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ANNUARIO 2008

Marco Scenone, alpinista "selvaggio"
di Maria Grazia Capra



In vetta al Mera Peak
Guarda che spettacolo! Il Makalu… e là, eccolo, è lui, l’Everest… sì, sì guarda la parete del Lothse… ma qual’è il Baruntse? Sì forse è quello là… il Cho oyu… che bello, dai fammi una foto… ma sai che forse laggiù, lontano, può essere il Kangchenjunga… sì, sicuro… è altissimo… ma guarda anche il Chamlang, che vetta! Dai troviamo il Pumori, l’Island Peak, ma dov’è? Ed il colle Amphu? Forse è là. Dai che ce la facciamo, non c’è troppa neve!
Occhi lucidi, abbracci, tante foto, entusiasmo, adrenalina ed autostima al massimo in una favolosa mattina di sole e di cielo quasi nero. Ma soprattutto una grande soddisfazione che si legge viva negli occhi del nostro sherpa Kamcha. Un gruppo di quattordici persone che hanno tutte raggiunto la cima, e bene anche, in poco più di cinque ore, senza malesseri di montagna, senza tentennamenti in un ghiacciaio ricco di trenta centimetri di neve fresca caduta il giorno prima, eppure…

Guardo da lassù la lunga valle dell’Hinku, che si stende serpentina verso le brume di fondovalle, e ricordo in un attimo i nostri dieci giorni di cammino in un ambiente dapprima ripido e selvaggio, poi severo ed incombente lungo un difficile fiume che va a morire nella morena ghiacciata del Mera La. Tutto nuovo per me, nonostante i miei passati trek nel Mustang, Khumbu, Sikkim e Island Peak. Poi non facile è stato il vivere lungo quella valle i cui villaggi sono di rade case, pochissime delle quali adattate ad improbabili lodge monolocali dal pavimento inesistente e da recenti e scarsi negozietti dove però si trova lo stretto necessario. E neanche è stato facile convivere, per noi, in tenda, con un tempo che non ci è parso usuale e non consono alle lunghe “serenate” dell’ottobre nepalese: così, quando le nevicate del pomeriggio e della notte ci coprivano la tenda, sotto l’imponente parete del Mera, più di una volta la speranza della vetta e del colle ci venne a mancare. Ieri pomeriggio, al campo alto, già sul ghiacciaio, siamo arrivati frastornati da almeno quattro ore di nevischio, nebbia e vento buttandoci bagnati poi in tende storte e mal messe. Ma oggi è tutto dietro le spalle, nessuno pensa più ai pochi momenti di difficoltà, oggi si incassa e la soddisfazione è più alta di quando si ritirano i Bot dalla banca, oggi ci sentiamo piccoli dei eppure…
Sono passati quattro giorni e mi trovo al passo Amphu Lapcha, a circa 5870 metri, in un ambiente tutto bianco, nero e blu cobalto scuro, stracolmo di luce e calore che senti entrare in tutti i pori del poco corpo scoperto. Da stamattina lottiamo con una ripida salita a questo colle, fatta tutta su e dentro un ghiacciaio di immensa teatralità, zigzagando tra muraglie di ghiaccio arabescate da pinnacoli che paiono cristallo, alte quinte di un teatro lucente come un diamante, che contrasta ma si sposa perfettamente con la marea di vette appuntite, di creste affilate, di pareti nere ed immense. Ci troviamo stupiti esattamente di fronte ad una delle pareti più alte del mondo e francamente terrificante, il Lothse, dietro al quale spunta un Everest che sembra una dolce mammola col pennacchio. Ci aspetta una discesa, adesso sì, difficile, non tanto per noi occidentali forniti di semplici ramponi e piccozze, ma per i portatori forniti di spaghi arrotolati sulle scarpe da ginnastica, poi, laggiù, il bengodi della valle del Khumbu. Eppure…
Eppure siamo rimasti in tredici e, come in un bollettino di guerra, tre di noi stanno camminando con varie dita dei piedi congelate ed altri tre si guardano dita nere delle mani con grande apprensione; ed ancora ho nell’orecchio il frullio dell’elicottero che tre giorni fa ha portato a Kathmandu un entusiasta amico che mi ha aspettato mezz’ora in vetta. Dieci dita congelate, dure, nere, morte. Il tutto quella notte ed in poche ore. Una bella impresa, una grave tragedia.
Due mesi dopo decido di scrivere un qualcosa che più di un racconto vuole avere il senso di un’esortazione, di un forte appello mirato a ricordare che la montagna è da sempre e sarà perennemente severa. Penso che in questo momento a Torino, a Bologna, a Milano e in Friuli c’è chi si sta curando dita di mani e piedi rovinate ed insensibili mentre a Genova si guardano due mani interamente amputate di due falangi. Bilancio troppo esagerato, pesante e non accettabile.
Mille domande e mille considerazioni hanno riempito questi mesi: il Mera Peak è tecnicamente facile, il freddo di quella notte non fu esagerato (-25 o -30 al massimo), il gruppo era giusto perché tutti e quattordici arrivammo in vetta (cosa eccezionale), la giornata bellissima e senza vento, il soccorso avvenuto in tempo giusto (telefono satellitare indispensabile!), l’assistenza degli sherpa e dell’agenzia nepalese perfetta, ed anche di Avventure nel Mondo, che si è accollata la spesa dell’elicottero (4 mila dollari) e dell’assicurazione…
Ed allora che è successo? E, soprattutto, perché?

Ricordo prima di partire che, forte di quarant’anni di esperienza in montagna, dissi che erano fondamentali i guantoni a muffola e gli scarponi in plastica da ghiacciaio ed un qualche piccolo esame sulla propria circolazione ed ossigenazione, e tenevo in mano un foglio del “cosa mettere nello zaino”, un foglio che se veniva osservato pienamente poteva dare la possibilità di calcare quelle montagne in piena sicurezza. Ma tutti si pensava al mal di montagna come massimo problema! Invece poi vedemmo guanti a 5 dita stretti intorno ai bastoncini e scarponi costosissimi in pelle, stretti e fatti per arrampicare e non per vagare nei ghiacciai. E sentimmo prima tanti “ma io non ho mai sofferto il freddo”, “alle mani non soffro”, “con queste scarpe sono andato da tutte le parti”, tutti fatti, discorsi ed eventi che si sono svolti tra persone altamente maggiorenni, forti e motivati ma che hanno peccato in sottovalutazione ed ignoranza di ciò che è la montagna.

Penso al gruppo… C’erano due donne che ogni anno fanno il trofeo “Mezzalama”, chi conosceva l’8A su roccia, chi passava la vita sulla bici o in maratone, chi ha calcato in velocità tutti i sentieri delle Alpi, chi ha seguito famose spedizioni…ma poi ad avere una decennale conoscenza della Montagna e dell’Alpinismo classico eravamo in tre. So bene che da anni è sempre più facile da parte di tanti il frequentare e raggiungere queste vette: è una gran bella cosa, facilitata da benessere, internet, tecnologie satellitari e materiali sofisticati. Ma la montagna è la stessa di migliaia di anni fa, una bestia bellissima ma mutante e pericolosa. E, siccome tutti eravamo soci del CAI, ancora chiedo, con un tocco di sottile polemica: siamo tranquilli che Esso, nelle sue sedi, con i suoi corsi, le sue pubblicazioni, le sue innumerevoli attività, riesca ancora e veramente a dare un’idea giusta e completa di ciò che si trova e si prova lassù, tra ghiacci, creste e vento, occupato così tanto a promuovere e focalizzare altri tipi di sport ed attività socio-culturali? Se così non fosse, sarebbe disattendere al punto primo e fondante del suo esistere.
Tuttavia io, sessantenne e tra quelli indenni, dico con forza di andare a fare questo stupendo giro tra le montagne più belle della terra, il più completo che abbia mai fatto, ma, non sottovalutare, non sottovalutare, non sottovalutare mai.
La montagna è severa e non perdona.



pagina aggiornata il 22/07/2009
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