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ANNUARIO 2009
La “mia montagna”
Cosa rende una gita un’esperienza unica, indimenticabile e magica?
testo e foto di Enrico Burchielli

L’autore in vetta al Mont Velan
Sono gli anni, questi che
stiamo vivendo, del consumismo
più sfrenato, in cui un
quotidiano e martellante appello
ci invita, ci esorta, a consumare
sempre di più, aumentando i nostri
bisogni in maniera esagerata, con
il risultato, voluto, di rendere gli
stessi, in maggior misura, inappagati
e insoddisfatti. Ci vogliono
persuadere che siano i consumi la
panacea che risolverà tutti i mali
della società occidentale, sempre
più votata esclusivamente al potente
‘dio profitto’, senza spiegarci cosa
succederà quando l’utilizzo incontrollato
delle risorse della nostra
vecchia terra avrà portato al loro
irreversibile esaurimento. Ci siamo
scordati dell’insegnamento di chi,
quasi un secolo fa, aveva già capito e
per questo ci ammoniva che “la terra
ha abbastanza per il bisogno di tutti
ma non per l’ingordigia di alcuni”.
Anche il rapporto con la montagna
è cambiato. Le vette, almeno
quelle più note, non vengono più
salite con discrezione, passione e
rispetto, ma vengono, anch’esse,
in modo massivo, frettolosamente
consumate.
Questi sono i pensieri che si
fanno strada, con decisione, nella
mia mente, mentre mi trovo quassù,
precariamente seduto su di un
masso ancora impiastrato di neve, a
quattromila metri, sotto lo sguardo
disilluso e perplesso della Madonnina,
che sembra voler rammentare,
a ognuno di noi, di essere stata
collocata lì, in cima, per comunicare
a tutti quanti umiltà e mitezza. No,
non sono appieno soddisfatto come
dovrei, come vorrei; non è davvero
questa la mia idea di montagna e
non è questa la ‘mia montagna’, la
montagna che piace a me!
Eppure la salita é stata praticamente
perfetta, a parte un vento
gelido che ci ha sorpreso alla fine
del ripido tratto che si inerpica ai
3500 metri della ‘Schiena d’Asino’ e
da lì ci ha accompagnati tenacemente
durante la progressione verso la
Becca di Montcorvé. Le condizioni
della neve, in questo periodo, sono
ideali e noi siamo avanzati davvero
in scioltezza; anche il superamento
della crepaccia terminale non ha
presentato alcuna difficoltà. Solo il
primo tratto del sentiero, alle spalle
del rifugio Vittorio Emanuele, che
si perde verso nord, in un’intricata
pietraia, ci aveva costretto a muoverci
lentamente e con cautela, per
rinvenire gli ometti e non smarrire
la traccia, alla fioca luce delle pile
frontali, nell’oscurità delle ultime
ore della notte. Una volta raggiunto
il ghiacciaio, il nostro incedere si era
fatto via via più deciso, agevolati
dal primo chiarore che appariva
lentamente fra le ombre dell’alba.
Un sole deciso e un cielo blu ci
hanno accolto mentre stavamo muovendo
gli ultimi passi lungo la cresta,
in direzione nord, che consente di
raggiungere la base della Madonnina.
Ma proprio ora, proprio qui, a
una manciata di metri dalla cima del
Gran Paradiso, mi imbatto, una volta
ancora, in quella situazione che, già
altre volte, mi ha impedito di godere
pienamente l’intensità e la magia di
un attimo atteso e desiderato per
lungo tempo.
C’è tanta, troppa gente e, al
solito, insieme alle persone educate
e rispettose del prossimo e dell’ambiente,
ci sono i furbi di turno, incapaci,
anche in queste circostanze,
di celare la propria prorompente
inciviltà.
E così, mentre noi, come altri, ci
fermiamo un attimo, per consentire
la più agevole discesa del tratto
roccioso e dell’esposta cengetta a
chi ci aveva preceduto sulla sommità,
così da evitare la rischiosa
sovrapposizione di corde e le solite
inevitabili ramponate, altri, spingendo
e sgomitando, si inseriscono
a forza, superando le persone in
attesa e andando pericolosamente
ad incrociare gli alpinisti di ritorno.
E no, così proprio non va, e allora,
con Sergio e Carlo, seppure a
malincuore, decidiamo, come tanti
altri, di rinunciare agli ultimi metri
che ci separano dalla Madonnina
e, non senza interminabili attese
e passaggi un po’ azzardati per
levarci dal groviglio, riprendiamo,
un tantino delusi, la via del ritorno.
E mentre, in silenzio, lascio alle
mie spalle la vetta e l’inimmaginabile
confusione di quei pochi metri
di roccia e neve, ripenso alla diversa
situazione vissuta appena cinque
giorni prima, lungo le creste e i pendii
innevati dell’imponente scenario del
Mont Velan.
Difficilmente scorderò
mai le sensazioni provate già il giorno
prima della salita, al mio arrivo
solitario al bivacco Savoie - Rosazza.
Era tardo pomeriggio, grosse
nuvole bianche e grigie si muovevano
veloci nel cielo blu intenso,
la luce era suggestiva, il silenzio
una melodia perfetta, le bandierine
multicolori che oscillavano nel
vento erano le uniche presenze che
potevo percepire; tutto il resto era
tranquillità e serenità, un’immensa
gioia di vivere, uno smisurato senso
di libertà.
Nella quiete assoluta avevo
aspettato che i miei sette compagni
di gita, un po’ alla volta, mi
raggiungessero al bivacco. L’arrivo
degli ultimi era coinciso con i primi
grossi goccioloni, che si erano presto
trasformati in uno scrosciante
temporale, dal quale avevamo
trovato protezione in quel piccolo,
modesto riparo di legno. Prima di
sfumare, pigra, nella notte, quell’incantevole
giornata aveva avuto
ancora l’estrosità di riservarci lo
spettacolo sempre emozionante
dell’arcobaleno.
Il giorno seguente avevamo
lasciato presto la nostra sobria
sistemazione, avanti che il chiarore
dell’alba ritornasse a delineare la
fi sionomia delle cose e ci eravamo
immersi lentamente nelle luci e nei
suoni della montagna notturna: il
luccichio delle stelle nell’oscurità
del cielo, il riflesso sfumato della
luna sulla neve incolore, il rumore
dei ramponi che mordevano il
ghiaccio, il tintinnio dei moschettoni
e dei rinvii appesi all’imbrago
e il respiro un po’ affannato di
ognuno di noi.
Tutti e otto ci eravamo fermati di
colpo, quasi ad un segnale, per volgere
lo sguardo ad est e osservare
il sole che sorgeva lontano, da un
mare di nuvole screziate.
La salita, abbastanza impegnativa,
si era svolta in un ambiente
grandioso, rivelandosi, peraltro, più
lunga del previsto – oltre sei ore –
per via dei continui saliscendi delle
creste necessari per il superamento
delle cime minori, che si ergono,
come attente sentinelle, a protezione
del Velan. Subito alle spalle
del bivacco avevamo dovuto risalire,
per quasi un’ora, un dislivello di
oltre quattrocento metri, lungo il
canalino, un po’ ripido (45° max
in uscita), che conduce al colle de
Valsorey (3107 m).
Dal colle, piegando a sinistra,
avevamo preso la lunga cresta di
neve, roccette e sfasciumi che adduce,
ripida, al Mont Cordine (3323
m). Dalla vetta di questo, eravamo
scesi, sempre per cresta, al colle
de Chamois, facilitati, nell’ultimo
tratto, dalla presenza di una corda
fissa, per poi risalire faticosamente
l’opposta cresta, ancora su ghiaccio,
neve e roccette, che ci impegnava
fino alla cima del Doigt de Velan.
Proseguendo sempre per cresta,
dopo un tratto piuttosto sfasciumato,
avevamo superato un’ultima
fascia di roccette che ci aveva
consentito di raggiungere la vetta
del Mont Capucin (3395 m). Da lì,
anziché proseguire per cresta verso
la Tête de l’Ariondet, avevamo preferito
scendere sul ghiacciaio de Valsorey,
che avevamo percorso per un
lungo tratto, prima di pervenire ad
un dosso nevoso (40°), sulla sinistra
di una zona molto crepacciata, la cui
risalita ci aveva portato al pianoro
antistante ai Dents du Velan. Traversato
il pianoro in leggera salita,
avevamo superato l’ultimo pendio
nevoso (45°circa) che ci aveva, infi ne, consentito di toccare la gobba
ghiacciata a quota 3708 metri,
costituente il punto culminante del
Mont Velan.
Lungo il percorso non avevamo
incontrato nessuno: solo roccia,
neve e ghiaccio erano stati i nostri
compagni nella lunga salita. Un
cielo intensamente blu aveva lentamente
lasciato il posto a veloci
nuvole basse, che si rincorrevano
sospinte da impetuose folate di
vento, per poi raccogliersi intorno
alla sommità fi nale del Velan, dove
ci avevano atteso per festeggiare
con noi il raggiungimento della
vetta e condividere il succoso pompelmo
offerto, come da tradizione,
da Silvestro.
Avevamo potuto godere pienamente
della cima, in tutta la sua
più profonda essenza, e ognuno di
noi, a suo modo, era forse riuscito a
percepire, per un attimo, la propria
originaria e naturale partecipazione
al tutto. La stessa calma, lo stesso
silenzio, avevano accompagnato
anche il nostro ritorno al bivacco,
e così la successiva discesa, attraverso
la conca di By, fino a Glassier.

Sergio, Enrico e Carlo al Rifugio Vittorio Emanuele
Immerso, da lungo tempo, nel lento
fluire dei miei recenti ricordi, mi
accorgo, d’un tratto, di essere già in
vista del rifugio Vittorio Emanuele,
che appare, come sempre, gremito
all’impossibile da decine e decine
di rumorosi escursionisti e alpinisti.
Alla luce del giorno, superiamo
la pietraia d’un balzo e ci ritroviamo
tosto seduti all’ombra di
questa storica costruzione, ai piedi
del ghiacciaio di Montcorvé.
Non
abbiamo fretta e così, anche noi,
ci fermiamo una mezz’oretta nella
baraonda, per rinfrescarci un po’,
Sergio, Enrico e Carlo al Rifugio Vittorio Emanuele consumare le poche provviste che
ci sono avanzate e recuperare il
materiale lasciato qui stamattina,
per poi riprendere, tranquilli, la
discesa verso Pont.
Tutto sommato sono state due
giornate piacevoli, vissute con l’intensità
e la serenità tipiche delle
gite in montagna e con quel tocco
di valore, unico, che soltanto la
presenza degli amici riesce ad imprimere.
Ci siamo mossi in un ambiente
superbo, l’inconfondibile calotta
glaciale del Ciarforon, l’elegante
piramide della Becca di Monciair,
la cresta affi lata della Tresenta, la
Becca di Montcorvé hanno fatto da
sfondo maestoso al nostro procedere
sul ghiacciaio, lungo gli ampi
dossoni che portano alla ‘schiena
d’asino’ e, successivamente, nella
parte alta del circo glaciale, che
consente di guadagnare la crestina
finale. Abbiamo superato, abbastanza
in scioltezza, il dislivello di
1300 metri dal rifugio alla vetta, a
prova di una condizione, ad inizio
stagione, tutt’altro che scadente.
Ci è mancata, soltanto, la vetta.
Ripensandoci, a mente rilassata,
dopo che la lunga discesa ed il confronto
con i compagni hanno contribuito
a placare la delusione e quel
po’ di disappunto provati lassù, mi
persuado di avere fatto, una volta di
più, la scelta giusta e che sia davvero
improprio percepire quella piccola,
insignificante rinuncia come una
grande sconfitta.
Siamo proprio abituati male e,
quasi certamente, dovremmo tutti
quanti reimparare a saper rinunciare
più spesso a qualcosa e riuscire a
comprendere che per essere felici
è sufficiente sapere apprezzare ciò
che si ha, piuttosto che desiderare
sempre di più.
Da ogni esperienza, un insegnamento.
Le emozioni raccolte in questa
come in altre simili situazioni hanno
concorso a comporre, un po’
alla volta, dentro di me, un’idea di
‘montagna’ dal contenuto, oggi,
ben tratteggiato e preciso. Io ho
capito, oramai, con assoluta chiarezza,
cos’è che rende per me una
gita in montagna un’esperienza
unica, indimenticabile e magica e
riesce a trasformare il tempo vissuto
lassù, ad un passo dal cielo, in un
attimo della mia vita, straordinario
ed eterno.
La “mia montagna” è un luogo
in cui mi sento vivo e parte del
tutto, dove torme di sensazioni mi
inondano impetuosamente e, al
contempo, una serenità infi nita mi
pervade, dove il silenzio mi suona
come una musica dolcissima.
Un po’ di stanchezza e la distensione
che segue le tante ore di
movimento e fatica e così mi isolo
un attimo dal chiassoso vociare intorno,
i discorsi di Sergio e Carlo che
si fanno via via più lontani, socchiudo
gli occhi e mi abbandono inerme
alle immagini che prendono forma,
sciolte, nella mia mente.
Ed eccomi, allora, ancora là,
innanzi al bivacco Savoie - Rosazza,
dove attendo, tranquillo, i compagni,
che a breve, uno alla volta,
arriveranno.
Il cielo, il sole e le
nuvole, le pareti rocciose e i pendii
innevati, le bandierine colorate
nel vento: cerco di afferrare più
immagini che posso e qualcuna la
inchiodo, per sempre, alla memoria,
con un semplice scatto.
D’un tratto
mi sembra di avvertire qualcosa e
allora mi fermo, mi guardo in giro,
mi siedo sugli scalini di pietra, affino
l’udito ed eccolo, soave, incantevole
e bello come non mai: il silenzio,
la sua musica dimenticata, la sua
trastrasparente melodia.
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