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ANNUARIO 2009
“Vado in Canada a fare una cascata”
Fascino ed emozioni di un’avventura nata quasi per caso
testo e foto di Mauro Rossi
Il Lake Louise
L’idea di un viaggio in Canada,
alla scoperta delle sue famose
cascate, è nata stranamente
nei boschi di Arco di Trento sotto
un tiepido sole novembrino che
accompagnava Marcello ed il sottoscritto
verso il meritato riposo,
dopo una via che per me considero
“mostruosa” e che Marcello si
ostina a defi nire “tecnica”. Non mi
è ancora oggi chiaro quale improbabile
associazione di idee ci abbia
fatto pensare a Weeping Wall e a
Polar Circus dopo aver arrampicato
su di un assolato e splendido calcare,
tuttavia è andata così e dopo
un paio di settimane avevamo in
tasca (si fa per dire) i biglietti per
Calgary. Assieme a noi Gloria ed
Elio, due amici di Torino e squisiti
compagni d’avventura in questo
viaggio che oltre alla dimensione
alpinistica aveva anche molte altre
componenti.
Del resto come potrebbe essere
diversamente in una regione che ha
saputo affascinarci e stupirci ogni
giorno con aspetti differenti ed
inaspettati? Dove può capitare di
vedere rientrare qualcuno precipitosamente
in casa perché uscendo a
fumarsi una sigaretta va a sbattere
in una enorme alce che passeggia
proprio davanti alla porta? O di leggersi
un libro immersi in una vasca
di acqua termale fumante mentre
attorno c’è un metro e mezzo di
neve e parecchi gradi sotto lo zero?
Ma andiamo per ordine. Anzitutto
cominciamo a prendere la
mano con tempi e distanze ben
diverse dalle nostre e durante il
lungo viaggio prima in aereo e poi
in automobile, gli stati d’animo
dominanti sono curiosità e trepidazione.
Spostarsi su di un territorio
così vasto richiede certamente
un approccio diverso da quello a cui siamo abituati, sia in termini
organizzativi, sia di apertura a
situazioni insolite. Personalmente
non mi era mai capitato di leggere
un cartello che annunciava “Prossima
pompa di benzina 436 km” o di apprendere tramite disegni e
didascalie le tecniche migliori per
non irritare i coguari. E se in Italia
neve ne avevamo vista piuttosto
poca, nell’inverno tra il 2006 ed
il 2007, qui ci troviamo in mezzo
all’inverno più nevoso degli ultimi
cinquanta anni, con tutti i problemi
che possono derivare a queste
latitudini, sia per muoversi lungo
le strade, sia per salire le cascate
che possono spesso essere a rischio
valanghe. Stabiliamo quindi di fare
una prima tappa nella zona di Field,
che si trova all’interno dello Yoko
Park e dove i rischi oggettivi per gli
accumuli di neve sono minori.
Sperimentiamo con piacere la
simpatia e la capacità di accoglienza
della popolazione locale, che in ogni
modo cerca di fornirci informazioni
e ragguagli ed anche gli addetti al
parco non sono comunque da meno.
La nostra base sarà presso “Boomer”,
un sorprendente padrone di casa che
ha deciso di lavorare solo ”fi n dove
arriva lo sguardo dalla sua fi nestra” e non certo perché sia un sedentario
o uno che non si è mai mosso dal
suo sperduto paese. Durante una
serata assieme, infatti, ci sorprenderà descrivendo quello che più gli era piaciuto percorrendo a
piedi il tratto compreso
“fra Nervi ed Arenzano”.
Ma il ghiaccio ci chiama
e cominciamo ad
esplorare il “settore delle
birre” del Mount Dennis;
saliamo così Carlsberg
Column ed Heineken
Hall, due splendide cascate
che possiamo addirittura
raggiungere partendo
a piedi da casa. Si
tratta di due delle linee
più famose e frequentate
delle Rocky Mountains
e tuttavia non c’è il problema
di avere qualcuno
davanti o sotto, tale è il
numero e la varietà di
cascate presenti, per cui
possiamo immergerci a
pieno in questo ambiente
affascinante che ci
appare unico ed irripetibile,
ma… è solo l’inizio.
Il ghiaccio è superbo ed
ha una consistenza ideale
per gli attrezzi, tanto che sembra
quasi di non far fatica a salire. Il
giorno successivo ci dirigiamo verso
Lake Louise, dove, in uno scenario
da fi aba, sorge lo “Chateau”, un
albergo di lusso al bordo dello
splendido lago che chiude il Pianoro
dei Sei Ghiacciai. Costeggiando il
lago ci accorgiamo che in realtà potremmo
comodamente camminarci
sopra, dato lo spessore della crosta
ghiacciata; del resto vediamo che
molti adulti e bambini si divertono
a farci sopra lunghe scivolate come
anche noi abbiamo fatto spesso
sulle pozzanghere gelate, ma non
per più di 3 chilometri. Louise Falls
parte proprio sopra la rotonda dove
girano le slitte trainate da cavalli
ed è una cascata storica, aperta
nel 1974; il suo tiro chiave, definito
“intimidating crux pillar”, è stato
per molti ghiacciatori il primo tiro
veramente duro da salire e se il
grandioso panorama circostante
lo incornicia splendidamente, non
aiuta comunque a superarlo più facilmente. Gli ancoraggi agli alberi
consentono una discesa comoda e
tranquilla e la strada del ritorno ci
fa scoprire anche uno strano parco
di sculture di ghiaccio che ci divertiamo
a fotografare.
Il giorno successivo è dedicato
alla zona del Trophy Wall, chiamato
così a partire dall’eccezionale inverno
1996-97, quando le vie di salita
erano talmente formate che il nome
divenne “ovvio”, perlomeno a detta
degli alpinisti locali. La nostra meta
è una delle tre linee principali, “The
Professor Fall”, una delle prime a formarsi
ed una delle ultime a sciogliersi.
A differenza di quanto potrebbe
sembrare, però, la “cascata” (fall),
di cui parla il nome non è riferita al
flusso ghiacciato, bensì ad una più ingloriosa e banale scivolata presa
dall’eccentrico Professor Eckard
Grassman il giorno della prima salita.
Anche i grandi scivolano, talvolta!
Bella salita, di circa 300 metri, adatta
a prepararci per le prossime e più impegnative vie.
La domenica, malgrado le rimostranze
dell’ipercinetico Marcello, la
dedichiamo al riposo e al turismo:
i posti da visitare non mancano e
noi percorriamo un lungo anello
seguendo la Icefi elds Parkway, la
strada ghiacciata su cui sfrecciano
anche innumerevoli (e pericolosi)
camion dal tipico muso allungato.
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Sul ramo sinistro della parte bassa di Weeping Wall
Sulla colata di Pilsner Pillar
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Scopriremo alla sera che gli autisti
sono quasi tutti fi lippini ed ogni
giorno ci sono 25 incidenti mortali.
Occhio, quindi, se passate da quelle
parti. Il nostro unico incidente è invece
gastronomico, in quanto il solo
locale che abbiamo trovato aperto
in queste distese infi nite ci fornisce
solo una improbabile “pizza” su cui
spiccano tranci di ananas, prosciutto
e probabilmente, ripeto “probabilmente”,
formaggio. In compenso il
viaggio ci ha fatto gustare scorci e
vedute di inimmaginabile bellezza
in una dimensione molto “ultima
frontiera”, contornata dalle dorsali
innevate che si innalzano ai lati della
strada. Oltre a Canmore e Banff,
che ormai conosciamo bene, visitiamo
Golden (un nome che è tutto un
programma) e Radium, dove sorge
una importante stazione termale.
E con il miglioramento delle
condizioni del manto nevoso, ecco
arrivare il giorno fatidico della salita
che mi ha dato personalmente più soddisfazione ed emozioni: Polar
Circus. Avevamo scelto di non andare
a dormire al Rampart Creek
Hostel che, per quanto mitico luogo
d’incontro dei più forti ghiacciatori
locali e stranieri, presentava
un carattere molto più spartano
della nostra casetta di Field: niente
corrente elettrica né servizi interni,
fornelletti a gas per cucinare ed
accesso rigorosamente a piedi da
sentiero innevato. Di questo vero e
proprio pezzo di storia alpinistica
abbiamo però scattato diverse foto.
Considerando il tutto, preferiamo svegliarci alcune ore prima ma
ben riposati e fare comodamente
colazione a tavola, quindi partire
in tempo per essere comunque fra
i primi a salire. A sorpresa saremo
soli per l’intera giornata, con
l’unica eccezione di alcuni gracchi
di cui dirò oltre, e tale sensazione
indimenticabile insieme all’unicità
di questo gioiello ghiacciato penso
valga il viaggio che abbiamo compiuto
sin qui.
Quando si arriva davanti alla
cascata, con la luce ancora incerta
dell’alba, si riesce a percepire una
colata che parte dall’intaglio fra un
enorme torrione a sinistra ed una
quinta rocciosa digradante a destra
allargandosi poi verso il basso, ma
solo salendo verso l’attacco ci si
rende pienamente conto di forme
e dimensioni che lasciano a bocca
aperta.
Si tratta di 700 metri di cui 500
di puro ghiaccio che scende in tre
grandi salti fra due quinte rocciose
sino ad una piccola conca a cui si
arriva con un avvicinamento dal
basso tutt’altro che banale, con
tratti di conserva su pendii a rischio
valanghe e tiri di corda con pendenze
sino a 70°. Nel primo terzo della
salita si trova talvolta un’estetica
candela chiamata “The Pencil”, che
allora però non risultava formata.
Chissà che non sia un motivo per
ritornare…
Proseguendo troviamo anche
qualche sosta su roccia e questo,
come sappiamo, è sempre un’ottima
cosa. Salire su questo ghiaccio è un
vero piacere ed anche la temperatura
esterna è quasi gradevole,
tanto che dopo il primo terzo della
salita decidiamo di lasciare gli zaini
col materiale di riserva per essere
più leggeri e veloci. La tabella di
marcia è ampiamente in anticipo,
ma tant’è… con qualche chilo in
meno si sale ancora meglio. Ci alterniamo
in testa con una fluidità che mi lascia perplesso: sta filando
tutto magnifi camente ed ogni volta
che ci guardiamo intorno scorgiamo
panorami che ci lasciano senza parole.
Solo Marcello non riusciamo
mai a far tacere ed il suo eloquio
disordinato forma una sorta di
sottofondo che ci segue incessante
fi nché alcune parole che lì per lì sembrano senza signifi cato, di colpo
si ricompongono come in un puzzle:
-i-gracchi-hanno-aperto-gli-zainii-
gracchi-hanno-aperto-gli-zaini… Centocinquanta metri sotto di noi
un gruppetto di questi volatili sta
graziosamente facendo
volteggiare il contenuto
dei nostri zaini
dopo averli in qualche
modo aperti col becco…
Si intuiscono maglie e
barrette roteare nella
neve, coperte termiche
e calze di ricambio che
si disperdono sul pendio
fortunatamente non
troppo ripido, ma ciò che veramente dovrebbe
preoccuparci, non ci
salta agli occhi in quel
momento: l’unica copia
delle chiavi dell’auto!
Di scendere ovviamente
non se ne parla
e poi a cosa servirebbe,
dato che ci vorrebbe
almeno una mezz’ora,
anche facendo in fretta?
Fortunatamente il solco
ghiacciato si insinua verso
l’interno del monte e
noi cessiamo di assistere
a questo curioso spettacolo.
Siamo agli ultimi tiri, di una
bellezza veramente incredibile e
per quanto le diffi coltà non siano
estreme, o forse proprio per questo,
ce li possiamo gustare appieno.
L’arrivo all’intaglio sommitale ci
regala la bellissima veduta di una
valle sospesa, da dove potrebbe
cominciare un’altra salita verso la
cima che si scorge fra le due pareti
rocciose. E’ un momento di una
bellezza sconvolgente. Mi fermo un
attimo a pensare alle innumerevoli
frasi che ho sentito pronunciare
sul motivo che spinge ad andare
in montagna, sulla curiosità che
porta ognuno di noi ad andare
ogni volta a vedere cosa c’è oltre
quell’ultima vetta raggiunta, e mi
è tornata alla mente la risposta
che avevo sentito dare con molta
semplicità da Patrick Berhault alla
presentazione torinese del suo film
sulla traversata delle Alpi: “Vado in
montagna perché mi piace!”. Non
credo di poter aggiungere altro, né che sia necessario farlo.
Mi piace essere assieme a degli
amici in cima a Polar Circus, mi piace
guardarmi attorno e vedere i monti
che mi circondano, mi piacciono gli
avvicinamenti a rifugi sperduti ed i
bivacchi sotto le stelle a cui ci obbligano
salite più lunghe del previsto.
Ma prima di scivolare nel melenso,
scendiamo rapidamente verso gli
zaini e solo quando li abbiamo ricompattati
realizziamo che poche
cose sono andate perdute, qualche
barretta è servita a sfamare i gracchi,
ma soprattutto che la chiave
dell’auto è ancora al suo posto e
stasera potremo dormire nei nostri
letti anziché fare l’autostop lungo
la Icefi elds Parkway.
Un giorno di meritato riposo
ci vede protagonisti alle terme di
Banff, dove ci immergiamo in una
vasca di acqua calda a cui si accede
saltellando nella neve: la sensazione
è gradevolissima, a condizione di
uscire solo per fare un massaggio
nei locali riscaldati. Anche a tavola
non ci facciamo mancare nulla, in
modo da essere pronti per un’altra
grande giornata: Weeping Wall, la
più famosa cascata canadese assieme
alla Pomme d’Or, che si trova
invece nella zona francofona. La
strada di accesso è sempre la lunga
e traffi cata Icefi elds Parkways,
che seguiamo sino al posteggio
proprio di fronte alla parete, anzi
alle pareti, visto che si tratta di due
enormi fasce sovrapposte. Dal basso
la sezione superiore ci appare più breve, ma sappiamo bene che in
realtà non è così. Ci tranquillizza
il fatto che qui la possibilità di valanghe
sia quasi nulla: “Avalanche
hazard is almost nonexistent here”,
recita la bibbia delle cascate di Joe
Josephson, per cui non abbiamo
nulla da temere. Ci sembra solo un
po’ strano quel cartello giallo che
segnala come riconoscere i diversi tipi di congegni esplosivi usati per
far saltare i pendii a rischio. Comunque
sia, ci dirigiamo alla base
animati dalle migliori intenzioni
ed in breve picche e ramponi sono
nuovamente all’opera anche se su
di un ghiaccio in condizioni meno
ottimali dei giorni scorsi.
Ce ne renderemo conto man
mano che si sale, soprattutto sullo
spettacolare Weeping Pillar, “a
truly awesome line!” (una linea
veramente terrificante), come lo
defi nisce Josephson. Qui il grado
è WI 6 senza possibilità di barare e
l’inconsistente tiro fi nale è un vero
capolavoro firmato da Marcello,
tanto più che, oltre alle diffi coltà,è stato completato al buio. Abbiamo
dato il massimo, tenendo la concentrazione
sempre altissima anche a
motivo della qualità a dir poco non
ottimale del ghiaccio. Alle soste
alte, specialmente alla penultima,
mi tornava in mente la profetica descrizione
letta sulla guida: “The crux
is usually wherever you encounter
the worst ice. It can be horrendously
bad, going from over-hanging
mushrooms to sun-leached slush.
However, don’t despair – it isn’t
always in such rough shape and the
Weeping Pillar can offer some of the
most diffi cult plastic ice you’ll ever
climb.” (Di solito il passo chiaveè proprio dove ti imbatti nel ghiaccio
peggiore. Può essere orrendamente
cattivo e variare dai cavolfi ori strapiombanti
alla poltiglia fatta colare
dal sole. Tuttavia non disperare - non
è sempre in queste forme scostanti e
Weeping Pillar può offrire il ghiaccio
plastico più diffi coltoso che scalerai
mai). Grande salita e quindi grande
riposo il giorno successivo, utile
anche per riordinare e far asciugare
il materiale, fare il bucato e diverse
altre cose.
Merita un ricordo particolare la
salita di Hamilton Falls, non certo
per la lunghezza o la difficoltà,
quanto per il contesto scenografico
in cui si trova. Si tratta infatti di
uno dei laghi più fotografati del
Canada, che prende il nome dal particolare
colore delle acque: Emerald
Lake. L’anfi teatro in cui sorge è una
vera e propria meraviglia e persino
il piccolo lodge che sorge sulla riva
merita una visita per la sua “canadesità”.
Sarà Pilsner Pillar, il giorno
successivo, a chiudere il nostro
soggiorno a Field, un free standing
di grado WI 6 che al tempo della
sua apertura veniva considerato
“the hardest in Canada and one ofthe hardest in the world.” (Il più
duro in Canada e uno dei più duri
al mondo). Ma i tempi e i materiali
cambiano ed oggi anche noi siamo
riusciti a salire.
È arrivato il tempo di cambiare
zona ed eccoci equipaggiati di una
4x4 che ci viene presentata come indispensabile
per percorrere i tracciati
impervi della Ghost Valley, zona di
diffi cile accesso e recente scoperta.
Infatti l’esplorazione inizia solo a
partire dal 1990-91 e tuttora le difficoltà logistiche sono notevolmente
elevate, dato il notevole isolamento
e la assoluta mancanza di possibili
aiuti esterni in caso di diffi coltà. Già nelle vicinanze dell’entrata abbiamo
potuto ascoltare i racconti di alcuni
locals in merito a incidenti e difficoltà di ogni genere occorsi a persone
che si erano avventurate all’interno
della valle, ma dopo abbondanti gesti
scaramantici non ci siamo lasciati
scoraggiare ed abbiamo proseguito
imperterriti il nostro cammino.
Relax al Rafter Six Ranch
Neppure i cartelli sulle norme di
comportamento da tenere con i
diversi animali selvatici che vivono in
loco ci hanno fermato, né tantomeno
quelli della Ghost Forest Service
Station, che dopo aver avvertito
dell’impossibilità di intervenire in
soccorso di chi si fosse avventurato
oltre tale limite, concludevano con
una sorta di “lasciate ogni speranza
voi che entrate”.
Confidando nella superiorità tecnologica della nostra 4x4 e nei
potenti mezzi telefonici di Elio e
Marcello proseguiamo la nostra
esplorazione attraverso i guadi
ed i pianori ingombri di oltre un
metro di neve. Tutto prosegue
magnifi camente sino a che non ci
troviamo bloccati nella neve con le
ruote che girano a vuoto malgrado
la trazione integrale e ci dobbiamo
inventare qualcosa per rimediare
una soluzione. Sarà un pomeriggio
di duro lavoro con assi di legno e
pali rimediati in una specie di baracca
abbandonata. Impareremo
fra l’altro che i telefonini hanno
un minimo di campo ma solo sulla
cima di alcune bastionate rocciose
praticamente inaccessibili per esseri
viventi non alati… In compenso
la strada per il giorno successivo
è spianata (nel senso letterale del
termine) per cui riusciamo a salire in
gruppi distinti due diverse cascate:
Malignant Mushrooms e Black Rock
Falls. La prima è una colata continua
di piccoli e fragili cavolfiori di
ghiaccio non certo solidissimo, ma
estremamente estetica, mentre la
seconda è un gioiellino nascosto
in un angolo piuttosto remoto di
questa valle così selvaggia e difficilmente
accessibile. E’ durante questa
giornata che avremo il piacere di
vedere i segni delle unghie degli
orsi sulla corteccia delle betulle e di
ascoltare in diretta il caratteristico
“ronfare” dei coguari. Per fortuna
senza l’emozione di un incontro
troppo ravvicinato!
Si tratta della degna conclusione
di una magnifica esperienza che
speriamo di proseguire presto con
l’esplorazione della zona canadese
francofona del Quebec. La Pomme
d’Or è là che ci aspetta...
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