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ANNUARIO 2009
Il piccolo sogno di un’aspirante margara
Una settimana con le mucche a Grange Tibert, in Valle Maira
testo e foto di Laura Carenini
L’aspirante margara al lavoro
25 Luglio 2009 - Eccomi a casa,
dopo un viaggio bollente
e solitario, confusa tra statali
e autostrade accecanti con la
testa ancora tra i pascoli verdi, le
orecchie ovattate e rimbambite
da un silenzio che ho lasciato alle
spalle da poche ore, sono riuscita a
sbagliare bivi su strade conosciute
e percorse molte volte. Adesso mi
ritrovo davanti a un monitor e a
una tastiera, se penso che per una
settimana avevo quasi perso l’abitudine
di guardare l’orologio…
Pochi
mesi fa telefono a Rosalba con un
po’ di tentennamento. Era il 2007
quando abbiamo avuto il nostro
secondo e ultimo incontro! “Ciao
sono Laura di Genova non so se ti
ricordi…”, “Certo, la ragazza che
voleva venire a fare il burro…”. La
mia piccola avventura inizia proprio
da quell’incontro di due anni fa e da
questa telefonata.
Il mondo dei margari mi ha sempre
affascinato. Fin da piccola ho
amato la vita di campagna, quando
in Val Trebbia aiutavo mia zia a
curare l’orto e accudire gli animali;
e mia nonna, che mi raccontava
sempre di quando in casa sua si
producevano burro e formaggio,
mi ha trasmesso un attaccamento
a quei tempi andati che rimpiango
come se io stessa li avessi vissuti.
In seguito, andando in montagna
in Val Maira, sono rimasta rapita
dall’immagine semplice e genuina
di un uomo che seduto sul suo panchettino
con una gamba sola, ogni
mattina poco dopo l’alba era già al
pascolo per mungere le sue mucche
una per una, col secchio stretto tra
le gambe per non versare il latte.
Ho letto libri ricchi di bellissime
foto e testimonianze su questo
mestiere portato avanti con passione
perché, come dicono i margari
stessi, se non ci fosse la passione nessuno
lo farebbe.
Diventavo sempre
più entusiasta per quelle mucche
bardate a festa con i grossi e colorati
Una settimana con le mucche a Grange Tibert, in Valle Maira
Il piccolo sogno di un’aspirante margara
roudoun, i vistosi campanacci sfoggiati
per la transumanza, per le urla
dei margari che con la cana, il tipico
bastone ricurvo, sculacciavano le
bestiole per farle rigare dritto fino
agli alpeggi, per i cani che solerti
correvano intorno alla mandria
per non disperdere nemmeno un
vitello. Ciò che sgorgava da quelle
pagine che i miei occhi guardavano
e riguardavano mille volte mi ha
fatto spesso sognare, anche per una
volta sola nella vita, di entrare nel
loro mondo.
Poi per caso, ad una festa di paese,
ho incontrato una splendida famiglia
che già conoscevo di “fama” per via di libri che raccontavano
di loro e di un film documentario
sui margari, prodotto da Sandro
Gastinelli. Il mio entusiasmo li ha
investiti a tal punto che Rosalba non
ha esitato un solo secondo nell’invitarmi,
qualora avessi voluto, al loro
alpeggio presso le Grange Tibert
per imparare a fare il burro. Non mi
sembrava vero e ho passato quasi
due anni a chiedermi se mai sarei
davvero andata, quando e come,
finché sono riuscita a organizzare
una settimana di ferie tutta per me
e ho tentato la telefonata temendo
che non si ricordasse più della matta
genovese (in effetti, quante matte
genovesi ci sono che sognano di
vivere con le mucche?) che voleva
fare la margara, e invece…
Ci sono dieci chilometri di strada
sterrata da percorrere per arrivare
al Tibert, spero di riuscire a guidare
su per quei tornanti, anche perché ho un po’ di cose da portare con me,
non voglio immaginare di dovermi
fermare per strada e percorrere il
resto dei chilometri a piedi. Per
fortuna riesco nell’intento ed ecco
che sabato 18 luglio raggiungo la
baita a 2174 metri di altezza, presso
le grange Tibert. Il posto è incantevole,
ho appena poggiato i piedi in
paradiso! Le mucche sono al pascolo
e ruminando fanno “cioccare” i loro
campanacci: non i roudoun enormi
della transumanza ma campane
più piccole decisamente meno impegnative.
I roudoun, invece, sono
stati appesi a una grossa trave fuori
dalla grangia, nella sala della stagionatura o appoggiati negli angoli
in cucina, sono ovunque. Intorno
alla baita razzolano buffi polli che
ogni tanto esibiscono corse sbilenche
ad ali spiegate; i cani pastore
avvisano del mio arrivo mentre
Rosalba mi viene incontro portandomi
al fresco della cucina dove
ha già alcuni ospiti, mentre fuori il
sole picchia forte sul cortile.
Per me
il piemontese è arabo, non riesco a
distinguerlo neppure dall’occitano
(sono indisciplinata, purtroppo non
ho ancora aperto il corso di occitano
comprato almeno un anno fa!) e
colgo sempre le solite poche parole
sparse nella frase senza mai capirne
il senso compiuto. Ho quindi seguito
dialoghi intervallati da qualche
traduzione fatta apposta per me,
ma li ho stupiti quando a tavola ho
sciorinato alla perfezione un breve
brano tratto dal libro “Il mondo
dei vinti” di Nuto Revelli, che fa da
introduzione a un pezzo musicale
dei Lou Dalfin.
Poco dopo il mio arrivo, mentre
gironzolo intorno alla baita per
scattare foto, mi imbatto in due
creaturine meravigliose ed è subito
colpo di fulmine: si tratta di due
piccoli cuccioli, un cane ed un gatto,
i cui nomi sono tutto un programma
in fatto di comicità: Fasulìn (Fagiolino)
e Macarùn (questo si capisce…).
Non gli si può resistere e vederli
giocare insieme è uno spettacolo.
Macarùn, il micio, fa gli agguati
a Fasulìn, con balzi degni di un
acrobata. Tutto il giorno sono impegnati
a rotolarsi, a mordersi l’un
l’altro. Macarùn insegue farfalle,
acchiappa le mosche e se le mangia.
Se lo prendi in braccio inizia immediatamente
a farti le fusa. Fasulìn
è un amore, mi segue ogni volta
che faccio due passi, corre e salta
nell’erba e deve sempre mordicchiare
qualcosa: se lo prendo in braccio,
sceglie il braccialetto o la manica
della camicetta. Nel cortile adora
masticare cacca secca (ognuno ha
i suoi gusti…) e va fi ero quando
trova dei legnetti da portarsi in giro
come trofei. Ancora meglio se riesce
a rubare le ciabatte. E la sera, quando
appoggia le zampette sulle mie
ginocchia, sembra dire “mi prendi
in braccio?”, non mi faccio pregare
e lo stringo a me, poi lui si accoccola
e dorme beato, fi nché nei pressi non
capita Macarùn, ovviamente.
La vita al Tibert scorre tranquilla.
Ogni giorno ci si alza per le 6 e mezza,
sette: mi alzo tutte le mattine
fresca come una rosa. È l’energia
della montagna, la sento scorrere
dentro di me fino a toccarmi il
cuore. Mi sento proprio come Heidi,
la famosa bambina del cartone animato.
Il mio lettino si trova davanti
a una fi nestra che mi regala albe
luminose e mi da una buonanotte
stellata. Dormiamo tutti nella
stessa stanza, che è un soppalco di
legno con il lettone di Rosi e Flip da
una parte e tre lettini dalla parte
opposta. Non mancano numerosi
materassi e coperte per preparare
un letto agli amici che desiderano
passare la notte alla baita. Durante
la settimana, infatti, sono capitate
diverse persone che dopo cena si
sono fermate a dormire per ripartire
presto la mattina dopo e tornare
al lavoro. L’accoglienza è una delle
qualità principali di questa famiglia.
“Vi fermate a cena?” e la tavola si
allunga ed escono varie sedie pieghevoli
dal ripostiglio. “Fermatevi
a dormire che si è fatto tardi” e
subito i posti in più sono belli che
pronti. Per non parlare del numero
di caffettiere che ho visto preparare:
l’ospite è sempre bene accolto
e puntualmente viene fatto sedere
attorno al tavolo a chiacchierare
e sorseggiare la bevanda calda. Il
caffè è proprio un rito!
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La Grangia
Il roudoun
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I compiti sono così suddivisi:
Meme, il figlio, fa avvicinare alla
baita le mucche con l’aiuto del cane
di turno (Giaca, Remo o Fiume che
però di solito segue Flip al pascolo
più lontano). Dopo la mungitura
porta i secchi nella stanza di lavorazione
del latte per preparare ogni
giorno un bel formaggio di 7 o 8
chili da stagionare, il nostrale. La
panna che affiora da ogni mungitura
di latte fresco è raccolta con la
schiumarola e riposta in un secchio
ben chiuso. Con quella, ogni due o
tre giorni si fa il burro. Potrà sembrare
ridicolo ma imparando a fare
il burro ho realizzato il mio piccolo
grande sogno di aspirante margara!
Si gira la manovella della burriera
finché la panna non si rassoda per
bene e si separa dal siero. Poi si
risciacqua con acqua fredda per
evitare che il prodotto sia troppo
acido e si lascia riposare la palla di
burro nell’acqua fredda. Infine il
momento più bello, quando nello
stampo da burro di legno con la
stella alpina intagliata si formano
bellissimi panetti da mezzo chilo,
di un bel giallo paglia, da mangiare
con gli occhi. Le mucche negli
alpeggi più distanti sono animali
da carne e Flip ogni mattina e ogni
pomeriggio apre loro il passaggio
al pascolo regolando il recinto fatto
col filo elettrico. Poi le fa tornare al
loro posto sempre aiutato da Fiume,
o dal cane che quella settimanaè di turno su nei pascoli, seguendo il
padrone dietro la moto. I cani non
hanno bisogno di nessun comando:
loro partono e basta, non appena
qualcuno si muove. Anch’io avevo
la mia scorta personale, un giorno
non solo Fasulìn ma anche Remo
mi ha seguito in un breve giretto
ad alcune baite, ma il secondo ha
preferito a un certo punto correre
dietro alle marmotte.

Il primo panetto d burro
Il giorno dopo il mio arrivo ho
potuto assistere alla nascita di un vitellino.
È stato un parto un po’ complicato
ma tutto è andato a buon
fi ne. Sono stata col fi ato sospeso
finché non ho capito che ce l’aveva
fatta, fi nché non l’ho visto respirare
e ho potuto toccare il suo musetto
bagnato e morbido. Purtroppo il vitellino non si reggeva sulle zampette
anteriori, ma mi hanno detto
che sono cose che succedono e che,
col passare dei giorni, avrebbe dovuto
riuscire ad alzarsi e camminare.
Con commozione l’ho visto mentre
cercava di reggersi, immobile sulle
zampette un po’ storte, non azzardava
a muovere un passo per non
cadere. Intanto mamma mucca
veniva munta per dargli il latte, poiché da solo non riusciva a ciucciare.
Prima di partire ho potuto vedere
con gioia che muoveva dei passetti
incerti, che indicavano un piccolo
progresso: spero possa camminare
come il vitellino più fortunato che,
nato qualche giorno dopo senza
problemi, dopo pochissimo tempo
era già in piedi e trottava dietro
alla mamma.
Durante il giorno Rosi prende
tutto con calma: le giornate sono
lunghe e c’è tutto il tempo di
svolgere le faccende domestiche.
La frenesia della città e dell’ufficio sono lontane anni luce, ho
spento il cervello da quando sono
qui. Dopo un giorno e mezzo ho
smesso di chiedere l’ora tanto ho
capito che era inutile. Ci si sveglia
quando è chiaro ma non ho mai
sentito suonare una sveglia, eppure
ci si alzava sempre alla stessa ora.
Dopo i primi lavori del mattino
si aspetta l’ora di pranzo, più o
meno sempre intorno all’una. Rosi
sbrigava le faccende domestiche,
a volte Meme suonava l’organetto
(che bello sentire musica occitana
circondati dal silenzio di pascoli e
montagne!), io andavo a fare qualche
giro lì intorno: Monte Tibert,
Punta Tempesta, Rocca Comunetta
(piccola vetta molto carina, proprio
sopra le baite), Monte Cialmè, Lago
Tempesta. Nei miei vagabondaggi
ho incontrato marmotte, camosci,
l’aquila e pure una vipera. Le ho
messo il piede a due centimetri e
mi sono accorta di lei solo quando
ha fatto lo scatto, per fortuna… all’indietro!
Un giorno, mi hanno preparato
una tuma, la toma fresca da
mangiare con le patate e l’aioli, la
tipica maionese con l’aglio che ha
preparato una loro amica venuta a
trovarli. Era bello vedere preparare
tutte quelle buone cose dalla gente
del posto. Mi sembrava di essere
finita in uno dei miei libri sui quali
tanto sospiravo. E che dire delle
ravioles (gnocchi di patate impastati
con toma) conditi con burro
di malga e schiumosa panna fresca
di giornata. E’ stata indubbiamente
una settimana speciale, un’esperienza
che desideravo tanto. E’ un
mondo a parte, con i suoi momenti
belli (come quelli che ho potuto
assaporare) e quelli più diffi cili (sole
o pioggia o temporale il lavoro bisogna
svolgerlo comunque). All’inizio
le giornate mi sembravano fin troppo
lente, ma se si trova qualcosa di
carino da fare nei buchi di tempo
si possono scoprire anche nuove
doti personali e nuovi passatempi.
Dipende certamente dal carattere,
c’è chi in quella solitudine e in quel
silenzio non resisterebbe un solo
giorno.
Devo ringraziare di cuore Rosi
e la sua famiglia per avermi regalato
questa splendida settimana,
per avermi ospitato e avermi fatto
sentire a casa. Stasera addormentarmi
nel mio letto sarà diverso
dal solito, senza strati di coperte
e senza il vento che soffi a forte
fuori dalla baita…
Spero di aver
reso l’idea delle mie emozioni, non
sempre si riesce a tirare fuori tutto,
in particolare quando la bellezza
della montagna ti toglie le parole
di bocca, non solo le rocce, gli
alberi, i ruscelli ma la montagna
vissuta, quella dei margari, che
ti riporta indietro di centinaia di
anni, pensando che da allora fino
ad oggi ci sono state e ci sono
persone (e spero ci siano sempre)
che portano avanti questo mestiere
spinte soprattutto da vero amore
e dedizione.
I tempi che viviamo, son quelli
che sono… E poco alla volta ci allontaniamo
sempre più dalla realtà delle cose; la gente è propensa a
ricordare ciò che meriterebbe
d’essere dimenticato e dimentica,
invece, quello che varrebbe ricordare…
(frase di Luciano Gibelli, dal
libro Il popolo dei malgari del
fotografo Gian Andrea Porro).
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