
|
|
|
La materia dell'invisibile e la psicologia dell'alpinista
Le significative considerazioni di un relatore del Festival della Scienza
di Giuseppe Saglio
L’avvento dell’età moderna ha portato al superamento delle posizioni antropocentrica e geocentrica e ha aperto la visione su inaspettati orizzonti. La Terra non è più apparsa come un pianeta immobile, collocato in una posizione centrale del sistema solare. L’uomo si è reso conto allora di appartenere a un sistema naturale dinamico in continua evoluzione e di essere diventato, nello stesso tempo, interprete e spettatore di quello scenario. A partire da quel momento si realizzò il bisogno di conoscere lo spazio intorno e iniziarono le grandi esplorazioni. Con il Grand Tour, itinerario-esperienza di conoscenza del paesaggio e di se stessi, i viaggiatori arrivarono alle Alpi e incominciarono a guardare le montagne. Nei primi decenni del XVIII secolo, Albrecht von Haller, un giovane svizzero, dopo aver attraversato le montagne bernesi, compose il poemetto Le Alpi, un’opera che insegnerà, per quei tempi, a volgere lo sguardo alle montagne. Sembrerà una svolta e costituirà il fondamento di una nuova estetica alpina, anche se gli occhi del poeta non saranno inondati dalla categoria del sublime e non riusciranno ancora a vedere con la profondità dello spirito. Si fermeranno all’incantamento, alla visione estatica della contemplazione della natura, al fascino incommensurabile della superficie visibile. Ma per l’epoca era già abbastanza e fu sufficiente a strappare il sipario. Alla vista del Monte Bianco, de Saussure, Balmat e Paccard e tutti coloro che vennero in seguito, trovarono nuovi significati per salire in alto. Sarà quella sorprendente articolazione tra il fare e il pensare, quella continua oscillazione tra il dare forma e l’immaginare, quell’imprevedibile alternarsi della materialità e della sua assenza, a creare i fondamenti e le ragioni del nascente alpinismo. La grandezza illimitata della natura e gli stretti confini della fisicità dell’uomo avrebbero potuto essere riconsiderati alla luce della sua capacità di pensare: ciò che non si può fare si può immaginare. Un’attività, quella alpinistica, sospesa tra mondo interno e mondo esterno, tra risorse individuali e ambientali, tra percezione soggettiva e oggettiva, tra gioco e passione, tra fuga e ritorno, tra avventura e pericolo, tra fine e inizio. L’uomo avverte così il bisogno di raccogliersi nella propria persona, in una costituzione identitaria, ma riconosce anche la necessità di abbandonarsi alle cose del mondo, di aprirsi e di dissolversi in un’appartenenza cosmica, di uscire dai confini stretti del corpo e di accogliere l’infinito naturale, di abitarlo e di essere attraversato dallo stesso respiro.
Ritroviamo la rappresentazione di queste idee in un dipinto del pittore romantico Caspar David Friedrich del 1818: Le bianche scogliere di Rügen. Un’immagine che ritraduce con molta intensità i rapporti antinomici tra materialità e astrazione, tra la precisione del guardare e l’ineffabilità dello sguardo. Su un promontorio posto davanti alla distesa del mare riconosciamo tre figure: un giovane uomo in piedi, voltato di spalle, guarda la linea dell’orizzonte. Vicino a lui, inginocchiato, un altro uomo, più anziano, osserva e raccoglie piccole foglie, fiori, fili d’erba. A fianco, una giovane donna gli indica un punto del terreno. Il primo è abbandonato allo sguardo: i suoi occhi, persi nei toni violetti dello sfondo, sono inondati di infinito. Gli altri due osservano ciò che è a portata di mano, i dettagli minuti, gli elementi circoscritti che richiedono grande attenzione. Anche i piani spaziali si succedono con una precisa intenzionalità narrativa. La terra e una cornice di alberi; una quinta di scogliere bianche; la distesa del mare senza più contorni definiti fino al confondersi nel cielo. La materia tangibile in primo piano; la coesistenza delle parti anche contrapposte in una dimensione intermedia; l’astrazione irraggiungibile, inafferrabile e indicibile degli umori e dei vapori sullo sfondo. La montagna e il mare: una dimensione spaziale su cui proiettare il proprio immaginario e un’altra in cui immergersi per esplorare le profondità dell’inconscio. Negli stessi anni Giacomo Leopardi compose il canto L’infinito: una ritraduzione in parole dell’immagine di Friedrich. La materialità di ciò che è vicino è segnata da quest’ermo colle e da questa siepe; l’astrazione della lontananza è confermata in quello infinito silenzio. E poi la posizione sospesa, intermedia, che è restituita da questa immensità e da il naufragar m’è dolce in questo mare. Guardare con attenzione permette di riconoscere i confini della materia; affidarsi allo sguardo concede di vedere oltre. Sospesa tra le parti, in una condizione sempre fluttuante troviamo la posizione dell’artista, ma anche quella dell’alpinista; una terza via possibile, segnata tra quella reale e quella fantasticata: il bisogno di aggrapparsi al questo per immaginare e conoscere quello. Il bambino, che deve crescere, tende le braccia verso l’adulto e chiede di essere preso in braccio. Si aggrapperà poi al collo del genitore e guarderà oltre le sue spalle con gli occhi dell’altro. Il bisogno dell’alto e dell’altro compenseranno la sua inferiorità. Un sentimento che ogni individuo prova nel suo affacciarsi al mondo e che percorre la sua esistenza. Un sentimento che sollecita altri bisogni, pressoché primari, di sicurezza (avere questo) e di ricerca e di conoscenza (tendere a quello). E da qui la ricerca – come bisogno e come piacere - del materiale: la montagna su cui arrampicare; la bella roccia da guardare e da toccare, a cui aderire con tutto il corpo; la terra-madre da abbracciare e a cui ritornare. Ma anche la ricerca – ancora come bisogno e come piacere - dell’immateriale: l’aria, il volo, il vuoto, la leggerezza, il pensiero, l’immaginazione, il sogno.
La parola anima, non a caso, deriva dal greco anemos che significa aria, vento. Terra e aria, montagna e cielo. Bisogno di affermazione di sé e bisogno di relazione con l’altro; curiosità per l’esterno e attenzione intrapsichica; travalica mento del possibile e conoscenza dei propri limiti; spinta al coraggio e accettazione della paura. Il rapporto con la montagna comporta una continua riconsiderazione di sé e un’instancabile revisione dei propri bisogni tra ciò che è o appare utile e tra ciò che resta o diventa inutile. Noi alpinisti sappiamo anche che assumere in noi stessi l’inutile, a volte, è estremamente utile. È questa la categoria da conquistare – come ci ha detto Lionel Terray – non la montagna di per sé. Per questo arrampichiamo. Oggi siamo invasi da un certo pragmatismo che vorrebbe essere assoluto, da un riduzionismo semplificatorio che ci impoverisce: allora sentiamo ancor di più il bisogno di conquistare l’inutile. Un inutile che si contrapponga all’oggetto inutile da consumare e che possa, invece, alimentare la nostra immaginazione e possa nutrire, infine, quel Sé creativo che è costituente fondamentale di ogni individuo.
Per ulteriori approfondimenti si rimanda a:
Saglio G., Zola C., In su e in sé. Alpinismo e psicologia, Priuli e Verlucca Editori, Scarmagno (TO), 2007.
|
|