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ANNUARIO 2009


Una piccola avventura a lieto fine
Cronaca della classica “Ottoz” alla Pyramide du Tacul
testo e foto di Gianluigi Baraldi



Andar per monti, come è ben noto ai più, non sempre è poesia, pace, panorami mozzafi ato e via dicendo: talvolta bisogna saper gestire situazioni impreviste anche emotivamente difficili. È qualche anno che voglio raccontare brevemente la storia di una mia piccola, ma per me grande, salita fatta nel Gruppo del Bianco con il capocordata dei miei tempi migliori, Giulio Gamberoni. E ciò non certo per vantarmi, come dimostrerò più avanti, ma per testimoniare qualcosa che può forse essere utile ai più giovani.

Non sono mai stato uno scalatore, avendo un approccio diverso con l’alpe, che preferisco osservare dall’alto – fin che si può – con ascensioni piuttosto facili ma di ampio respiro e di stampo classico. Tuttavia nel 2002, alla tenera età di 60 anni, mi son voluto togliere lo sfizio di fare il Corno Stella, ovviamente con il “grande Giulio” e, sull’onda di questa soddisfazione, partiamo, dopo un paio di mesi, anche per la Cresta est della Pyramide du Tacul.
Il 14 settembre, quindi un po’ avanti nella stagione, siamo a La Palud per prendere la prima funivia – che non è mai tale – e siamo pronti per camminare a Punta Helbronner alle 9, già in ritardo… Gente in montagna ce n’è, ma tutti “addetti ai lavori”, quindi veloci: la giornata è bellissima.

Da informazioni assunte la salita dovrebbe richiedere 4 o 5 ore ma le cose andranno un po’ diversamente. Arriviamo nei pressi della “cimetta rocciosa elegante”, come cita il Buscaini nella Guida dei Monti d’Italia, alle 10 e 30 ed iniziano i problemi: l’attacco è ostacolato da paurosi crepacci e passiamo solamente alzandoci di un certo dislivello, su di un buon ponte di ghiaccio.



La cresta est della Pyramide du Tacul





Giulio in vetta alla Piramide du Tacul


Ma l’ambiente è tutt’altro che Cronaca della classica “Ottoz” alla Pyramide du Tacul Una piccola avventura a lieto fine idilliaco: il tempo è passato velocemente e tocchiamo la roccia oltre le 12; dobbiamo fare due tiri piuttosto facili verso la cresta e, quindi, quasi un traverso.
Cominciamo effettivamente ad arrampicare con le scarpette, che per me è tutt’altra cosa, alle 13. Altri, forse, a questo punto avrebbero girato indietro (vi sono ancora 200 m di dislivello…) ma Giulio non considera tale ipotesi né io gliela propongo: ci siamo resi conto subito che non sarebbe stata una passeggiata. In effetti, la roccia è splendida, saliamo con tempi normali e solo in alto incontriamo una leggera spolverata di neve (è pur sempre settembre…): il passaggio per me più ostico, un 4+, non si rivela tale ed arriviamo in vetta, molto piccola, alle 17.

Manco a dirlo, il tempo ha tenuto: è sempre bellissimo ma le poche cordate che abbiamo visto si sono già dileguate; chissà cosa avrà pensato qualcuno che ci ha visto dal basso. Si scende subito e si spera di fare le doppie in fretta ma, in un recupero, invece la corda si incastra e Giulio deve risalire, per parecchi metri, e si perde tempo.
Alle 19 telefono al rifugio Torino, dicendo che siamo in ritardo e per avvertire chi a casa aspetta notizie: il messaggio, però, non arriva a destinazione.

Alle 20 siamo sul ghiacciaio e, come direbbe l’amico Mauro Felicelli, “si spegne la luce”. Sotto di noi ci sono due piste: prendiamo quella più vicina, che era anche la più larga, certi di essere dopo un’ora e mezzo al rifugio. Ma la “battaglia” non è finita poiché la pista, che forse aveva uno scopo turistico, fa numerosi giri sul ghiacciaio e fa perdere tempo: ad un certo punto, incontriamo anche una bella paretina di alcuni metri da fare sulle punte dei ramponi…
Sono 13 ore che siamo impegnati, teniamo duro, bisogna fare in fretta per tanti motivi: sentire casa, arrivare al rifugio aperto, stress e stanchezza e, perché no, strizza, poiché siamo solissimi nel Bianco e di bello vi è solo il brillìo della luna sulla neve.
La sensazione, comunque, è unica ed indimenticabile nel vero senso del termine. Anche il forte Giulio ha bisogno di cambio, vado davanti io, che conosco bene la zona, e, senza soste, se non per riprendere fiato, arriviamo al Col des Flambeaux alle 23.
Il cellulare finalmente prende: avvisiamo casa, anche se l’accoglienza è pirotecnica per lo sfogo della tensione muliebre, la prima parola proferita mi pare sia stata “imbecille”, ma è la sostanza che conta e noi siamo in vista del Rifugio Torino. Mentre facciamo l’ultimo sforzo per raggiungerlo, “dulcis in fundo” l’unica luce dello stesso si spegne, superiamo la cosa facendo segnali luminosi e, finalmente, siamo accolti. Siamo stati 14 ore e mezzo in “giro” per la montagna, per una “cimetta” che abbiamo veramente voluto conquistare a tutti i costi: all’amico lettore non sfuggiranno le numerose considerazioni negative e positive della vicenda, mi permetto di dire “ne faccia buon uso” e, credetemi, è solo per questo che ho voluto raccontare l’episodio. La salita, ad ogni modo, è molto remunerativa: il granito è perfetto e l’insieme costituisce, con le dovute valutazioni, un buon banco di prova per scalate di maggior impegno.

Scheda tecnica

Pyramide du Tacul: m 3468 Cresta Est (Gruppo del Monte Bianco – nei c.d. satelliti del Tacul) E.Croux, L.Grivel, A.Ottoz 29 luglio 1940 (salita fatta in mattinata da 3 grandi Guide locali);
Difficoltà: D, IV e 2 pass. IV+;
Dislivello parete: 270 m circa;
Tempi effettivi: h 6 e 30’ di traccia su ghiacciaio e h 8 di arrampicata A/R (10 tiri in salita);
Attrezzatura utilizzata: due corde gemelle da 50 metri, moschettoni, cordini, rinvii (la via è attrezzata), discensore, casco, imbrago, piccozza, scarponi da montagna, scarpette per arrampicata;
Punto d’appoggio: Rifugio Torino nuovo m 3375 raggiungibile con funivia La Palud - Punta Helbronner.
14 settembre 2002, Giulio Gamberoni e Gianluigi Baraldi



pagina aggiornata il 16/10/2010
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