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Quel 27 dicembre del 1958 ...
Ricordo di un'avventura appenninica di 50 anni fa
di Euro Montagna
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Fuggi, o amico, nella tua solitudine…
Degnamente tacere con te
sapranno il bosco e la rupe…
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra
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Ho sempre “avvertito” una speciale attrazione per le escursioni al chiaro di luna fin dall’epoca dei Boy-scout nell’immediato dopoguerra, quando sui 16 - 17 anni mi ritrovavo a volte con gli amici più cari a percorrere di notte i dorsi erbosi del nostro Appennino, illuminati “a giorno” e questa passione non mi ha più abbandonato nonostante il trascorrere del tempo. Ho infatti continuato negli anni a praticare di tanto in tanto questa attività, prediligendo tuttavia le escursioni solitarie dalle quali ho tratto talvolta forti emozioni e sicuramente le maggiori soddisfazioni.
Gli appunti che ancora conservo riportano vecchie notizie, impressioni, stati d’animo e soprattutto riflettono
ore indimenticabili, avvenimenti a me molto cari, vissuti in prima persona, ma da una gita in particolare, effettuata proprio mezzo secolo fa, emana un fascino speciale tanto da indurmi ora – anche suffragato da un indelebile ricordo – a rievocarla su queste pagine. Non si tratta assolutamente di “impresa” o – come diremmo
oggi – di “exploit”, ma di una comune traversata svoltasi verso fine anno sui monti “di casa”, certo una bella fugace avventura, forse ravvivata da qualche imprevisto, ma niente di più.
Sarebbe meraviglioso poterla ripetere, possibilmente nelle stesse condizioni di allora; lo spirito che mi animava c’è ancora, lo sento, ma forse è meglio così che io la ricordi come l’ho realmente vissuta e come tale cerchi di raccontarla… Spero di non annoiarvi!
Desidero infine evocare due figure simpatiche incontrate nel corso di questa gita, due personaggi scomparsi
ormai da molti anni, che hanno talvolta in qualche modo avuto un ruolo nelle nostre giovanili “scorribande”
appenniniche, ad essi in particolare volgo in questa sede un commosso ricordo.

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Sabato 27 dicembre 1958 l’ultima corsa serale della corriera “La Fiorente”(1) mi depone sulla piazza di Isoverde, dove il bigliettaio “o Gustu”(2) - nostra vecchia conoscenza - risponde al saluto un pochino perplesso; evidentemente non ha ben inquadrato il mio programma notturno, per altro descrittogli sommariamente nel breve tragitto da Pontedecimo: la cosa mi diverte moltissimo…
Mi incammino così pian piano per il noto itinerario dei Laghi del Gorzente mentre il campanile della chiesa scandisce le ore 22. In alto sulle cime dei monti grava una densa cortina di nubi e quaggiù fa piuttosto freddino per una passeggiata al chiaro di luna, infatti a quest’ora in giro non c’è più anima viva, dietro le poche finestre ancora illuminate di Gallaneto ci sono sicuramente persone che stanno per coricarsi, data anche la stagione e questa “strana” idea di gente normale che va a dormire mi rende (non so perché) felice e mi fa un po’ sorridere.
Ebbene buona notte! E sogni
d’oro!!
D’altra parte sarebbe molto peggio trovare qualcuno per strada che, approfittando del plenilunio ed animato dal mio stesso progetto, avesse come meta Voltaggio, attraverso il Monte delle Figne!
E’ chiaro che le probabilità che ciò avvenga sono piuttosto scarse, tuttavia ho stabilito di essere solo e deve essere così, sicuramente sarà molto più bello ed anche un pochino avventuroso… e poi di tanto in tanto desidero controllare anche i miei limiti. |
Alla centrale elettrica dell’ADFG le luci della strada cessano ed io piombo in un attimo in piena oscurità; beh, questo avrei dovuto saperlo, però lì per lì resto come un po’ sorpreso e turbato.
Accendo quindi la pila e in un buio di pece affronto con calma la vecchia mulattiera dei Laghi…
Poco più in alto, presso le Case Nenciane, passo accanto alla teleferica di servizio dalla quale penzola sonnecchiando” un carrello, giuro che se fosse in funzione stavolta ci salterei dentro per davvero risparmiandomi una buona ora di cammino…
Ma adesso basta con le fantasticherie, è ora di pensare un po’ alla gita che mi aspetta senza divagare in considerazioni inutili e per niente costruttive.
Man mano che salgo verso Prato Leone brandelli di nebbia sospinti dal vento mi lambiscono veloci, ed in qualche punto della strada comincio a lasciare le orme nella prima neve. Sono contento di essere qui e del progetto che ho in testa (ci mancherebbe…) tuttavia quel “cappone” di nubi lassù e la probabile neve che incontrerò mi danno qualche pensiero…
Raggiunto lo spartiacque sotto il Bric di Guana (ore 23 passate) gelide folate di vento mi investono mentre vado affondando in banchi di neve sempre più “abbondanti” e la nebbia, che prima passava alta sopra di me, ora mi avvolge e si alterna a rapide schiarite permettendomi ad intervalli di vedere qualche decina di metri davanti; della luna piena, fatta appena ieri 26 dicembre non si vede ombra! Come inizio non c’è male…
Dopo il Bric di Guana (almeno credo) la neve si fa più alta e la marcia rallenta, so che in qualche punto, sotto la quota 1005 m ci sono alcune roccette da attraversare e devo fare attenzione perché ora sono nascoste e potrebbero tendermi qualche tranello: non posso permettermi di farmi male! Anzi a questo proposito mi riaffiorano alla mente le parole di un amico che messo al corrente di questa gita mi disse: “E se prendi una
storta, cosa fai da solo?”. Parole di un buon amico sicuramente ma di una mentalità lontana anni luce
dall’alpinismo solitario… e siamo agli anni ’50, oltre mezzo secolo dopo le imprese di Questa sul Monte Sagro e di Federici al Lourousa!
Mentalità di “Clementino ben pensante” come dicono gli amici Morasso e Porcile (3), o “Cialtroni della prudenza” come li definisce più impietosamente E. G. Lammer nel suo libro Fontana di Giovinezza (1925), ma passiamo oltre.
Alla base del M. Taccone (Prato Persechino), presso l’ometto di sassi munito del noto palo, residuo di una vecchia bandita di caccia, sono sfiorato dal dubbio che la traversata debba, mio malgrado, finire qui: non vedo assolutamente nulla oltre 2-3 metri essendo immerso in un fittissimo nebbione, con la torcia elettrica che illumina come “una sfera” bianca attorno a me e a malapena scorgo le ultime peste che ho appena lasciate in almeno 20
centimetri di neve. Mi sento come una formica caduta in un barile di panna montata, ma sono tranquillo perché so esattamente dove mi trovo, devo però escogitare qualcosa per proseguire nella giusta direzione poiché non dispongo di bussola e, almeno per il momento non ho nessunissima intenzione di arrendermi ora che l’avventura si va facendo interessante!
Decido così di percorrere un tratto di 40-50 metri finché non intravedo qualche cosa di noto, una roccia emergente, un arbusto, sempre tenendo come riferimento il palo, al quale ritorno alcune volte senza essermi raccapezzato. Devo dire che la cosa si va facendo “spessa”..!
E’ mezzanotte in punto, mi vien quasi da ridere pensando dove sono a quest’ora d’inverno e dove voglio andare, ma non mi sposto dall’idea di continuare, e poi quattro mesi fa non ero forse sulla Cresta di Peuterey al M. Bianco? Qui in fondo si tratta soltanto di pestare un po’ di neve… e allora!!
Così ad un ennesimo tentativo, con direzione più verso destra, sul pendio appena inclinato mi sembra di scorgere, sotto uno strato di ghiaccio, alcune scaglie rocciose presso le quali dovrebbe trovarsi la traccia di sentiero per Passo Mezzano, quindi non ritorno più all’ometto di sassi e, più determinato che mai, proseguo faticosamente di traverso giungendo alla zona di pinetti (sul fianco ovest del M. Taccone) dei quali emergono le cime dallo strato nevoso. Ora sono in piena lotta con neve e pendio, sempre immerso nella “sfera” bianca, ma poco dopo l’una, sbuffando come un mantice, sbocco sullo spartiacque nei pressi del “Repasso” subito accolto da più decise folate di vento. Sono fiero di questa prima battaglia vinta, quassù la neve è meno alta e ogni tanto intravedo qualche metro in più davanti a me, il forte vento della cresta dirada un po’ la coltre di nebbia, che qui sembra sparata da un cannone! Fa un freddo cane!
Decido di proseguire tenendomi a destra sotto la vetta del M. Figne dove nell’omonimo ripiano dovrei incontrare alcuni evidenti pini e successivamente le poche roccette che precedono il dorso nord, verso il Bric Tavolin. Raggiunta però la zona pianeggiante riaffondo nuovamente nella neve (e nella nebbia) non vedo gli alberi,
tuttavia cerco di avanzare senza abbassarmi troppo sulla destra finché “approdo” alle roccette di cui sopra oltre il cosiddetto “Cian de Figne”; mancano pochi minuti alle due, sono quasi certo di avercela fatta…
Lo spessore della neve ora diminuisce decisamente e l’andatura aumenta. Dopo il Bric Tavolin affondo sì e no 10 centimetri mentre la nebbia si va diradando rapidamente e ad intervalli sono pure illuminato dalla luna: era ora! Non sto
più nella pelle dalla gioia, ma ora che sono qui, fuori dalle “grane” ormai libero da ogni difficoltà, quasi quasi vorrei trovarmi ancora sotto il monte Taccone a dibattermi col problema di “rotta”…
insomma non sono mai contento!
Man mano che scendo l’ambiente si apre e non ho più bisogno della pila che ripongo nel sacco, il chiaro di luna proietta la mia ombra sul terreno mentre percorro l’ultimo tratto in costiera prima della Carrosina,
lasciandomi alle spalle la gran cortina di nuvole che grava sempre lassù.
Verso le 3, in prossimità del valico decido di evitare con un ampio giro sulla sinistra il passaggio nei pressi della casa, per scongiurare l’abbaiare del cane; a quest’ora di notte (e di stagione) non mi pare il caso di allertare i “carrosini” col mio passaggio. (Ricordo in proposito che la masseria verrà abbandonata nell’ormai prossimo 1959).
Ripresa poi la mulattiera sotto la Costa Castiglione proseguo su terreno gradualmente più pulito con la mole del Tobbio rischiarata a giorno...
Sulla Costa Cravara la neve è sparita quasi del tutto e lungo questo tratto mi sembra di volare, dietro di me ormai lontani Taccone e Figne sono sempre avvolti dalle nubi. Quando giungo all’inizio del bosco (credo in località nota come “Pulpito del Diavolo”), mi appare un ambiente di straordinaria bellezza: la strada ghiacciata del tutto simile ad una pista da bob si snoda luccicante tra gli alberi spogli illuminata dalla luce lunare: è uno spettacolo inconsueto ed affascinate, al quale indugio qualche attimo in contemplazione. Poi con prudenza mi inoltro lungo di essa scendendo fino ad un piccolo ripiano, forse un vecchio orticello abbandonato poco sopra le case di Voltaggio dove decido, dopo 7 ore di cammino, di fermarmi a riposare; sono infatti quasi le 5 del mattino, ho ancora un’ora e mezza di tempo prima della corriera per Pontedecimo: il sogno è finito!
Pulisco alla meno peggio un cantuccio dalla copiosa brina invernale e mi infilo nel sacco da bivacco riuscendo persino a sonnecchiare un po’, poi più tardi forse verso le 6, un rumore non ben definito mi desta improvvisamente e, guardando in basso scorgo le luci di una corriera che esce dall’abitato: fortunatamente si tratta di quella cosiddetta “della Castagnola” che parte prima della mia, comunque è ora di muoversi se non voglio farmi a piedi anche la Bocchetta… e questo sarebbe troppo.
Ripresa la mia roba e raccolte le ultime energie scendo quindi al basso dove, nella deserta via del paese incontro di lì a poco l’imponente “Paolin” (4) col suo borsone, il mitico bigliettaio della linea Pontedecimo - Voltaggio che mi chiede un po’ incuriosito:« annemmo pe-i monti?».
Note
(1) La Società “SAF – La Fiorente”, costituita il 1° agosto 1922, gestiva le Autolinee: Pontedecimo – Isoverde e Pontedecimo – Voltaggio (via Bocchetta), i cui soci titolari espletavano personalmente il servizio vero e proprio. Nel novembre 1975 fu assorbita dall’AMT.
(2) Marini Agostino di S. Stefano di Larvego (1902 – 1990).
(3) I bolzanetesi Giuseppe Morasso e Mario Porcile alla loro epoca, negli anni ’20, erano additati dai cosiddetti “escursionisti dabbene” come scavezzacolli irresponsabili e temerari incoscienti. Per questo motivo era stato coniato il poco edificante appellativo, esattamente come accadeva in numerosi Club Alpini, anche stranieri e come purtroppo accadrà sempre.
(4) Repetto Paolo di Voltaggio (1914 - 1996).
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