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ANNUARIO 2008

Pensieri in libertà dalla vetta della Besimauda
Testo e foto di Enrico Burchielli



La vetta della Besimauda
Grandioso! Cos’altro si può dire del panorama che si gode da quassù? Lo sguardo ed i pensieri possono spaziare all’infinito, liberi di rincorrersi a vicenda, senza limiti, come in una gara frenetica ad arrivare prima dell’altro sulla vetta prescelta.
E’ così facile, per loro, raggiungere insieme le lontane Orobiche, che appena si intuiscono nella velata foschia, e subito dopo posarsi piano, in punta di piedi, quasi in soggezione, su quei bianchi e luccicanti giganti, che si stagliano eleganti e maestosi laggiù, dove la pianura finisce: il massiccio del Rosa, il Cervino, il Gran Combin, il Monte Bianco.
Eccoli soffermarsi sul Monviso, richiamati e catturati dalla sua sinuosa melodia, inconfondibile sempre, in ogni luogo, che ognuno di noi ha sentito e conosce bene, così forte, dolce, emozionante.
Quello é il Matto, ne sono sicuro. Lo sguardo é subito colpito da quelle creste, da quella massa imponente, da quelle cime; ma il pensiero é già là, questa volta é arrivato prima: quanti ricordi, e un pezzetto del mio cuore di mezza età che ha deciso di trovare casa, per sempre, lassù.
Il gioco continua sull’imponente complesso roccioso della Serra dell’Argentera e sulle solenni cime che da ogni lato sembrano proteggerla – mi ritrovo, con Laura, a consumarmi le unghie sulla liscia parete del Corno, e Giulio, là davanti, che ci tira – sulla Cima dei Gelàs – frammenti del Corso che riaffiorano – sull’appuntita piramide del Frisson – ti ricordi, Sergio, eravamo là, con Flavio, un paio di mesi orsono – sulla Rocca dell’Abisso – ce lo siamo davvero guadagnato, caro Fla, quello sperone.

Volgendosi a Sud, ecco le nostre Liguri, splendide, fra cui emergono il Gruppo del Marguareis, con i suoi spettacolari canaloni, il fiero e compatto Mongioie, la vetta aguzza e sottile del Pizzo d’Ormea, il bel Mondolè.
Gli occhi, il cuore, la mente; pensieri in libertà, ricordi che affiorano.
Vette raggiunte, vette desiderate, vette di sogno, vette...di casa: non é forse il Tobbio quello che si intravede laggiù, a est, verso il mare?
Incredibile! Mi era stato raccontato questo spettacolo, ma non ero riuscito ad immaginare tanto.
Eppure, quanto tempo ho aspettato, chissà perché, prima di salire quassù.
E già che sotto ci sarò passato decine e decine di volte, quasi sempre, però, distratto dalla salita di maggiore impegno, dalla cima ‘più prestigiosa’ cui mi stavo, al solito, dirigendo.
Ma lei, la Besimauda, era sempre lì, paziente, semplice e imponente, con quelle sue cime gemelle, che la leggenda racconta essere opera del diavolo. E così, ogni volta, ci scappavano l’occhiata, il proposito e l’impegno, con la frase di rito: “vedrai, il prossimo inverno...”.
Ma gli inverni si susseguivano, anno dopo anno, e la salita alla Besimauda non arrivava mai.
Ma oggi sono qui, insieme agli amici Francesco e Sergio, e sto assaporando pienamente la bellezza, l’armonia e la quiete di questo posto.
E’ una tersa giornata invernale dei primi di gennaio: il cielo é intensamente blu e l’aria é frizzante per via di quei sei gradi sotto lo zero che ci hanno accompagnati per tutta la salita. Un sole pallido e lontano é appena riuscito a riscaldaci durante il cammino, ma qui, sulla vetta, dobbiamo dar fondo a tutte le maglie che troviamo nello zaino.
Sono felice di essere quassù. Che emozioni forti e sentimenti profondi riesce ogni volta a donarti la montagna!
Durante il percorso, in genere, si chiacchiera, ma non troppo; i discorsi, più frequenti all’inizio, lasciano sempre più spazio al silenzio, in cui ciascuno sembra procedere solo, con i propri pensieri.
Ma quando arrivi in cima, se hai quel pò di fortuna che consente alla vista di perdersi all’orizzonte, allora é una vera esplosione: il cuore e la mente ti abbandonano, e tutti i sensi si tuffano all’unisono in un universo fatto di luci e di ombre, di forme e di colori, di suoni e di silenzi, di presenze e di assenze, di commozioni, turbamenti, ricordi, ...sogni.
E la Besimauda non é stata da meno.

C’é voluta, però, la partecipazione di Francesco! Come spesso mi ha detto: “Le gite dobbiamo programmarle, organizzarle e realizzarle insieme, se vogliamo essere certi della loro riuscita”.
E in fondo, pur nello scherzo, ha ragione: lui ed io, insieme, siamo sempre riusciti, per ora, a concretizzare i nostri programmi e a raggiungere la meta prefissata. Quando ci siamo divisi, é capitato, a volte, di tornare con le pive nel sacco.
Francesco é un amico, e per me é sempre un piacere fare una gita con lui; e così Sergio, e sono pertanto contento che possa inebriarsi con noi del fragrante aroma di questa giornata.
In montagna é bello andare con gli amici, perché é con gli amici che si devono condividere, sempre, le cose che più contano, nel bene e nel male.
Preferisco salire con un amico sul Tobbio, che non scalare una montagna prestigiosa con un compagno occasionale, per via di quella confidenza ed intimità che solo con il primo riesco ad avere, sì che basta un’espressione degli occhi, una frase appena accennata, per comunicarsi un’infinità di cose, per trasmettersi un’oceano di emozioni.

Il Tobbio, dicevo...Sono anni che mi dedico, con passione, alla salita del nostro Appennino, e mi sento di affermare, con assoluta convinzione, che anche qui ci sono dei monti di particolare bellezza. Penso alle Figne e al Taccone, così amati dal caro Mauro, al Tobbio, per l’appunto, isolato e perfetto, al Poggio, d’inverno, con la neve, alla severa Punta Martìn, così frequentata da noi genovesi, all’Argentea e ai suoi ardui contrafforti rocciosi, al Rama, magnifico e notevole, alla cuspide rocciosa del Bric Camulà.


Foto di rito in vetta per Enrico, Sergio e Francesco
Penso, semplicemente, ai miei Forti, di cui conosco anche il piccolo sasso, per averli saliti da ogni lato e percorsi in lungo e in largo centinaia di volte. Penso all’Alpesisa e al Bano, le cui linee seducenti hanno accompagnato, quotidianamente, per lunghi anni, i miei viaggi di giovane studente, sul trenino di Casella. Penso alle Rocche del Reopasso, a quelle forti emozioni e ai primi brividi da climber in erba assaporati, appena ragazzino, sul ruvido conglomerato della via ferrata Deanna Orlandini. Penso all’Antola, regale e superbo, che amo raggiungere, per tradizione, almeno una volta all’anno, nei giorni che seguono immediatamente il Capodanno. Penso al Carmo, alla sua bella sommità a forma conica e a quel tramonto mozzafiato di una sera di inizio dicembre di qualche anno fa, che ancora oggi, a volte, mi torna forte alla memoria, malinconico e suggestivo. Penso all’Alfeo, gigante fiero e solitario della val Trebbia, che ricordo di avere salito, anni or sono, in una limpida giornata di fine autunno, con la neve che mi sfiorava le ginocchia. Penso, certamente, alla vetta nobile e straordinaria del Ramaceto, che io considero fra le più belle dell’Appennino Ligure, su cui ogni volta cedo con piacere alla tentazione di ricavarmi un piccolo spazio, solingo e silenzioso, ove “fermarmi, per un attimo, con loro, a sognare di cime fantastiche”.
Altri, ancora, spingono, premono, fanno ressa, cercando di trovare spazio, con forza, fra i miei ricordi, per comparire, anche loro, in questo breve escursus della memoria e vedersi riconosciuta, almeno qui, una propria dignità ‘di rilievo’. Riconosco, fra i tanti, l’Ebro, così lontano e misterioso, il profilo gibboso e oscuro del Liprando, il Croce dei Fò, un occhio al mare e l’altro alle valli dell’interno. Intravedo, nella foschia, le note forme del Lavagnola e della sua grande piramide di vetta e, appresso, i tratti marcati e decisi del Caucaso.
Ecco apparire il Gifarco, appartato nelle sue malie, il Manico del Lume, chiaro, roccioso e scosceso, il Treggin, rosso e appuntito nelle ultime luci del giorno. Ecco, ancora, l’Aiona, grave ed esteso, i lineamenti slanciati e distinti del Penna, la lunga cresta terminale dello Zatta e la mole potente del Gottero, barbaro ed estremo. Per ognuno di essi un pensiero, un’immagine, un’emozione.
Nella mia vita ho imparato a non trascurare nulla, ad apprezzare appieno anche le cose più semplici, che, in fondo, sono il nostro vero tesoro, giorno dopo giorno. Trovo piena soddisfazione nella salita ad un quattromila, quanto nella lunga cavalcata su cresta nelle Marittime o nell’ultimo passo che mi conduce su di una cima vicino a casa: prove ed esperienze di spessore differente, ma emozioni e sensazioni intense, di qualità, da conservare, sempre. A volte, in un pomeriggio invernale, avendo un paio d’ore a disposizione, salgo con il mio cane, Artù, fino alle rovine del Fratello Maggiore o al vicino Pesin (Fratello Minore), da cui si può respirare a pieni polmoni la brezza di uno spettacolare ed emozionante tramonto, laggiù, lontano, sul mare. Altre volte, mi piace rimontare il sentiero che conduce su, al rifugino, insieme ad Antonella, col nostro bimbo nello zaino, a contemplare le nebbie, che spesso, in autunno, nelle prime ore della sera, si alzano e piano piano vanno a sommergere e nascondere il Fasce, il Moro, i Forti e, qualche volta, addirittura la Guardia. Cosa posso volere di più? Lafelicità è data dalle piccole cose, dalla serenità.
Gli amici mi riportano al presente: c’é da scrivere qualcosa sul quaderno di vetta, le ultime foto e bisogna iniziare la discesa, perchè le ore di luce, ormai, sono proprio poche, e quella che ci aspetta non sarà proprio una passeggiata.
Un ultimo piccolo grande gesto mi attende: come ogni volta, da allora, costruisco sulla cima un piccolo ometto, puntato verso il cielo, ancora per te, per sempre, amica mia. E’ già l’ora di tornare a valle: questa gita sta per finire e, con essa, pure la giornata sta volgendo al termine, con il suo raccolto di allegria, spensieratezza e soddisfazioni, ma anche di stanchezza. Perché anche questa escursione, come al solito, ce la siamo proprio guadagnata e quella che doveva essere una tranquilla camminata, ci ha mostrato, invece, con la condizione invernale, il suo aspetto più insidioso.
Già questa mattina, dopo avere lasciato Chiusa di Pesio ed avere raggiunto l’abitato di Pradebuoni, abbiamo dovuto forzatamente desistere dall’idea di arrivare con l’auto fino alla località Le Meschie, a causa del ghiaccio che rivestiva intieramente la strada.
L’avvicinamento si é, pertanto, rivelato più lungo di almeno un paio di chilometri, da percorrere, poco piacevolmente, su strada ghiacciata, con una temperatura di -6°.
Neve e ghiaccio sono stati la costante anche del successivo tratto che conduce all’ampia Sella Morteis, dapprima su strada sterrata e, nella seconda parte, lungo il sentiero che attraversa un bel bosco di larici, faggi e abeti.
Guadagnata poi l’ampia conca dei Gias Pravine, abbiamo risalito il ripido sentiero che, attraverso la Costa della Mula, ci ha fatto raggiungere la base della pietraia sommitale, il cui superamento ci ha richiesto una grande prudenza, per via del vetrato che rivestiva ogni masso e ci ha costretti a prestare una particolare attenzione ad ogni passo.
Dopo l’ultimo pendio, piuttosto ripido, di massi accatastati, abbiamo toccato, dopo circa tre ore di salita, la cima principale e la croce di vetta e, da qui, potuto godere un panorama veramente grandioso.
Ci rimarrà il piacevole ricordo di una gita pensata un pò così, tanto per sgranchire le gambe dopo il periodo festivo, di inattività e di qualche abbuffata di troppo, che si é rivelata, con sorpresa, generosa dispensatrice di doni inattesi.
In conclusione, un suggerimento, per chi già c’é stato e per chi non ancora: “Provate, in una tersa e frizzante giornata invernale, a salire lassù, un’occhiata attorno, e vedrete, i pensieri... ”


pagina aggiornata il 22/07/2009
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