, benché fossimo a circa un’ora dal termine delle difficoltà, avevano preferito predisporsi al bivacco lì dove si trovavano.
Io e mio fratello Andrea, no. La mèta ci sembrava troppo vicina per fermarci. Avevamo proseguito ancora un po’, cercando alla luce delle frontali i pezzi di carta rossa lasciati all’andata come Pollicino. Il ghiaione era lì, circa trenta metri più in basso. Un’isola deserta per due naufraghi.
Sapevo che, da qualche parte, c’era l’ancoraggio per l’ultima doppia. Però il chiodino nero visto all’andata giocava a nascondersi troppo a lungo. Decidemmo anche noi di fermarci, di passare una notte all’addiaccio, a distanza ridicola dal sentiero, per non rischiare troppo. Erano le 23 e 30 ed eravamo in movimento dalle 5 e mezza. Devo ammettere che mi sentii quasi contento: finalmente ci potevamo fermare, su una cengia, piccola ma comoda, sotto uno stellato primordiale. In quel momento non mi importava più la rocambolesca rinuncia alla vetta, la discesa oltremodo lenta, la tensione della giornata. Mi sentivo in sintonia col luogo e, soprattutto, ero stanchissimo.
Ci addormentammo come bambini. La mattina dopo, tutti quanti riuniti e bagnati dall’acquazzone antelucano, trovammo facilmente il chiodino nero e ci calammo.
|
Il pomeriggio del 26 luglio 2007 è ardente. Il sole picchia senza pietà sulla testa di Giulio e sulla mia. Solo in questo momento penso alla strana coincidenza delle date. Se me ne fossi accorto prima, forse avrei insistito per non partire, per rimandare... Salgo la ferrata per il rifugio Borelli un po’ oppresso. So che il nuovo tentativo alla Noire sarà lungo ed impegnativo, soprattutto psicologicamente. Una porzione di quella sofferenza la sto masticando in anticipo, forse perché conosco già il teatro dell’impresa o perché sono qui principalmente grazie alla determinazione del compagno.
La capanna, costruita sul fianco del monte scavando la viva roccia, è accogliente ed essenziale. La gestiscono i volontari del CAI Capiago (Como), che, benché la proprietà sia del Club Alpino Accademico, si prestano con turni settimanali per ricordare un amico legato a questo luogo. Il loro vincolo affettivo col rifugio permea l’aria che si respira e si trasmette anche a noi.
Riesco a rilassarmi un poco, mentre Giulio non mostra tensioni particolari.
Apprendiamo senza stupore che quest’anno nessuno ha salito la via normale della cresta est. Da queste parti passano quasi esclusivamente alpinisti tosti, che scalano la classica, difficile e lunghissima cresta sud. Usano la normale solo per la discesa, a volte perdendosi nel labirinto di canali, cenge, ometti, ancoraggi e tracce di passaggio.
Il nostro itinerario invece, benché consenta di salire con difficoltà contenute una vetta tra le più prestigiose, è in disuso: complicato e difficile per gli inesperti, è troppo facile e detritico per i bravi. Appropriato il commento della guida Cai - Touring di Buscaini: “salita troppo lunga e complessa per essere considerata remunerativa”.
Tuttavia, poiché Giulio ed io siamo abituati agli itinerari fuori moda, faticosi o con roccia incerta, spero che sapremo scovare lassù la “remunerazione” che sembra così difficile da trovare.
Partiamo col buio, intorno alle 4.30, ed arriviamo all’attacco alle prime luci. Quasi subito rivedo con una certa commozione la cengia del bivacco. Si replica la strategia di Pollicino, stavolta usando strisce di carta bianca. Nel 1998 eravamo arrivati piuttosto in alto, a circa 3400 metri, sbagliando strada un paio di volte. Ho buona memoria, e riusciamo ad arrivare al punto critico, un canale di placche lisce allora completamente ricoperto dai residui di una grande frana, senza errori ed in un tempo contenuto. Le corde per ora rimangono nello zaino.
Nove anni di pioggia e neve hanno ripulito a sufficienza il canale. Sento che così anche la mia testa si ripulisce da buona parte dei pensieri che la occupano. Verso i 3500 metri bisogna tornare in cresta salendo un diedro di terzo grado abbondante.
Ci leghiamo e parte Giulio. Il fondo del diedro è completamente foderato di neve e grandine compattata, così da aumentare le difficoltà. Pensiamo anche di avere imboccato il solco sbagliato ma, terminato il tiro con qualche patema, troviamo tracce che ci confortano. Ora che siamo su terreno sconosciuto, lo sforzo per individuare l’itinerario migliore si intensifica. Forse anche per questo l’altimetro sale con riluttanza, mentre l’orologio accelera decisamente.
Procediamo di conserva, l’inclinazione aumenta e la qualità della roccia peggiora. Mi accorgo che, stimando un’ora e mezza per la vetta dal punto massimo raggiunto nove anni fa, ho peccato di ottimismo.
Il mio umore e la mia lucidità scivolano a livelli di guardia. Una serie di traversate esposte e di ripidi gradini ingombri di pietrisco ci portano finalmente in vista della Madonnina. Quando la raggiungiamo sono passate sette ore e tre quarti dalla partenza. Mi sento strano, osservo come uno spettatore esterno noi due finalmente in cima. I gesti che faccio - mangiare qualcosa, far su la corda, scattare foto - sono meccanici, quasi involontari. Anche le strette di mano e la gioia sono dell’automa che mi possiede. Non riesco a farmi venire in mente qualcosa di rasserenante. Prima penso a mio fratello che, con grande disappunto, ha dovuto rinunciare a questa salita per disturbi fisici. Poi stimo l’immensa vastità della discesa che ci attende, avvertendone fisicamente la pendenza. Infine percepisco la distanza siderale che ci separa da qualsiasi forma di comoda vita civilizzata.

In vetta: l'automa che mi possiede.
|
Quando Giulio mi dice saggiamente “siamo solo a metà dell’opera”, stento a ricacciare in gola un ululato d’angoscia. Qui entra in gioco l’esperienza. Mi concentro sui concetti base: le scene isteriche non sono ammesse, la discesa si fa un passo per volta, ci metteremo il tempo che ci vuole... Passo cioè in rassegna quelle perle di saggezza che, in più di una situazione, io stesso ho propinato a compagni in difficoltà. Come una specie di mantra nepalese, piano piano la litania fa effetto. Riesco perfino a gustarmi alcuni dettagli: la testa della statua sforacchiata dal fulmine, la vista ravvicinata sulla calotta nevosa dell’Aiguille Blanche, il gusto familiare di un biscotto, la ricerca di un cimelio per il museo. Che fosse solo stanchezza? Infine chiedo a Giulio di scendere stando vicini. E’ una richiesta un po’ sciocca, come se qui si potessero fare fughe solitarie, ma mi accorgo che lui capisce il mio momento di debolezza e questo mi basta.
|
Cominciamo la discesa. Diamo la caccia alle numerose strisce di carta piazzate nei punti strategici con vero piacere, non solo perché ci indicano la giusta via, ma anche perché sono i soli segni umani in questo oceano di roccia. Ora assaporiamo fino in fondo il lusso di avere due sottili corde da 50 metri. Alternando arrampicata ed alcune calate lunghe ci lasciamo alle spalle la cuspide finale, verticale e fatta di rocce molto instabili. Si rende poi necessario un tiro in un traverso precario e molto esposto per riafferrare la cresta.
Torno a sentirmi veramente bene, ma me ne rendo conto solo quando mi capita di dover aspettare il compagno. Sotto i 3400 metri ritrovo i luoghi tante volte ripassati a memoria in questi anni. La solidità della roccia aumenta e, di quando in quando, mi sorprendo a godere dei passaggi. Saltuariamente un boato richiama la nostra attenzione: è un seracco del ghiacciaio della Brenva che, laggiù in basso, si sfracella sulla “pierre à moulin”. Altre volte è la tecnologia ad irrompere: su questa montagna c’è ovunque campo telefonico e, poiché Giulio ha comunicato il raggiungimento della vetta, arrivano quattro o cinque chiamate di felicitazioni. E’ strano il contrasto tra le telefonate amichevoli che ci inorgogliscono e la concreta consapevolezza di essere ancora invischiati fino al collo in questa discesa impegnativa.
Il nostro sodalizio funziona a meraviglia, come un meccanismo oliato. Individuiamo le tracce lasciate, interpretiamo il terreno, scendiamo in arrampicata o in doppia fino a raggiungerle. Purtroppo la velocità delle lancette non accenna a diminuire, vanificando così il buon proposito di essere al rifugio per ora di cena. Sfruttando il telefono avvertiamo i custodi di un probabile ritardo, tranquillizzandoli sull’esito della nostra salita. Un po’ di stanchezza ci intorpidisce e monta la voglia di togliersi l’imbrago, di ritrovare prospettive più vicine all’orizzontale. Il nostro desiderio viene infine esaudito, in ultimo con la collaborazione del solito chiodino nero, grazie al quale caliamo sul ghiaione. Sono passate sei ore e tre quarti dall’inizio della discesa. Bacio il terreno, abbraccio Giulio e, dopo una sosta veramente assaporata, insieme rotoliamo a valle.
L’arrivo alla capanna avviene dopo le 20 e 30. Gli amici custodi ci attendono con l’acqua che bolle sul fuoco, festeggiandoci come se tornassimo vittoriosi dal Nanga Parbat. In giornata ci hanno seguiti coi binocoli nel tratto finale e sono saliti per solidarietà fino all’attacco. Ci offrono quindi di dormire nel loro stanzone, per non essere disturbati da quattro alpinisti in partenza nottetempo per la cresta sud. Questo atteggiamento affettuoso e partecipe mi stupisce e commuove. Finalmente ci si rilassa, raccontiamo la nostra salita ad una cordata russo - belga interessata al percorso di discesa (fascino dell’ambiente internazionale!). Mi premio con un bicchierone di vino.
Il nostro movimentato ed impegnativo soggiorno quassù si conclude al mattino successivo, con una prima colazione consumata nel più alpinistico dei dehors.
Non avrei mai pensato che una salita tecnicamente così facile potesse procurarci tanti attestati di stima quanti quelli ricevuti nei giorni successivi. Forse, col tempo, riuscirò a convincere anche me stesso di aver compiuto realmente un’impresa.
Confesso però che, nel mio intimo, ho cominciato a provare vera soddisfazione solo molti, molti giorni dopo il ritorno a casa.
|

Prima colazione consumata nel più alpinistico dei dehors. Stiamo per tornare a casa.
|
Scheda riassuntiva
Aiguille Noire de Peuterey m. 3773 (Gruppo del Monte Bianco) via normale per la cresta est (E. Allegra, H. Brocherel, L. Moussillon, 27 luglio[!] 1902)
difficoltà: AD-, massimo III+
dislivello: 1450 metri (300 di sentiero + 1150 di roccia)
sviluppo: immenso
tempi dichiarati: 5-7 ore per la salita, 4-5 ore per la discesa
tempi effettivi: 7.45 per la salita, 7.15 per la discesa, poco più di un'ora di soste totali
attrezzatura utilizzata: due corde gemelle da 50 metri, moschettoni, nuts, molti cordini, un martello-piccozza e alcuni chiodi (due utilizzati), discensore, casco, imbrago, pedule da trekking.
punto di appoggio: Rifugio Borelli (o della Noire) m 2325, raggiungibile mediante via ferrata in circa 2.30 dai casolari di Peuterey m 1504 (Val Veny - Courmayeur)
27 luglio 2007 - Luigi Carbone e Giulio Gamberoni
|
|