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ANNUARIO 2009
Monte Bianco, la realizzazione di un sogno
Intervista ai nostri soci Enrico Burchielli e Francesco Montaldo
Sergio Arduini foto di Enrico Burchielli
Un sogno chiamato Monte Bianco
L’idea di andare sul monte
Bianco è un desiderio che noi,
tutti e tre, stavamo coltivando
da tempo perché, come recita un
anonimo adagio, “quando incontri
una montagna diventi alpinista” e subito dopo ti viene la voglia di
salire sul monte più alto che c’è: ed
il Bianco é la meta ambita da tutti
gli alpinisti… Così è stato per noi.
Però non potendo, io, essere della
partita, mi è venuta spontanea la
curiosità di sapere com’è andata,
entrando un po’ nel dettaglio. Dalla
nostra chiacchierata è scaturita una
sorta di intervista, un misto tra cronaca
e sensazioni provate.
– Innanzitutto, diciamo come
questa volta siete riusciti finalmente
a rendere concreta l’idea, dalla
volontà di andare.
Franco – Direi in sordina. Non ti
dico quante volte avevamo messo
nel “nostro” programma questa
meta; di come e quando farlo ma
alla fine di ogni anno, per motivi
legati all’allenamento, agli impegni
lavorativi o per le condizioni atmosferiche
avverse ci siamo sempre
ritrovati in lista “lui”. Quest’anno
(il 2009, ndr), quasi scaramanticamente,
non ne abbiamo voluto
appositamente parlare, non si
voleva neppure pronunciare quel
nome. L’anno, da un punto di vista
della preparazione fisica, non era
iniziato benissimo, poi Enrico ed io
ci siamo trovati ad un’ennesima gita
su un 4000 a luglio e galvanizzati
abbiamo deciso di fissare l’obiettivo
impegnando alcuni giorni infrasettimanali
in quanto, non avendo
ancora prenotato nulla, potevamo
avere qualche chance in più.
Enrico – È stato, per assurdo,
l’anno in cui forse ne abbiamo
parlato di meno e per questo motivo,
probabilmente, le cose sono
scivolate via lisce, quasi semplici,
a riprova del fatto che pensiero
ed azione non si conciliano bene
con troppi discorsi. A dire il vero,
per quanto mi riguarda, non è che
negli anni precedenti avessi fatto
del Monte Bianco un’idea fissa, la
meta perennemente agognata e
mai raggiunta. Anzi, sarà perché,
in fondo, la mia storia alpinistica è relativamente recente, ma solo da
alcuni anni ho cominciato a mettere
il Bianco nelle mie ‘possibili’ mete
della stagione estiva. Inizialmente,
infatti, la voglia e la necessità di fare
esperienza mi avevano aiutato ad
accostarmi a compagni di cordata
più abili ed esperti di me: fra tutti,
l’amico Flaviano (Carpenè, ndr), a
cui vanno ancora i miei ringraziamenti.
Ciò che, se da una parte mi
ha consentito di muovermi, da subito,
in sicurezza, fra ghiacciai, pendii,
canaloni e creste, dall’altra mi ha inevitabilmente tenuto lontano
dalle cime più note e frequentate,
per condurmi, invece, su vette dove
le nostre erano e rimanevano le
uniche tracce. Ed è forse questo il
motivo per cui, ancora oggi, continuo
a provare un certo disagio, una
fastidiosa insoddisfazione, quando
scopro che la ‘mia montagna’ non
può donarmi il piacere gradevole e
intenso della tranquillità, a causa di
un affollamento spesso eccessivamente
chiassoso e sempre incurante
di tutto ciò che gli sta intorno.
In questi ultimi anni, invece, pur
avendo iniziato a carezzare l’idea
di portare le mie gambe, i miei
occhi ed il mio cuore proprio lassù,
ragioni diverse, quali la difficoltà di
trovare posto al rifugio o le condizioni
meteo e della via di salita non
favorevoli, avevano fatto sì che la
scelta, all’ultimo momento, si orientasse
altrove. Il 2009, a ben vedere,
era partito piuttosto male, per via
di un improvviso mal di schiena,
che mi aveva tenuto lontano da
qualsiasi attività fisica proprio nei
mesi primaverili, quando invece
la voglia di fare è al massimo e si
devono porre le basi per le gite più impegnative del successivo periodo
estivo. Mi sono, pertanto, ritrovato
all’inizio dell’estate senza avere ancora
fatto nulla. Il calendario delle
‘Gritte’ mi avvisava della prossima
scadenza del Monte Disgrazia, che
avevo inserito nei miei programmi
stagionali. Mi ero reso disponibile
con Francesco e, tutto sommato,
ci tenevo a quella gita nella poco,
per me, conosciuta Valtellina. Che
fare? Come spesso in passato sono
venuti in mio soccorso un paio di
amici – e tu ne sai ben qualcosa – e
così, per fare fiato e gambe, mi sono
ritrovato a risalire quasi di corsa,
con la lingua penzoloni ed il cuore
a mille, gli oltre ottocento metri
di dislivello che separano le mura
dell’Eremo del Deserto dalla vetta
del Monte Sciguelo, con te al mio
fianco e quella locomotiva a vapore
di Flavio (Traverso, ndr) là davanti,
sempre più distante, che marciava
ad una velocità inaudita, quale a
voler ulteriormente evidenziare le
mie pietose condizioni. Tanta fatica
non é stata però spesa invano: dopo
appena tre giorni, infatti, la gita
al Monte Disgrazia si è svolta in
modo perfetto e mi sono ritrovato,
quasi miracolosamente, in grado di
affrontare le sei ore di impegnativa
salita dal Rifugio Ponti alla vetta in
modo assolutamente soddisfacente.
Il sasso era lanciato e con Francesco,
al rientro dalla gita, fra un
discorso e l’altro, ecco riemergere,
piano, piano, l’idea del Bianco.
“Pensaci tu; ti do carta bianca” mi
sento dire, a bruciapelo, e così mi
ritrovo d’un tratto caricato della
responsabilità e dell’impegno,
anche decisionale, dell’organizzazione.
Occorreva, però, prepararsi
e ‘fare quota’ e così via, ancora con
Francesco, verso la metà di Luglio, a
passare il Sempione per raggiungere
Saas Grund e prendere la funivia
per salire a Hohsaas, da dove, il
giorno dopo, una splendida salita
ci permetteva di raggiungere i 4017
metri della vetta del Weissmies.
Lascio passare un paio di settimane
e sono di nuovo in Svizzera, a
Zinal, questa volta con Flaviano ed
un suo amico, Andrea, a risalire gli
interminabili ripidi pendii che si
inerpicano alla Cabane de Tracuit,
punto di partenza per la salita alla
bella cima del Bishorn, 4153 metri,
che raggiungiamo con rassicurante
facilità la mattina successiva. Ed
eccoci, finalmente, la mattina del 6
Agosto, in viaggio verso Chamonix
e la cittadina di Saint–Gervais–les– Bains…
– Come avete scelto la via?
F – Siamo stati un po’ costretti.
La via francese dal Rifugio des
Cosmiques ci tentava molto ma le
condizioni non erano ideali, anzi
c’erano grossi problemi per la salita
al Mont Blanc du Tacul e al Mont
Maudit. Non parliamo poi del versante
italiano dal Rifugio Gonnella
che si presentava estremamente
insidioso: non a caso, infatti, la via
è stata poi chiusa proprio in quel
periodo. Enrico aveva trovato un
buco per due persone al Rifugio
Goûter, già pieno di prenotazioni,
per il 6 e 7 agosto che avremmo
dovuto confermare tre giorni prima.
Avvicinandoci alla data fatidica, seguivamo
attentamente le previsioni
meteo che davano una spiccata
variabilità; solo il 5 ed il 6 di agosto
erano buoni poi si prevedeva un
deciso peggioramento. Alla fine,
decisi a confermare la data, per
fortuna, abbiamo potuto contare
su una finestra di tempo bello fino
al mattino del giorno 7. La scelta
è stata pertanto obbligata: salita
dalla via normale francese passando
per il tristemente famoso Gran
Coluoirche, a detta di molte relazioni,
è considerata la salita “normale” più pericolosa al Monte Bianco.
E – Come ti ho detto, Francesco
mi aveva lasciato ampio spazio decisionale.
Fra le quattro vie così dette
‘normali’, abbandonata da subito la via italiana – in ragione delle
pessime condizioni del ghiacciaio
del Dome e, comunque, per la maggiore
lunghezza e gli oltre tremila
metri di dislivello da superare – e la
via dei Grandes Mulets – anch’essa
troppo lunga e preferibile, in ogni
caso, ad inizio stagione, magari con
gli sci – inizialmente la mia idea era
quella di seguire la via del Col du
Midi, considerata la più vantaggiosa
sotto il profilo del dislivello, delle
difficoltà e dei pericoli oggettivi,
che mi solleticava, oltretutto,
particolarmente per la presenza
delle vette del Tacul e del Maudit.
Una scambio di mail con Ruggero
(Pallanca, ndr) mi faceva, peraltro, riconsiderare la via normale francese
dall’Aiguille du Goûter, che mi
intimoriva e ritenevo troppo pericolosa
a causa del famigerato Grand
Couloir, il cui attraversamento ti
espone sempre a scariche e frane
dall’alto. La recente esperienza
di Ruggero e le rassicurazioni del
gestore del rifugio del Goûter circa
le ottime condizioni del canalone
risultavano, infine, decisive per la
scelta di questo itinerario. Francesco
era d’accordo con la mia scelta.
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Enrico soddisfatto in vetta
Franco sorridente dopo aver raggiunto la cima
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– Che attività propedeutica avete
fatto come preparazione?
F – La preparazione per una
salita di questo impegno è principalmente
basata sull’acclimatamento:
in effetti non ci sono grossi problemi
tecnici a parte qualche cresta
esposta o la presenza di ghiaccio; se
tutto va bene si tratta solo di una
grande camminata ad una altitudine
rilevante, quindi occorre fiato.
La parte più difficile e pericolosa, se
così si può dire, è arrivare al Rifugio
Goûter.
E – Essendo mancata la preparazione
primaverile, con la corsa
settimanale e le gite di lunghezza,
dislivello ed impegno via via maggiori
e a quote sempre più alte, mi
sono ritrovato con la necessità di
stringere i tempi e così, dopo i 3678
metri del monte Disgrazia, sono
subito salito in quota e, col senno
di poi, sono assolutamente convinto
che la salita di due quattromila nel
giro di quindici giorni abbia costituto
un’ottima base, direi perfetta,
per la riuscita del Bianco.
– Come avete imposto la cordata?
F – Io sono un po’ più pesante e
quindi, purtroppo per lui, ho imposto
il ritmo e le fermate intermedie.
Devo dire che noi siamo intercambiabili
e riusciamo ad adattarci di
volta in volta alle esigenze alle quali
andiamo incontro.
E – Francesco ed io siamo omogenei
e complementari al contempo:
lui ha più esperienza e certamente
migliore tecnica, io supplisco con un
fisico più atletico ed un maggiore
allenamento. Normalmente ci muoviamo
senza regole, equivalendoci
su ogni terreno. Quando è capitato
che uno dei due non fosse proprio
nella giornata migliore, l’altro è
sempre riuscito a supplire e a farsi
carico del maggior lavoro richiesto.
Anche per la salita al Bianco non
abbiamo avuto problemi e solo perché io ero un pochino più allenato
sono rimasto dietro, per consentire
a Francesco di seguire il suo passo.
– Si potrebbe ipotizzare, alla luce
della vostra esperienza, di salire con
scarsa preparazione fisica, poco
acclimatamento seppur esperti e
forti di anni di vette conquistate?
F – Direi di no, l’esperienzaè quella che ti serve, specie in questo
caso specifi co, nel momento in cui
subentra qualche problema di tipo
fisico o di altro genere. Le variabili
sono sempre molte in una salita
del genere. Ma devi essere assolutamente
preparato in termini di
acclimatamento anche se la preparazione
fisica potrebbe non essere
proprio al top, poiché non ci sono
sforzi fisici da sopportare se non lanecessità di essere “in ballo” per
molte ore. Poi, ovviamente, ognuno
deve conoscere se stesso e sapere
i propri limiti. La determinazione
è un’altra cosa molto importante
per salite di questa portata. L’affi atamento
con il compagno é altresì importantissima componente per
riconoscere problemi e sintomi che
potrebbero, se non accuratamente
valutati, portare anche ad errori
compromettenti.
E – Per me e anche per il mio
modo di vivere tutte le esperienze,
sia in montagna che altrove, ognuno
deve prima di tutto conoscersi
ed essere in grado di valutare la
propria esperienza e la propria
preparazione fi sica e tecnica. Io ho
la fortuna di poter contare su di un
fisico piuttosto integro, che anche in
caso di prolungata inattività riesce a
mantenere un discreto ‘fondo’ e mi
consente di rientrare in una forma
accettabile abbastanza velocemente.
Detto questo, sono peraltro pienamente
consapevole di quelle che
sono le mie capacità e possibilità e
di quello che costituisce il bagaglio
di esperienze di un alpinista medio
e amatoriale, ragione per cui per
la mia salita al Bianco ho preso da
subito in considerazione soltanto le
vie normali, evitando di cadere nelle
pericolose lusinghe di quei nomi
che, per uno come me, cresciuto
consumando le pagine dei libri e
dei reportage di Walter Bonatti,
racchiudono una forza attrattiva
enorme e una magia senza fine.
La salita del Monte Bianco, almeno
per la via da noi seguita, non
presentava grosse difficoltà, anche
se non poteva prescindere da un
buon allenamento e da un doveroso
acclimatamento. Il percorso dal Nid
d’Aigle – stazione di arrivo del trenino
a cremagliera – al rifugio del
Goûter richiedeva almeno quattro
ore per un dislivello di oltre 1400
metri, in cui, a parte l’attraversamento
del pericoloso Grand Couloir,
si dovevano superare passaggi di
roccia e pendii innevati, prima di
raggiungere il tratto roccioso finale,
lungo e ripido, anche se attrezzato
con cavi di acciaio. Lasciati i 3817
metri del rifugio, il percorso si
snodava lungo un dislivello di circa
mille metri che, dopo avere toccato
l’Aiguille du Goûter e il Dome du
Goûter, superava la Capanna Vallot
e, risalendo la splendida cresta delle
Bosses, toccava fi nalmente i 4810
metri della punta vera e propria,
dopo circa cinque ore di progressione.
E, ovviamente, non era ancora
finita, perché la discesa dalla vetta
al rifugio, prima, e da qui al Nid
d’Aigle, subito dopo, portava via
almeno altre sei ore.
– Avete calcolato in qualche
modo gli eventuali rischi, tipo le
condizioni meteo o altro?
F – Un buon monitoraggio
continuo delle condizioni meteoè stato, secondo me, basilare anche
per decidere quale via seguire e
programmare le eventuali scappatoie
e alternative. Oggi ci sono
molti siti internet che sono molto
utili: è ovvio che uno non può mai prevedere tutto ed il margine
di rischio è sempre molto ampio
nel nostro sport. Fatto è che oggi
esistono dei modi, come la rete e
i telefoni cellulari dei gestori, che
possono aiutare tantissimo per
reperire notizie aggiornate che
sono la base per la preparazione
di qualsivoglia salita.
E – Avevamo calcolato tutto e
messo in previsione anche un’eventuale
rinuncia. Sapevamo che il
bel tempo sarebbe fi nito proprio
il giorno della nostra salita e che
le condizioni meteo sarebbero
rapidamente cambiate in giornata,
ragione per cui ci eravamo
dati dei tempi e accordati su come
avremmo dovuto comportarci.
Entrambi volevamo raggiungere
la vetta e ci tenevamo moltissimo
a stringerci la mano lassù, a un
passo dal cielo, ma non era nostra
intenzione rischiare oltre il lecito:
se uno dei due si fosse sentito male,
per via dell’altitudine, o il tempo
fosse girato decisamente al brutto,
saremmo tornati indietro. Se a
mezzogiorno non avessimo ancora raggiunto la sommità, saremmo
certamente rientrati, ovunque ci
fossimo trovati…
– Cosa non deve mancare nello
zaino di chi si appresta ad un’ascensione
del genere?
F – Lo zaino, lo sai, è una questione
del tutto soggettiva: io sono
tra quelli che preferisce essere
previdente ed avere qualche cosa
di più che qualche cosa di meno,
quindi sono il meno indicato a dare
consigli in tal senso.
E – Lontana da me la presunzione
di dare indicazioni e consigli:
per la preparazione dello zaino
non vedo suggerimenti particolari
e diversi da quelli che proporrei
per qualsiasi altra gita in quota
e che ognuno di noi già conosce
benissimo. Quello che invece non
dovrebbe mai mancare nel bagaglio
personale, e che consiglio a tutti di
portare sempre con sé, sono preparazione,
consapevolezza e senso
della misura.
– In che misura si può esprimere
e paragonare la fatica profusa con
ciò che si ottiene in gratifi cazione?
F – A rischio di essere banale,
direi che la gratifi cazione che si ha
per un’ascensione di questo genere
non può essere descritta semplicemente.
Una marea di sensazioni e
sentimenti si accavallano sia durante
l’ascesa che all’arrivo in vetta. I
panorami sono grandiosi: sembra
proprio di essere sopra il mondo
e si ha una visione paragonabile a
quella che si ha da un aereo. Quindi,
gratifi cazione immensa e la sensazione
di aver esaudito un sognoè qualche cosa che non solo ti appaga
emotivamente ma, se possibile, ti fa
dimenticare anche della fatica che
hai fatto per raggiungere l’obiettivo.
Non dimentichiamoci poi che
tutto questo può essere condiviso
con l’amico di cordata, col quale si
è in una certa sintonia...
E – Il Monte Bianco ha un suo
fascino del tutto particolare e
credo di non sbagliare dicendo che
ogni appassionato di montagna,
a qualsiasi livello, ambisca ad arrivare
almeno una volta lassù. La
salita é molto bella, si svolge in un
ambiente stupendo, in una dimensione
e con una vastità diffi cilmente
ritrovabili altrove: il colpo d’occhio
rimane sempre appagato e non ti
stanchi mai di guardare il paesaggio
straordinario che ti circonda, fatto
di centinaia di vette minori, con le
loro eleganti creste nevose, le ripide
pareti di ghiaccio, gli speroni e gli
spigoli di rosso granito. Non posso
che consigliare a tutti coloro che
ancora non ci sono stati, pur avendo
la preparazione e l’esperienza
necessarie, di considerarlo una meta
assolutamente prioritaria. Io stesso
credo che ci ritornerò, certamente
per un’altra via, forse salendo lungo
la via del Col du Midi per discendere
per la via normale italiana, così da
effettuare una magnifi ca traversata
in quota, da un versante all’altro del
massiccio. Quanto alla fatica, devo
dire che la mia breve ma concentrata
ed intensa preparazione ha fatto
sì che io abbia raggiunto la vetta in
condizioni ottimali: non avevo né il
fi atone né il battito particolarmente
accelerato. Stavo davvero benissimo
e questo mi ha consentito di vivere
quel momento in piena lucidità,
riuscendo ad apprezzare a fondo le
emozioni e le sensazioni che, senza
fi ne, come dal nulla, prendevano
forma ed invadevano il mio spirito.
– Cosa si vede da lassù? Com’è la vetta?
F – Da lassù il panorama è grandioso.
Abbiamo avuto la fortuna di
beccare una giornata con una buona
visibilità e, quindi, puoi immaginare… sei sopra tutto. Monti anche
assai più impegnativi ti sembrano
piccole cupolette o cuspidine che
vengono totalmente ridimensionate
dall’alto di quel gigante: e, magari,
si chiamano Cervino, Aiguille
Noire… La vetta è spaziosa anche
se me l’aspettavo molto diversa:
ho sempre immaginato la vetta del
Bianco come un grosso campo di
calcio, invece è la classica cresta, non
troppo affi lata e abbastanza lunga,
dove si sta comodi anche in tanti.
E – La vetta, di per sé, non è nulla
di particolare; è appiattita, estesa,
lunga e ti permette di soffermarti
quanto vuoi, a contemplare il
grandioso panorama e a fissarlo,
per ricordo, in numerose fotografie.
Quel che vedi bisogna vederlo e
non si può descrivere, al rischio di
cadere nella banalità. Sei sul tetto
d’Europa, che sfiora i cinquemila
metri: tutto il resto è intorno a te
e lo puoi osservare da una prospettiva
insolita, abbassando sempre lo
sguardo. Oltretutto, a parte noi, ci
saranno state soltanto un paio di altre
cordate e questo ha sicuramente
contribuito a preservare la magia
del momento.

La vetta del Monte Bianco
– Le tua personalissima salita
com’è stata?
F – Distinguerei la salita al Rifugio
Goûter e la salita alla vetta. Personalmente
ho “sentito” molto di più la
prima giornata rispetto alla seconda.
Innanzitutto è cominciata male,
perché quando siamo arrivati a Le
Fayer alla partenza del “Tramway du
Mont Blanc” abbiamo dovuto attendere
più di due ore prima di trovare
posto, e questo ha poi sconvolto
ovviamente tutte le nostre tabelle di
marcia: consiglio di prenotare il trenino
in anticipo via internet. Arrivati
alle Nid d’Aigle intorno alle 13 con
la prospettiva di dover fare 1600 m
di dislivello e 5–6 ore di salita sotto il
sole, puoi immaginare il divertimento.
Dopo un primo tratto senza grossi
problemi si raggiunge dapprima il
Rifugio Tête Rousse a 3167 m e poi,
dopo un piccolo ghiacciaio ed il Gran
Couloir, si è a perpendicolo sotto il
Rifugio Goûter. Questa parte, forse
perché fatta in ore particolarmente
calde della giornata, per me è stata
durissima. Inoltre, nell’ultimo tratto
occorre fare molta attenzione, perché si è alla mercé delle pietre che i
“disgraziati” sopra di te lasciano cadere
senza curarsi delle conseguenze
per chi sta in basso. Noi siamo stati
fortunati e, ti posso assicurare, siamo
stati anche ben attenti a quello
che facevamo; non abbiamo fatto
cadere nulla ma abbiamo assistito
a qualche bella frana provocata da
altri. Il secondo giorno sono andato
decisamente meglio, nonostante
non abbia dormito praticamente
nulla. Riusciamo a partire alle 3,00 e
ad essere tra i primi in vetta intorno
alle 7,45 del mattino con tempo
freddo ma non troppo ventoso. Direi
che siamo stati fortunati infatti: se
troppo freddo o con troppo vento
la salita può diventare proibitiva.
E – La mia salita è stata piacevole,
tranquilla e serena, accompagnata
dalla calma e dalla consapevolezza
di avere fatto tutto per bene e di
avere le carte in regola per riuscire.
Ricordo la lunga progressione con
la frontale, accesa al rifugio, alle tre
di mattina, e spenta soltanto all’altezza
della capanna Vallot. Rivedo
la notte sfumare piano nelle prime
luci del giorno, mentre i nostri passi,
cadenzati e regolari, risalgono la
cresta delle Bosses e ci avvicinano
via via alla nostra meta. Ripercorro
la crestina fi nale con la voglia ansiosa
di arrivare e mi ritrovo finalmente
lassù, dove non c’è più nulla
da salire e tutto, ma proprio tutto,
sta sotto di te. Solo quando, sulla
vetta, come ogni altra volta, con
Francesco ci siamo stretti la mano,
ho realizzato di avere raggiunto
un obiettivo per noi signifi cativo e
che la nostra cordata, nata così, un
po’ per caso, gita dopo gita, anno dopo anno, ha raggiunto un grado
di affiatamento davvero invidiabile,
che ci consentirà, probabilmente, di
toglierci ancora tante belle soddisfazioni.
Forse è perché siamo, prima
di tutto e prima che compagni di
cordata, amici, accomunati da una
medesima passione, omogenei ma
complementari, decisi ma coscienti
e prudenti quanto basta, capaci di
entusiasmarsi al massimo come di
conservare serenità di giudizio e
capacità di valutazione. Là sopra
abbiamo condiviso veramente un
attimo di un’intensità speciale.
Non ci siamo fermati più di tanto,
perché una certa arietta gelida
ha iniziato subito a farsi sentire e
alcuni nuvoloni preannunciavano
imminenti temporali. Eppure quanti
pensieri e quante immagini riescono
in pochi attimi a prendere forma e
ad agitare un cuore già accelerato
per la fatica; e poi quella voglia improvvisa
di raccontare alle persone
più care, agli amici e compagni di
tante gite, l’emozione e la gioia
del momento, come se la loro partecipazione
fosse l’ultimo tassello
ancora mancante. Ricordo, poi, un
ritorno lunghissimo, pendii interminabili
e brevi salite che parevano
insuperabili, una piccola sosta al
rifugio e la discesa lungo il tratto attrezzato
e il sentiero senza fine che
con lentezza inaudita si abbassava
fi no al Nid d’Aigle. E poi scroscianti
temporali e copiose grandinate, ad
accompagnare, con tuoni e lampi,
il nostro viaggio di rientro a casa,
come a voler impedire i nostri discorsi,
lasciando che ognuno di noi
prolungasse dentro di sé il sogno di
quella bella avventura.
– Nonostante il rude carattere
dell’alpinista, in genere, si può parlare di emozione al pensiero di
essere a quasi 5 km sopra il livello
del mare?
F – La sensazione è meravigliosa,
un’emozione grandissima… magari
manca un po’ il fi ato, ma vuoi mettere,
sei sul Bianco!
E – La montagna, per me,è soprattutto emozioni e sensazioni,
per cui o non sono un alpinista o
non sono rude, oppure – e probabilmente
– né l’uno né l’altro. Io
penso che la montagna non sia
fatta solo per alpinisti estremi e di
alpinisti estremi, ma sia frequentata
per lo più da gente come noi, che
vuole soprattutto condividere con
amici una bella esperienza, sentirsi
viva e assaporare pienamente
uno dei tanti aspetti magnifi ci di
questa nostra esistenza. La vetta
del Monte Bianco, per diverse
ragioni, non differisce da quella di
tantissime altre montagne: schiude
lo sguardo e ti svela un mondo
immenso e fantastico, dove il tuo
cuore e i tuoi pensieri si ritrovano
a sollevarsi liberi da pesi e costrizioni,
seguendo i rilucenti profi li di
creste, spigoli e pareti, perdendosi
in essi. L’unica differenza è che
sai di essere sul tetto d’Europa, a
quasi cinquemila metri sul mare, e
questo ti fa vedere le cose in modo
diverso, perché non c’è altra vetta,
nell’infi nito panorama di elevazioni,
che innalzandosi al di sopra di
te riesca ad eccitare e provocare,
in quel momento, la tua fantasia.
Sei più vicino al cielo, all’infinito,
al sovrannaturale. Non so se per
tutti è così, ma essere lassù in cima
ti acutizza i sensi, le percezioni, la
capacità di sentire. E io, dopo tre
anni, ho sentito, più intensamente
che mai, un’amica accanto a me.
Dunque, come si diceva all’inizio,
con questi presupposti, per la realizzazione
di un sogno non bisogna
certamente dormire.
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