puntatore Articoli e Pubblicazioni







Home >> Articoli e Pubblicazioni >> Gli Annuari >> annuario 2009 >> Quando a tavola...



ANNUARIO 2009


Quando a tavola si serviva la neve…

Omar Calorio
(Sindaco del Comune di Ceranesi)



In Liguria una consuetudine assai antica fu quella riguardante la raccolta di neve nelle località montane, soggette ad intense precipitazioni, ed il suo mantenimento
in particolari depositi, protetta da materiale isolante, sì che potesse, poi, essere venduta, soprattutto durante i mesi più caldi, nei centri del litorale.
Al tramonto dell’Ottocento, infatti, prima dell’avvento dell’industria per la fabbricazione del ghiaccio artificiale, operazioni quali la preparazione del gelato, la conservazione di cibi deteriorabili alle calde temperatura dell’estate, l’uso della terapia del freddo contro determinate patologie, erano possibili solamente tramite l’utilizzo di refrigerante naturale.

Sui pendii di Monte Penello, a poche centinaia di metri dalla vetta, sulla spianata di Prato Leone, nel resto di Praglia, sul Monte Diamante, al Passo della Bocchetta (1) esistono ancora ben visibili i resti delle “neviere”, grandi fosse scavate nel terreno a pianta per lo più circolare ed a forma di tronco di cono rovesciato con il muro perimetrale in pietra
grezza, profonde da tre a cinque metri e con il diametro superiore fra i sei e gli otto metri. Esse erano generalmente
ubicate in prossimità di vie commerciali e furono per lungo
tempo adibite a deposito della neve destinata al consumo cittadino. Nel periodo invernale vi si raccoglieva, infatti, la neve pressata, che veniva, poi, trasportata e venduta in città
nei mesi estivi, dove era utilizzata per la refrigerazione dei cibi, la preparazione di bevande fresche e le necessità degli ospedali.

La neviera del galeone



Nei paesi a clima temperato l’uso del ghiaccio ottenuto dalla neve risale ad epoche remote. Nella Repubblica di Genova assunse, poi, aspetti di particolare rilievo. Sappiamo, infatti, da diverse fonti storiche che, tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, il ricorso al refrigerante naturale per raffreddare le bevande sulla tavola delle più agiate famiglie genovesi o per confezionare sorbetti ai nobili aveva raggiunto aspetti quasi maniacali, tali da suscitare nei medici del tempo vive preoccupazioni in merito allo stato di salute dei propri pazienti (2). Il commercio della neve, oltre a soddisfare le richieste di nobiltà ed alta borghesia, doveva appagare pure quelle provenienti da gelatai, venditori di bibite fresche, ospedali, conventi, eccetera. L’uso medico era particolarmente incentivato, essendo numerose le terapie che prevedevano l’applicazione di impacchi freddi su ferite o parti doloranti. Il commercio della neve divenne ben presto talmente lucroso da giustificare, nel 1625, l’applicazione di un’imposta sulla sua importazione in città. Nel 1640 lo stato genovese giunse addirittura ad appaltare un’apposita gabella (3) che ne assegnava, dietro pagamento di una quota annua, l’esclusività nella compravendita ad un unico impresario.
Detto imprenditore doveva impegnarsi primariamente affinché Genova non restasse mai priva della sua merce nei cinque anni in cui durava la concessione contrattuale.
I reggitori della Repubblica di Genova decisero, in altri termini, che il commercio della neve non fosse libero, ma venisse consentito soltanto all’impresario che, dietro il pagamento della specifica tassa (“gabella”), possedeva da un lato l’esclusiva di tale commercio e, dall’altro, era obbligato a non far mancare la neve in città anche a costo di doversi rifornire in località distanti delle Alpi con aggravi di costi notevoli negli anni in cui le precipitazioni nevose erano poco abbondanti. Con una grida del 1686 la vendita di frodo della neve venne vietata in città e nei sobborghi.

Dalle documentazioni d’archivio (4) possiamo trarre informazioni che ci permettono di ricostruire, almeno parzialmente, lo svolgimento di un’attività che coinvolse numerosi abitanti delle nostre campagne, in modo particolare quelli di Ceranesi e di San Martino di Paravanico (ivi compresi molti esponenti della celebre famiglia Rossi che diede il nome all’omonimo borgo).
Dopo un’abbondante nevicata (considerata letteralmente una benedizione) decine di braccianti, arruolati per l’occasione dell’Appaltatore della “Gabella” tra i contadini della zona, provvedevano al riempimento delle neviere. La neve, dopo l’immissione nelle fosse, veniva battuta con appositi mazzuoli strato su strato, ben stipata e, quindi, allo scopo di proteggerla il più possibile dal caldo e dalla pioggia, riducendone al minimo i cali per fusione, essa veniva ricoperta da uno spesso strato di fogliame secco, mentre la parte fuori terra della neviera veniva sormontata da una tettoia conica mobile di paglia, sostenuta da assi di castagno.
Tra il tetto e la foglia, poi, si creava ancora un’intercapedine termoisolante che permetteva la conservazione fino all’estate di un quantitativo di merce pari al 75% di quello immesso. Internamente la neviera era rivestita da muri in pietra “a secco” e sul fondo concavo un canale di scolo, per mezzo di un cunicolo, permetteva il defl usso verso l’esterno dell’acqua di fusione, impedendone, così, il ristagno che avrebbe accelerato la liquefazione del prodotto.
All’arrivo della stagione calda, quando la neve si era ormai solidificata per la lunga giacenza nei pozzi, gli stessi braccianti, durante il giorno, provvedevano a tagliarla in blocchi prismatici di circa 80 kg di peso che, avvolti in sacchi di tela, soltanto col fresco della notte venivano trasportati a dorso di mulo o, dove le strade lo permettevano, con carri sino in Vico della Neve, presso Piazza Soziglia ’“impresario” in carica. Costui riforniva le quindici botteghe che, sei in città e nove nei sobborghi (di cui una a Sestri Ponente), la rivendevano a prezzo calmierato. Impegnato
con una merce davvero insolita e “sfuggente” in un’attività piena di incertezze, egli – come accennato – non sempre riusciva a trarre un buon utile dalla gestione della “gabella”. Sappiamo, infatti, che in certe annate, l’appaltatore dovette affrontare estreme diffi coltà dovute alle avverse condizioni climatiche e meteorologiche. Piogge intense accompagnate da forti raffi che di vento causavano spesso lo scoperchiamento di qualche neviera e la perdita della merce depositata. Estati troppo fresche, inverni con abbondanti nevicate in città (con conseguenti accumuli di neve negli scantinati da parte di privati) o, peggio, inverni privi di neve che, per ottemperare agli obblighi contrattuali, costringevano ad onerose importazioni da luoghi lontani come Toscana, Piemonte e Savoia, rappresentarono altrettanti motivi di mancato guadagno e talora di fallimento (6).
Nel 1870, quando il ghiaccio naturale prodotto e raccolto durante i gelidi inverni dell’alta Val Lemme andava ormai sempre più imponendosi per la sua maggiore effi cacia di refrigerante, la “Gabella della Neve” venne soppressa: erano trascorsi 230 anni dalla sua istituzione.

In due documenti settecenteschi troviamo menzionate una “neviera sopra Pegli in luogo detto la Scaglia” ed una “neviera nominata il Penello ne’ Giovi sopra l’Acquasanta” che dettero il loro contributo per gli approvvigionamenti
dell’Impresario. Anche delle neviere di Prato Leone si hanno testimonianze storiche. Nel registro del Catasto del Comune di Larvego, custodito nell’archivio comunale di Campomorone, al n. 33 – anno 1870 – n°. 9 d’ordine,
si trova, infatti, la seguente registrazione: “…Terra denominata Piano delle Neviere e Pietra del Grano: confine di sopra il sentiero e ‘Strada dei Lombardi’, di sotto la strada della Groviera(7) (sic!) e Ritano della Groviera(8) (sic!); da un lato il passato morto e un termine; dall’altro lato un passato morto, un termine e Strada dei Lombardi.
Misure: canelle 152 larga e 125 lunga. Valore L. 8.=. Estensione in canelle 19000…”(9).
Carlo Traverso ha così commentato: “Il terreno indicato è posto in quella località che dal Passo della Caffarella, sopra Larvego, si stende sino al Prato del Gatto. Ancora oggi qui troviamo le Neviere, ossia grandi e profondi buchi protetti nell’interno da muri a secco, in cui si raccoglieva la neve durante l’inverno per usarla poi in estate come ghiaccio domestico. La Pietra del Grano, posta sul tracciato della vecchia LOMBARDA, sullo spartiacque verso il Gorzente, era un luogo di convegno usato dai mercanti per le loro contrattazioni” (10).
Le neviere di Prato Leone, a confi ne oggi fra i Comuni di Ceranesi e Campomorone, dovettero essere costruite sul fi nire del Settecento poiché non se ne ritrova traccia alcuna nel Catasto del 1764, mentre sono citate in quello del
1798. Il Comune ebbe a venderle proprio nel 1870 al sig. Tomaso De Marchi, segno dell’avvenuta diminuzione di importanza a cui il sito andò incontro. Tra l’altro, il De Marchi era un discendente di quella famiglia Rossi che tanta
parte ebbe nella storia di San Martino di Paravanico e che si distinse anche nella commercializzazione della neve. Sappiamo che i Rossi, attivissimi nel campo dei commerci e, più in generale, degli affari, ebbero a pagare braccianti per la raccolta ed il trasporto della neve a Genova. Senz’altro, essi svolsero tali operazioni in subappalto, per
conto dell’impresario della neve. La presenza di una neviera nei pressi del dosso che dista alcune decine di metri dal Giogo di Paravanico (pressi di Prato Leone), nelle adiacenze di un terrapieno, mette in stretta relazione due fattori: quello che, in un primo momento, può apparire un terreno bonificato dall’uomo per uso esclusivamente agricolo, è, in realtà, un’opera costruita, anche se non esclusivamente, per facilitare la raccolta della neve oppure la formazione del ghiaccio ottenuto durante l’inverno, mediante allagamento di questi ripiani per mezzo di canali che derivavano l’acqua dal ruscello (il Gorzente!) posto nelle immediate vicinanze.

L’uso delle neviere proseguì (in misura ridotta) anche dopo il 1870 e fi no all’avvento di frigoriferi e freezer: le quattro fosse di Monte Penello, ad esempio, continuarono, secondo notizie verbali, ad essere usate per rifornire la grande neviera in muratura di Villa Pallavicini a Pegli con neve destinata al consumo familiare dei proprietari.


Il trasporto a valle sarebbe avvenuto tramite una staffetta di facchini recanti in spalla una “coffa” rivestita internamente di lamiere di zinco.
Grazie al contributo determinante del C.A.I. Sezione di Bolzaneto è stato possibile il recupero dei resti della neviera che si trova nelle adiacenze della Pietra del Grano. Tale attività ha permesso a molte scolaresche di visitare il sito
e di imparare l’estrema maestria dei loro avi nella cura del territorio che procurava loro i profi tti necessari a garantire una sopravvivenza, spesso stentata, senz’altro priva di agi e lussi.
Il Comune di Ceranesi ha mostrato e mostra interesse a proseguire in tale attività di mantenimento della memoria storica locale e sta attivando diverse fonti di fi nanziamento per procedere ad un recupero integrale delle neviere, così come della vicina Cappella del Pecoraio collocata lungo la direttrice Monte Pesucco – Giogo di Paravanico
(Xuea) – Prato Leone – Lischeo (11).
Ma questa è un’altra storia, che speriamo di poter illustrare ai lettori prossimamente.




La neviera ristrutturata dai soci del CAI Bolzaneto



Note:
1 A Mele, in loc. Ignari (Via delle Giutte) è possibile rinvenire una particolare neviera, conservatasi pressochéintatta e capace di evocare antiche suggestioni. È profonda circa 5 o 6 metri: per accedervi si attraversa una breve galleria che porta ad un ambiente circolare di 10 metri di diametro. Si raggiunge il fondo della neviera percorrendo una scalinata costituita da gradini di pietra aggettanti dalla muratura, la copertura è a cupola e la comunicazione con l’esterno avviene da una piccola apertura che probabilmente serviva a caricare la neve.
Cfr. A. ROSA, Al di qua del mare, Provincia di Genova, 1999.

2 Cfr. B. PASCHETTI, Del conservar la sanità de’ genovesi, Genova, 1602.

3 Cfr. G. D’INCÀ, La “Gabella della Neve”, in La Casana, n 3, SIAG, Genova, 1986.

4 Cfr. A.S.G., Antica Finanza, 775, 776, 777. Neve

5 Dagli inizi del XIX sec. Vico della Neve sarà soppiantato da
Piazza Acquaverde.

6 Cfr. A.S.C.G., Fondo segreteria amministrazione civica, 1251, Gabella della Neve; Economato sezione stabili, 1005, Neviere.

7 Qui si intende chiaramente “Giovera” o “Xuea”

8 Ibidem.

9 Cfr. C. TRAVERSO, Camporone, edito da FOCL – Regione Liguria, ottobre 1999, pag. 22.

10 Cfr. ibidem, pagg. 22 – 23.

11 Per saperne di più cfr. A. DELLEPIANE, Polcevera, Lemme, Scrivia, Borbera, Tolozzi, Genova, 1965, pagg. 118 – 119; C. C. LONGO, Ricerche di geografi a storica in Valpolcevera – San Martino di Paravanico, 1989 – 1990, pag. 16; GRUPPO ESCURSIONISTICO PEGLI – G.E.P. (a cura di), a “Scaggia” – Escursioni ed arrampicate sull’Altopiano di Pegli – Itinerari storico-culturali-ambientali nel mondo di Punta Martin, Studio Cartografi co Italiano, Genova, luglio 1993, pagg. 22-23.



pagina aggiornata il 16/10/2010
top

CAI - Genova Bolzaneto - Via C. Reta 16 R - tel e fax:010/7406104
PI-CF 93013630103
Per Contattarci
Sito powered by Carlo Gozzi©2006
Valid HTML 4.01 Transitional

Valid CSS!