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ANNUARIO 2009


Monte Bianco, la realizzazione di un sogno
Intervista ai nostri soci Enrico Burchielli e Francesco Montaldo
Sergio Arduini foto di Enrico Burchielli




Un sogno chiamato Monte Bianco

L’idea di andare sul monte Bianco è un desiderio che noi, tutti e tre, stavamo coltivando da tempo perché, come recita un anonimo adagio, “quando incontri una montagna diventi alpinista” e subito dopo ti viene la voglia di salire sul monte più alto che c’è: ed il Bianco é la meta ambita da tutti gli alpinisti… Così è stato per noi.
Però non potendo, io, essere della partita, mi è venuta spontanea la curiosità di sapere com’è andata, entrando un po’ nel dettaglio. Dalla nostra chiacchierata è scaturita una sorta di intervista, un misto tra cronaca e sensazioni provate.

– Innanzitutto, diciamo come questa volta siete riusciti finalmente a rendere concreta l’idea, dalla volontà di andare.
Franco
– Direi in sordina. Non ti dico quante volte avevamo messo nel “nostro” programma questa meta; di come e quando farlo ma alla fine di ogni anno, per motivi legati all’allenamento, agli impegni lavorativi o per le condizioni atmosferiche avverse ci siamo sempre ritrovati in lista “lui”. Quest’anno (il 2009, ndr), quasi scaramanticamente,
non ne abbiamo voluto appositamente parlare, non si voleva neppure pronunciare quel nome. L’anno, da un punto di vista della preparazione fisica, non era iniziato benissimo, poi Enrico ed io ci siamo trovati ad un’ennesima gita
su un 4000 a luglio e galvanizzati abbiamo deciso di fissare l’obiettivo impegnando alcuni giorni infrasettimanali
in quanto, non avendo ancora prenotato nulla, potevamo avere qualche chance in più.
Enrico – È stato, per assurdo, l’anno in cui forse ne abbiamo parlato di meno e per questo motivo, probabilmente, le cose sono scivolate via lisce, quasi semplici, a riprova del fatto che pensiero ed azione non si conciliano bene con troppi discorsi. A dire il vero, per quanto mi riguarda, non è che negli anni precedenti avessi fatto del Monte Bianco un’idea fissa, la meta perennemente agognata e mai raggiunta. Anzi, sarà perché, in fondo, la mia storia alpinistica è relativamente recente, ma solo da alcuni anni ho cominciato a mettere il Bianco nelle mie ‘possibili’ mete della stagione estiva. Inizialmente, infatti, la voglia e la necessità di fare esperienza mi avevano aiutato ad accostarmi a compagni di cordata più abili ed esperti di me: fra tutti, l’amico Flaviano (Carpenè, ndr), a cui vanno ancora i miei ringraziamenti. Ciò che, se da una parte mi ha consentito di muovermi, da subito, in sicurezza, fra ghiacciai, pendii, canaloni e creste, dall’altra mi ha inevitabilmente tenuto lontano dalle cime più note e frequentate, per condurmi, invece, su vette dove le nostre erano e rimanevano le uniche tracce. Ed è forse questo il motivo per cui, ancora oggi, continuo a provare un certo disagio, una fastidiosa insoddisfazione, quando scopro che la ‘mia montagna’ non può donarmi il piacere gradevole e intenso della tranquillità, a causa di un affollamento spesso eccessivamente chiassoso e sempre incurante di tutto ciò che gli sta intorno.
In questi ultimi anni, invece, pur avendo iniziato a carezzare l’idea di portare le mie gambe, i miei occhi ed il mio cuore proprio lassù, ragioni diverse, quali la difficoltà di trovare posto al rifugio o le condizioni meteo e della via di salita non favorevoli, avevano fatto sì che la scelta, all’ultimo momento, si orientasse altrove. Il 2009, a ben vedere, era partito piuttosto male, per via di un improvviso mal di schiena, che mi aveva tenuto lontano da qualsiasi attività fisica proprio nei mesi primaverili, quando invece la voglia di fare è al massimo e si devono porre le basi per le gite più impegnative del successivo periodo estivo. Mi sono, pertanto, ritrovato all’inizio dell’estate senza avere ancora fatto nulla. Il calendario delle ‘Gritte’ mi avvisava della prossima scadenza del Monte Disgrazia, che avevo inserito nei miei programmi stagionali. Mi ero reso disponibile con Francesco e, tutto sommato, ci tenevo a quella gita nella poco, per me, conosciuta Valtellina. Che fare? Come spesso in passato sono venuti in mio soccorso un paio di amici – e tu ne sai ben qualcosa – e così, per fare fiato e gambe, mi sono ritrovato a risalire quasi di corsa, con la lingua penzoloni ed il cuore a mille, gli oltre ottocento metri di dislivello che separano le mura
dell’Eremo del Deserto dalla vetta del Monte Sciguelo, con te al mio fianco e quella locomotiva a vapore di Flavio (Traverso, ndr) là davanti, sempre più distante, che marciava ad una velocità inaudita, quale a voler ulteriormente evidenziare le mie pietose condizioni. Tanta fatica non é stata però spesa invano: dopo appena tre giorni, infatti, la gita al Monte Disgrazia si è svolta in modo perfetto e mi sono ritrovato, quasi miracolosamente, in grado di
affrontare le sei ore di impegnativa salita dal Rifugio Ponti alla vetta in modo assolutamente soddisfacente.
Il sasso era lanciato e con Francesco, al rientro dalla gita, fra un discorso e l’altro, ecco riemergere, piano, piano, l’idea del Bianco. “Pensaci tu; ti do carta bianca” mi sento dire, a bruciapelo, e così mi ritrovo d’un tratto caricato della responsabilità e dell’impegno, anche decisionale, dell’organizzazione.
Occorreva, però, prepararsi e ‘fare quota’ e così via, ancora con Francesco, verso la metà di Luglio, a passare il Sempione per raggiungere Saas Grund e prendere la funivia per salire a Hohsaas, da dove, il giorno dopo, una splendida salita ci permetteva di raggiungere i 4017 metri della vetta del Weissmies. Lascio passare un paio di settimane e sono di nuovo in Svizzera, a Zinal, questa volta con Flaviano ed un suo amico, Andrea, a risalire gli
interminabili ripidi pendii che si inerpicano alla Cabane de Tracuit, punto di partenza per la salita alla bella cima del Bishorn, 4153 metri, che raggiungiamo con rassicurante facilità la mattina successiva. Ed eccoci, finalmente, la mattina del 6 Agosto, in viaggio verso Chamonix e la cittadina di Saint–Gervais–les– Bains…

– Come avete scelto la via?
F
– Siamo stati un po’ costretti. La via francese dal Rifugio des Cosmiques ci tentava molto ma le condizioni non erano ideali, anzi c’erano grossi problemi per la salita al Mont Blanc du Tacul e al Mont Maudit. Non parliamo poi del versante italiano dal Rifugio Gonnella che si presentava estremamente insidioso: non a caso, infatti, la via è stata poi chiusa proprio in quel periodo. Enrico aveva trovato un buco per due persone al Rifugio Goûter, già pieno di prenotazioni, per il 6 e 7 agosto che avremmo dovuto confermare tre giorni prima. Avvicinandoci alla data fatidica, seguivamo attentamente le previsioni meteo che davano una spiccata variabilità; solo il 5 ed il 6 di agosto erano buoni poi si prevedeva un deciso peggioramento. Alla fine, decisi a confermare la data, per fortuna, abbiamo potuto contare su una finestra di tempo bello fino al mattino del giorno 7. La scelta è stata pertanto obbligata: salita dalla via normale francese passando per il tristemente famoso Gran Coluoirche, a detta di molte relazioni, è considerata la salita “normale” più pericolosa al Monte Bianco.
E – Come ti ho detto, Francesco mi aveva lasciato ampio spazio decisionale. Fra le quattro vie così dette ‘normali’, abbandonata da subito la via italiana – in ragione delle pessime condizioni del ghiacciaio del Dome e, comunque, per la maggiore lunghezza e gli oltre tremila metri di dislivello da superare – e la via dei Grandes Mulets – anch’essa troppo lunga e preferibile, in ogni caso, ad inizio stagione, magari con gli sci – inizialmente la mia idea era quella di seguire la via del Col du Midi, considerata la più vantaggiosa sotto il profilo del dislivello, delle difficoltà e dei pericoli oggettivi, che mi solleticava, oltretutto, particolarmente per la presenza delle vette del Tacul e del Maudit. Una scambio di mail con Ruggero (Pallanca, ndr) mi faceva, peraltro, riconsiderare la via normale francese dall’Aiguille du Goûter, che mi intimoriva e ritenevo troppo pericolosa a causa del famigerato Grand Couloir, il cui attraversamento ti espone sempre a scariche e frane dall’alto. La recente esperienza di Ruggero e le rassicurazioni del gestore del rifugio del Goûter circa le ottime condizioni del canalone risultavano, infine, decisive per la scelta di questo itinerario. Francesco era d’accordo con la mia scelta.



Enrico soddisfatto in vetta



Franco sorridente dopo aver raggiunto la cima



– Che attività propedeutica avete fatto come preparazione?
F
– La preparazione per una salita di questo impegno è principalmente basata sull’acclimatamento: in effetti non ci sono grossi problemi tecnici a parte qualche cresta esposta o la presenza di ghiaccio; se tutto va bene si tratta solo di una grande camminata ad una altitudine rilevante, quindi occorre fiato. La parte più difficile e pericolosa, se
così si può dire, è arrivare al Rifugio Goûter.
E – Essendo mancata la preparazione primaverile, con la corsa settimanale e le gite di lunghezza, dislivello ed impegno via via maggiori e a quote sempre più alte, mi sono ritrovato con la necessità di stringere i tempi e così, dopo i 3678 metri del monte Disgrazia, sono subito salito in quota e, col senno di poi, sono assolutamente convinto
che la salita di due quattromila nel giro di quindici giorni abbia costituto un’ottima base, direi perfetta, per la riuscita del Bianco.

– Come avete imposto la cordata?
F
– Io sono un po’ più pesante e quindi, purtroppo per lui, ho imposto il ritmo e le fermate intermedie. Devo dire che noi siamo intercambiabili e riusciamo ad adattarci di volta in volta alle esigenze alle quali andiamo incontro.
E – Francesco ed io siamo omogenei e complementari al contempo: lui ha più esperienza e certamente migliore tecnica, io supplisco con un fisico più atletico ed un maggiore allenamento. Normalmente ci muoviamo senza regole, equivalendoci su ogni terreno. Quando è capitato che uno dei due non fosse proprio nella giornata migliore, l’altro è
sempre riuscito a supplire e a farsi carico del maggior lavoro richiesto. Anche per la salita al Bianco non abbiamo avuto problemi e solo perché io ero un pochino più allenato sono rimasto dietro, per consentire a Francesco di seguire il suo passo.

– Si potrebbe ipotizzare, alla luce della vostra esperienza, di salire con scarsa preparazione fisica, poco acclimatamento seppur esperti e forti di anni di vette conquistate?
F
– Direi di no, l’esperienzaè quella che ti serve, specie in questo caso specifi co, nel momento in cui subentra qualche problema di tipo fisico o di altro genere. Le variabili sono sempre molte in una salita del genere. Ma devi essere assolutamente preparato in termini di acclimatamento anche se la preparazione fisica potrebbe non essere
proprio al top, poiché non ci sono sforzi fisici da sopportare se non lanecessità di essere “in ballo” per molte ore. Poi, ovviamente, ognuno deve conoscere se stesso e sapere i propri limiti. La determinazione è un’altra cosa molto importante per salite di questa portata. L’affi atamento con il compagno é altresì importantissima componente per
riconoscere problemi e sintomi che potrebbero, se non accuratamente valutati, portare anche ad errori compromettenti.
E – Per me e anche per il mio modo di vivere tutte le esperienze, sia in montagna che altrove, ognuno deve prima di tutto conoscersi ed essere in grado di valutare la propria esperienza e la propria preparazione fi sica e tecnica. Io ho la fortuna di poter contare su di un fisico piuttosto integro, che anche in caso di prolungata inattività riesce a
mantenere un discreto ‘fondo’ e mi consente di rientrare in una forma accettabile abbastanza velocemente.
Detto questo, sono peraltro pienamente consapevole di quelle che sono le mie capacità e possibilità e di quello che costituisce il bagaglio di esperienze di un alpinista medio e amatoriale, ragione per cui per la mia salita al Bianco ho preso da subito in considerazione soltanto le vie normali, evitando di cadere nelle pericolose lusinghe di quei nomi
che, per uno come me, cresciuto consumando le pagine dei libri e dei reportage di Walter Bonatti, racchiudono una forza attrattiva enorme e una magia senza fine. La salita del Monte Bianco, almeno per la via da noi seguita, non
presentava grosse difficoltà, anche se non poteva prescindere da un buon allenamento e da un doveroso acclimatamento. Il percorso dal Nid d’Aigle – stazione di arrivo del trenino a cremagliera – al rifugio del Goûter richiedeva almeno quattro ore per un dislivello di oltre 1400 metri, in cui, a parte l’attraversamento del pericoloso Grand Couloir, si dovevano superare passaggi di roccia e pendii innevati, prima di raggiungere il tratto roccioso finale, lungo e ripido, anche se attrezzato con cavi di acciaio. Lasciati i 3817 metri del rifugio, il percorso si snodava lungo un dislivello di circa mille metri che, dopo avere toccato l’Aiguille du Goûter e il Dome du Goûter, superava la Capanna Vallot e, risalendo la splendida cresta delle Bosses, toccava fi nalmente i 4810 metri della punta vera e propria, dopo circa cinque ore di progressione. E, ovviamente, non era ancora finita, perché la discesa dalla vetta
al rifugio, prima, e da qui al Nid d’Aigle, subito dopo, portava via almeno altre sei ore.

– Avete calcolato in qualche modo gli eventuali rischi, tipo le condizioni meteo o altro?
F
– Un buon monitoraggio continuo delle condizioni meteoè stato, secondo me, basilare anche per decidere quale via seguire e programmare le eventuali scappatoie e alternative. Oggi ci sono molti siti internet che sono molto
utili: è ovvio che uno non può mai prevedere tutto ed il margine di rischio è sempre molto ampio nel nostro sport. Fatto è che oggi esistono dei modi, come la rete e i telefoni cellulari dei gestori, che possono aiutare tantissimo per
reperire notizie aggiornate che sono la base per la preparazione di qualsivoglia salita.
E – Avevamo calcolato tutto e messo in previsione anche un’eventuale rinuncia. Sapevamo che il bel tempo sarebbe fi nito proprio il giorno della nostra salita e che le condizioni meteo sarebbero rapidamente cambiate in giornata,
ragione per cui ci eravamo dati dei tempi e accordati su come avremmo dovuto comportarci. Entrambi volevamo raggiungere la vetta e ci tenevamo moltissimo a stringerci la mano lassù, a un passo dal cielo, ma non era nostra
intenzione rischiare oltre il lecito: se uno dei due si fosse sentito male, per via dell’altitudine, o il tempo fosse girato decisamente al brutto, saremmo tornati indietro. Se a mezzogiorno non avessimo ancora raggiunto la sommità, saremmo certamente rientrati, ovunque ci fossimo trovati…

– Cosa non deve mancare nello zaino di chi si appresta ad un’ascensione del genere?
F
– Lo zaino, lo sai, è una questione del tutto soggettiva: io sono tra quelli che preferisce essere previdente ed avere qualche cosa di più che qualche cosa di meno, quindi sono il meno indicato a dare consigli in tal senso.
E – Lontana da me la presunzione di dare indicazioni e consigli: per la preparazione dello zaino non vedo suggerimenti particolari e diversi da quelli che proporrei per qualsiasi altra gita in quota e che ognuno di noi già conosce benissimo. Quello che invece non dovrebbe mai mancare nel bagaglio personale, e che consiglio a tutti di
portare sempre con sé, sono preparazione, consapevolezza e senso della misura.

– In che misura si può esprimere e paragonare la fatica profusa con ciò che si ottiene in gratifi cazione?
F
– A rischio di essere banale, direi che la gratifi cazione che si ha per un’ascensione di questo genere non può essere descritta semplicemente. Una marea di sensazioni e sentimenti si accavallano sia durante l’ascesa che all’arrivo in vetta. I panorami sono grandiosi: sembra proprio di essere sopra il mondo e si ha una visione paragonabile a quella che si ha da un aereo. Quindi, gratifi cazione immensa e la sensazione di aver esaudito un sognoè qualche cosa che non solo ti appaga emotivamente ma, se possibile, ti fa dimenticare anche della fatica che
hai fatto per raggiungere l’obiettivo. Non dimentichiamoci poi che tutto questo può essere condiviso con l’amico di cordata, col quale si è in una certa sintonia...
E – Il Monte Bianco ha un suo fascino del tutto particolare e credo di non sbagliare dicendo che ogni appassionato di montagna, a qualsiasi livello, ambisca ad arrivare almeno una volta lassù. La salita é molto bella, si svolge in un
ambiente stupendo, in una dimensione e con una vastità diffi cilmente ritrovabili altrove: il colpo d’occhio
rimane sempre appagato e non ti stanchi mai di guardare il paesaggio straordinario che ti circonda, fatto di centinaia di vette minori, con le loro eleganti creste nevose, le ripide pareti di ghiaccio, gli speroni e gli spigoli di rosso granito. Non posso che consigliare a tutti coloro che ancora non ci sono stati, pur avendo la preparazione e l’esperienza necessarie, di considerarlo una meta assolutamente prioritaria. Io stesso credo che ci ritornerò, certamente per un’altra via, forse salendo lungo la via del Col du Midi per discendere per la via normale italiana, così da effettuare una magnifi ca traversata in quota, da un versante all’altro del massiccio. Quanto alla fatica, devo
dire che la mia breve ma concentrata ed intensa preparazione ha fatto sì che io abbia raggiunto la vetta in condizioni ottimali: non avevo né il fi atone né il battito particolarmente accelerato. Stavo davvero benissimo e questo mi ha consentito di vivere quel momento in piena lucidità, riuscendo ad apprezzare a fondo le emozioni e le sensazioni che, senza fi ne, come dal nulla, prendevano forma ed invadevano il mio spirito.

– Cosa si vede da lassù? Com’è la vetta?
F
– Da lassù il panorama è grandioso. Abbiamo avuto la fortuna di beccare una giornata con una buona visibilità e, quindi, puoi immaginare… sei sopra tutto. Monti anche assai più impegnativi ti sembrano piccole cupolette o cuspidine che vengono totalmente ridimensionate dall’alto di quel gigante: e, magari, si chiamano Cervino, Aiguille
Noire… La vetta è spaziosa anche se me l’aspettavo molto diversa: ho sempre immaginato la vetta del Bianco come un grosso campo di calcio, invece è la classica cresta, non troppo affi lata e abbastanza lunga, dove si sta comodi anche in tanti.
E – La vetta, di per sé, non è nulla di particolare; è appiattita, estesa, lunga e ti permette di soffermarti quanto vuoi, a contemplare il grandioso panorama e a fissarlo, per ricordo, in numerose fotografie. Quel che vedi bisogna vederlo e non si può descrivere, al rischio di cadere nella banalità. Sei sul tetto d’Europa, che sfiora i cinquemila
metri: tutto il resto è intorno a te e lo puoi osservare da una prospettiva insolita, abbassando sempre lo sguardo. Oltretutto, a parte noi, ci saranno state soltanto un paio di altre cordate e questo ha sicuramente contribuito a preservare la magia del momento.



La vetta del Monte Bianco

– Le tua personalissima salita com’è stata?
F
– Distinguerei la salita al Rifugio Goûter e la salita alla vetta. Personalmente ho “sentito” molto di più la prima giornata rispetto alla seconda. Innanzitutto è cominciata male, perché quando siamo arrivati a Le Fayer alla partenza del “Tramway du Mont Blanc” abbiamo dovuto attendere più di due ore prima di trovare posto, e questo ha poi sconvolto ovviamente tutte le nostre tabelle di marcia: consiglio di prenotare il trenino in anticipo via internet. Arrivati alle Nid d’Aigle intorno alle 13 con la prospettiva di dover fare 1600 m di dislivello e 5–6 ore di salita sotto il
sole, puoi immaginare il divertimento. Dopo un primo tratto senza grossi problemi si raggiunge dapprima il Rifugio Tête Rousse a 3167 m e poi, dopo un piccolo ghiacciaio ed il Gran Couloir, si è a perpendicolo sotto il Rifugio Goûter. Questa parte, forse perché fatta in ore particolarmente calde della giornata, per me è stata durissima. Inoltre, nell’ultimo tratto occorre fare molta attenzione, perché si è alla mercé delle pietre che i “disgraziati” sopra di te lasciano cadere senza curarsi delle conseguenze per chi sta in basso. Noi siamo stati fortunati e, ti posso assicurare, siamo stati anche ben attenti a quello che facevamo; non abbiamo fatto cadere nulla ma abbiamo assistito a qualche bella frana provocata da altri. Il secondo giorno sono andato decisamente meglio, nonostante
non abbia dormito praticamente nulla. Riusciamo a partire alle 3,00 e ad essere tra i primi in vetta intorno alle 7,45 del mattino con tempo freddo ma non troppo ventoso. Direi che siamo stati fortunati infatti: se troppo freddo o con troppo vento la salita può diventare proibitiva.
E – La mia salita è stata piacevole, tranquilla e serena, accompagnata dalla calma e dalla consapevolezza di avere fatto tutto per bene e di avere le carte in regola per riuscire. Ricordo la lunga progressione con la frontale, accesa al rifugio, alle tre di mattina, e spenta soltanto all’altezza della capanna Vallot. Rivedo la notte sfumare piano nelle prime luci del giorno, mentre i nostri passi, cadenzati e regolari, risalgono la cresta delle Bosses e ci avvicinano via via alla nostra meta. Ripercorro la crestina fi nale con la voglia ansiosa di arrivare e mi ritrovo finalmente lassù, dove non c’è più nulla da salire e tutto, ma proprio tutto, sta sotto di te. Solo quando, sulla vetta, come ogni altra volta, con Francesco ci siamo stretti la mano, ho realizzato di avere raggiunto un obiettivo per noi signifi cativo e
che la nostra cordata, nata così, un po’ per caso, gita dopo gita, anno dopo anno, ha raggiunto un grado di affiatamento davvero invidiabile, che ci consentirà, probabilmente, di toglierci ancora tante belle soddisfazioni.
Forse è perché siamo, prima di tutto e prima che compagni di cordata, amici, accomunati da una medesima passione, omogenei ma complementari, decisi ma coscienti e prudenti quanto basta, capaci di entusiasmarsi al massimo come di conservare serenità di giudizio e capacità di valutazione. Là sopra abbiamo condiviso veramente un attimo di un’intensità speciale. Non ci siamo fermati più di tanto, perché una certa arietta gelida ha iniziato subito a farsi sentire e alcuni nuvoloni preannunciavano imminenti temporali. Eppure quanti pensieri e quante immagini riescono in pochi attimi a prendere forma e ad agitare un cuore già accelerato per la fatica; e poi quella voglia improvvisa di raccontare alle persone più care, agli amici e compagni di tante gite, l’emozione e la gioia del momento, come se la loro partecipazione fosse l’ultimo tassello ancora mancante. Ricordo, poi, un ritorno lunghissimo, pendii interminabili e brevi salite che parevano insuperabili, una piccola sosta al rifugio e la discesa lungo il tratto attrezzato e il sentiero senza fine che con lentezza inaudita si abbassava fi no al Nid d’Aigle. E poi scroscianti temporali e copiose grandinate, ad accompagnare, con tuoni e lampi, il nostro viaggio di rientro a casa,
come a voler impedire i nostri discorsi, lasciando che ognuno di noi prolungasse dentro di sé il sogno di quella bella avventura.

– Nonostante il rude carattere dell’alpinista, in genere, si può parlare di emozione al pensiero di essere a quasi 5 km sopra il livello del mare?
F
– La sensazione è meravigliosa, un’emozione grandissima… magari manca un po’ il fi ato, ma vuoi mettere,
sei sul Bianco!
E – La montagna, per me,è soprattutto emozioni e sensazioni, per cui o non sono un alpinista o
non sono rude, oppure – e probabilmente – né l’uno né l’altro. Io penso che la montagna non sia fatta solo per alpinisti estremi e di alpinisti estremi, ma sia frequentata per lo più da gente come noi, che vuole soprattutto condividere con amici una bella esperienza, sentirsi viva e assaporare pienamente uno dei tanti aspetti magnifi ci di
questa nostra esistenza. La vetta del Monte Bianco, per diverse ragioni, non differisce da quella di tantissime altre montagne: schiude lo sguardo e ti svela un mondo immenso e fantastico, dove il tuo cuore e i tuoi pensieri si ritrovano a sollevarsi liberi da pesi e costrizioni, seguendo i rilucenti profi li di creste, spigoli e pareti, perdendosi
in essi. L’unica differenza è che sai di essere sul tetto d’Europa, a quasi cinquemila metri sul mare, e questo ti fa vedere le cose in modo diverso, perché non c’è altra vetta, nell’infi nito panorama di elevazioni, che innalzandosi al di sopra di te riesca ad eccitare e provocare, in quel momento, la tua fantasia. Sei più vicino al cielo, all’infinito,
al sovrannaturale. Non so se per tutti è così, ma essere lassù in cima ti acutizza i sensi, le percezioni, la capacità di sentire. E io, dopo tre anni, ho sentito, più intensamente che mai, un’amica accanto a me. Dunque, come si diceva all’inizio, con questi presupposti, per la realizzazione di un sogno non bisogna certamente dormire.






pagina aggiornata il 15/10/2010
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