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ANNUARIO 2009
La collezione del Sassolungo
Cronaca asimmetrica a due voci
Luigi Carbone e Alberto Pavan

Il gruppo del Sassolungo nella foto galeotta (foto Tappeiner SpA)”
L. - Come nasce l’idea: una
foto aerea vista in un negozio
sportivo di Ortisei durante le
vacanze familiari. Forse il 1998 o il
1999. Visto dall’alto, il piccolo gruppo
dolomitico rivela la sua magica
orografi a: una bomboniera obliqua
di roccia, un’enorme conchiglia
con al centro, come una minuscola
perla, il Rifugio Vicenza.
Quella foto da allora sta appesa
al muro della mia camera da letto.
Quando mi volto per spegnere
l’abat-jour è l’ultima immagine
che distinguo prima del buio della
notte.
Ok, come dose di miele può
essere sufficiente.
A. - A questo punto qualcuno
potrebbe aspettarsi che, armato del
giusto sarcasmo, io intervenga per
stemperare la sviolinata introduttiva
di Gigetto; ebbene, rimarrete
delusi perché non lo farò!
Certo, io non ho nessun poster
del Sassolungo in camera da letto
e l’unica foto dolomitica che
tengo appesa al muro appartiene
alla “concorrenza” e raffigura il
Campanile Basso di Brenta. Ma alle
cime che fanno da cornice alla Val
Gardena, ed al gruppo del Sassolungo
in particolare, sono molto
affezionato; a queste montagne
penso sempre con dolcezza e, pur
avendole visitate numerose volte,
quando si presenta l’occasione vi
ritorno sempre molto volentieri.
Del
gruppo ci sono due aspetti che mi
colpiscono in maniera particolare.
Il primo è il contrasto tra l’ambiente di croda, isolato e selvaggio,
e la zona escursionistica di media
montagna, percorsa da carrozzabili,
sentieri e cabinovie, costellata
di rifugi e frequentatissima dagli
uomini. Nel giro di pochi istanti,
quasi senza accorgersene, si può
transitare da una dimensione all’altra;
a volte è suffi ciente allontanarsi
di poco dal sentiero oppure girare
dietro la quinta di uno spigolo.
Il secondo è che, a causa della
morfologia del gruppo, le cime
principali, fatta eccezione per il Sassolungo,
sono tutte molto vicine tra
loro. Così gli alpinisti, che il mattino
si incontrano sul sentiero per poi
disperdersi ciascuno per una meta
diversa, al termine del loro viaggio
verticale si ritrovano su vette così
vicine che non solo ci si riconosce,
ma sembra anche possibile dialogare.
Ognuno poi si rituffa lungo
la propria via di discesa.
L. - Oltre che per la sua struttura
ad anello aperto sull’Alpe di
Siusi, il gruppo è caratterizzato
dalla regolare disposizione delle
cime principali lungo il perimetro
esterno. Da ogni forcella che separa
queste vette piombano, su
entrambi i versanti, lunghi e ripidissimi
canaloni a fondo ghiaioso
o ghiacciato. Un lungo crestone
scende dall’anticima nord della
Torre Innerkofler e separa in due
il vallone interno, dando origine
alla Cima Dantersass.
Ma quali si possono definire
“cime principali”? Io ne ho individuate
solo sei: 1. Sassolungo (Langkofel)
m 3181; 2. Punta Cinque
Dita (Fünffi ngerspitze) m 2998; 3.
Punta Grohmann (Grohmannspitze)
m 3126; 4. Torre Innerkofler (Innerkofl
erturm) m 3098; 5. Dente del
Sassolungo (Zahnkofel) m
3001; 6. Sassopiatto (Platkofel) m
2958.
Certo, con questa scelta arbitraria
se ne escludono parecchie altre,
fra tutte lo Spallone del Sassolungo
(m 3081) che, pur formando massa
unica con la cima principale, è dotato
di una mole notevole e di vie
di salita indipendenti. Anche la già
citata Cima Dantersass (m 2825) ha
un’individualità spiccata, mentre il
Pollice delle Cinque Dita (m 2953),
pur non possedendo tali caratteristiche
morfologiche, è molto noto,
soprattutto per l’elegante linea del
suo spigolo nord, classica e gelida
salita di quarto grado.
E’ quindi ovvio che il mio criterio
sia discutibile, ma “quelle” sei vette
mi erano balzate agli occhi in modo
naturale, e al loro inseguimento
cominciai a dedicarmi, inizialmente
senza la fi ducia in me necessaria per
ambire a salirle tutte.
Fra esse solo il Sassopiatto è
raggiungibile con un itinerario
escursionistico, mentre le altre cinque
vette oppongono passaggi di
III/IV grado anche sulle vie normali.
Non mancano le scalate classiche
interessanti che presentano caratteristiche
simili: itinerari mai corti
e con discese piuttosto impegnative,
su roccia buona, in ambiente
“d’avventura”, quasi sempre da
proteggere e con frequentazione
non eccessiva.
Non molto dopo l’inizio dell’opera
notai anche in Alberto un’insistente
e sospetta attenzione nei
confronti del Sassolungo, per cui
non mi stupii molto quando mi
confessò che anche lui stava progettando
qualcosa di simile alla mia
collezione. La decisione di unire le
forze venne in modo naturale.
Col tempo emersero piccole divergenze
sui dettagli dell’impresa.
Sospetto addirittura che Alberto
abbia scelto di salire anche lo
spigolo del Pollice perché lo considerava
parte della collezione. Su
questo avremmo potuto discutere
per mesi.
Il fatto stesso che io stia qui a
scriverne e che l’annuario pubblichi
questa pagina testimonia inequivocabilmente
che la raccolta portò
buoni frutti e quindi, conclusa la
lunga e sentimentale introduzione,
ecco la cronaca.
15 Luglio 1999:
Sassopiatto,
via ferrata Schuster
L’esordio della collezione fu opportunamente
timido e rispettoso
e mi dedicai all’osso meno duro. Le
condizioni erano propizie: un’altra
vacanza familiare a Ortisei, mio
padre che si dilettava di vie ferrate
e il Sassopiatto che nasconde, nel
suo accidentato versante orientale,
la bella via ferrata Schuster.
E’
un percorso di stampo antico, con
attrezzatura ridotta all’essenziale,
lunghi tratti non ferrati e diffi coltà
contenute. L’uscita in vetta può
risultare straniante, a causa dell’ambiente
aperto e del frequente affollamento
di escursionisti. Il contrasto
con l’ombroso e solitario versante di
salita è notevole, ma superammo
in fretta lo shock, avendo modo
di apprezzare anche noi l’agevole
ancorché lunghissima discesa sulla
via normale.
14 Settembre 2002:
Punta Grohmann,
parete sud via Dimai
A inizio estate mi infortunai
seriamente alla caviglia e perciò
dovetti non solo saltare l’imminente
e agognata settimana alpinistica
dolomitica, ma anche restare fermo
per tutta la stagione. Quando,
a metà settembre, recuperai un
minimo di efficienza fisica, si presentò
l’occasione di fare qualche
salita di un certo spessore con Alberto,
che nel frattempo si era già
messo avanti col lavoro. Entrambi
avevamo in mente questa via. Già
qualche anno prima avevo chiesto
informazioni in proposito alle Guide
Alpine, e il fatto che mi avessero
presentato un preventivo assai
salato accrebbe considerevolmente
la tipica inquietudine che precede
le salite impegnative. Si tratta di
una via famosa soprattutto per un
tiro in traverso su una liscia cengia
spiovente. Questo passaggio delicato
e caratteristico prende il nome
di “menschenfalle” (trappola per
uomini).
Probabilmente la cattiva fama
è dovuta alle calzature in uso nel
1908. Con le attuali scarpette da arrampicata
l’aderenza sulla cengetta
assicura una progressione confortante.
La parete sulla quale ci si
muove è molto vasta e, soprattutto
nei tratti più facili, mancano sicuri
punti di riferimento. Servono quindi
buon senso di orientamento ed una
certa abitudine al terreno d’avventura,
anche perché solo il tratto
chiave ha protezioni sufficienti.
Tutte caratteristiche eminentemente
dolomitiche e particolarmente
pronunciate in questo gruppo. La
vetta è una bancata corallina solo
leggermente inclinata, una spianata
che potrebbe ospitare un campo
da calcio.
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La “menschenfalle”. in una foto
d’epoca
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Lungo la salita, fatto non
molto comune, incrociammo anche
un paio di altre cordate, che ci servirono
come punto di riferimento
in discesa lungo la via normale:
un tourbillon di disarrampicate,
brevi corde doppie e aggiramenti
delle torri che la caratterizzano.
Arrivati alla forcella delle Cinque
Dita restava da scendere uno dei
terrifi canti canaloni di neve e ghiaie
che in seguito avremmo imparato a
conoscere bene. Con la mia caviglia
convalescente, dovetti improvvisare
un’antiestetica ma redditizia andatura
claudicante.
16 Settembre 2002:
Punta Cinque Dita
Due giorni dopo, mentre cominciava
a maturare l’idea di una
collezione da completare, ci dedicammo
alla complessa via normale
delle Cinque Dita.
Avvicinamento nullo grazie
all’antidiluviana cabinovia che porta
alla forcella del Sassolungo, presso il
Rifugio Demetz. Sui primi tiri (parete
Demetz) un microclima incredibilmente
freddo mi costrinse, per la prima
volta in vita mia, ad arrampicare
indossando tutto il vestiario a mia
disposizione. Calzare le scarpette
era diventato un supplizio disumano,
che Alberto evitò tenendo gli
scarponi e facendomi spietatamente
procedere come capocordata. Dopo
la prima parete, la salita prevede
l’aggiramento del Pollice utilizzando
il “palmo della mano”, piano
inclinato che conduce all’intaglio tra
Pollice ed Indice. Questo dito si risale
fin quasi al suo culmine, per poi
traversare su un’instabile ed aerea
cengetta (forse il margine inferiore
dell’unghia?) fino all’intaglio tra
Indice e Medio, ovviamente la vetta
massima. Diversamente dagli altri, il
dito più alto è molto largo, innaturalmente
schiacciato. Decidemmo di
passare sopra questa imperdonabile
imperfezione e ci portammo in vetta.
Discesa un po’ laboriosa per la
medesima via, giusto in tempo prima
della chiusura della cabinovia.
A. - Quella mattina, dopo aver
aperto la finestra della camera
del Rifugio Valentini, Gigetto ha
laconicamente sentenziato: “una
coraza de ghiacio”. Nel letto, ancora
intontito dal sonno, non avevo
capito appieno il senso di quella
frase; lì per lì ho pensato che fosse
nevicato nella notte. Bene, mi son
detto, si dorme! Mi sono trascinato
alla finestra, il cielo era tutto sereno,
solo che faceva un freddo cane.
Male, ci tocca andare!

“Punta Cinque Dita”
15 Luglio 2006:
Dente del Sassolungo,
cresta sud est, via Delago
L. - Nel frattempo avevamo deciso
di completarla, ‘sta collezione,
e ci recammo in loco con Gianna e
Marcella.
Alberto fece un impagabile
gesto di generosità, proponendo
la scalata alla via Delago al Dente,
pur avendone già salito la via normale
nel 2002. Sulla scorta della
sua esperienza ci aveva avvertiti: “il
canalone di discesa della normale
è orribile!”. Arrancando su per
l’osceno canale parallelo che porta
all’attacco nei pressi della forcella
del Dente, pensai che non potesse
essercene uno peggiore. La salita
non ci annoiò: ai primi tiri su roccia
friabile segue una parte centrale
veramente entusiasmante, solare e
su roccia buona, che conduce fi no
ad una forcella dove le diffi coltà
dovrebbero terminare. Supposizione
corrispondente al vero, però,
per raggiungere la vetta, ci trovammo
davanti almeno 150 metri
di crestine facili ma molto esposte
e alquanto crollanti.
Per la prima
volta feci conoscenza coi gridolini
liberatori di Marcella, tanto simili
ai lamenti di chi sta per mollare la presa. Ancora oggi mi gelano il
sangue. Completammo quindi la
traversata scendendo la normale
per il versante opposto fino alla
forcella est del Sassopiatto dove
ben presto si manifestò l’infondatezza
dei miei ragionamenti e la
piena giustificazione del monito
di Alberto. Il canalone di discesa
è realmente orribile: ripidissimo e
ghiaioso nei tratti migliori, presenta
qua e là chiazze di neve trasformata
durissima ed è interrotto da alcuni
saltini da scendere in doppia su ancoraggi
scomodi e inquietanti. Con
penosi zig zag e peregrinazioni alla
ricerca dei punti deboli riuscimmo
infine a tornare al sentiero senza
danni.
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“Il Dente e il meno orribile dei
canaloni”
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A. - Conoscevo già il Dente,
ma, avendone percorso soltanto
la normale, ero contento di salirlo
di nuovo per un’altra via, in compagnia
degli amici. Forse, come
spesso accade per le cose sgradevoli,
avevo sfumato nei miei ricordi le
“scomodità” della discesa, ma mi
stimolava anche l’idea di tornare
su quella montagna isolata e poco
frequentata dagli alpinisti. La via
Delago, che sulla carta potrebbe
sembrare un itinerario semplice e
senza patemi (e questo era quello
che pensavo all’inizio), in realtà é
un’ascensione lunga, complessa e
di sicura soddisfazione. Scendendo
dalla cima, nonostante fossero trascorsi
ormai quattro anni, a poco
a poco ho ritrovato la via (almeno
fi no alla forcella). Gli ancoraggi delle
doppie erano un po’ nascosti, ma
mentre scendevo improvvisi fl ash
di memoria mi guidavano verso il
giusto nascondiglio.
17 Luglio 2006:
Sassolungo
L. - L’ascensione al Dente doveva
essere poco più di un allenamento
in vista della salita più ambita.
Questo solamente nelle intenzioni,
perché, come forse si sarà intuito
dal paragrafo precedente, la salita
e soprattutto la discesa costarono
uno sforzo psico-fi sico cospicuo a
tutta la compagnia. Comunque,
non cambiammo i nostri progetti.
La normale al Sassolungo è tecnicamente
la più facile dopo quella del
Sassopiatto, ma presenta un cocktail
di lunghezza, diffi coltà di orientamento,
esposizione e ambiente
selvaggio che non lascia scampo.
Le diffi coltà non raggiungono mai
il quarto grado, ma i tratti “camminabili”
si incontrano solo qua e là,
per cui la maggior parte della salita
si svolge su quel II/III grado fatto
apposta per perdere tempo se si
procede a tiri oppure per logorare
il sistema nervoso se si procede in
conserva. Ovviamente il dilemma
si ripropone più o meno identico
in discesa. La primissima parte
dell’ascensione è probabilmente
la più evidente, in quanto sfrutta
l’astuta “cengia dei Fassani” che
consente di attaccare abbastanza
in alto, compiere un lunghissimo
traverso ascendente e raggiungere
la via dei primi salitori evitandone la
metà inferiore. Il seguito, è tutto da
trovare. Molti problemi potrebbero
svanire in compagnia di qualcuno a
conoscenza del percorso migliore.
Noi – perdinci! – la conoscenza la
maturiamo sul campo. E ne impiegammo
di tempo per questa
maturazione, tanto che, al termine
della labirintica e solitaria salita,
per motivi di sicurezza iniziammo
a scendere dalla cresta terminale
sopra il bivacco fi sso senza toccare
la vetta massima. Forse sarebbero
stati suffi cienti ancora pochi minuti
… ma probabilmente no.
Sono cosciente che questa può
essere un’imperfezione della nostra
collezione, ma, col tempo, ho
imparato ad amarla come un neo
sul viso di una donna, che (forse) la
rende più interessante.Al mattino
avevamo rinunciato alla cabinovia
per partire presto senza attenderne
la partenza e poterla sfruttare al
ritorno. Anche la discesa ci chiese il
suo tributo, e tornammo al Rifugio
Demetz ben oltre l’orario di chiusura
dell’impianto, per cui possiamo
oggi fregiarci di una rara salita al
Sassolungo direttamente da Passo
Sella. Tra i numerosi ambienti di
totale wilderness che si incontrano
nel corso dell’ascensione, vorrei
ricordarne solo uno per non rovinare
la sorpresa ad altri ardimentosi:
l’enorme anfi teatro che ospita,
abbarbicato sempre più a nord e
sempre più in alto, il ghiacciaio lenticolare
del Sassolungo. Un luogo
nascosto, remoto e imponente che
non delude gli amanti del genere.
A. - Ero ancora un ragazzino
quando i miei genitori mi portarono
in vacanza in Val Gardena; “oggi
andiamo sul Sassolungo” mi dissero,
e mi caricarono sulla bidonvia
(sic!) che partendo dal Passo Sella
si intrufola nel cuore del massiccio.
Giunti alla forcella Demetz, dove i
bidoni scaricano gli umani, mi resi
subito conto che non eravamo in
cima ad un bel niente. Eravamo
sovrastati da guglie e pinnacoli
dalle insolite forme e c’era pieno di
gente dappertutto, come al raduno
di Woodstock. Né riuscivo a capire
perché alle mie ripetute richieste di
proseguire a piedi per raggiungere
la sommità, che pensavo fosse a
portata di mano, mia madre rispondesse
con un laconico “non si può”.
Perché quel giorno non si potesse
andare oltre l’ho capito diversi anni
più tardi, quando ho cominciato a
leggere di montagne: tra la forcella
Demetz e la cima del Sassolungo
ci sono da superare 500 metri di
universo dolomitico verticale. Come
altre cime per me importanti, anche
la normale del Sassolungo l’ho
innanzi tutto salita leggendola sui
libri, complici la Guida dei Monti
d’Italia di Ivo Rabanser e la bella
monografi a di Alp. Tutto lasciava
trapelare che, se si voleva calcare
la cima e rientrare prima del calar
delle ombre, bisognasse cincischiare
poco ed andar via molto veloci. E
così ho ben fatto il giorno della
salita; non ho goduto un granché
del panorama, né ho avuto modo di
soffermarmi ad osservare i dintorni,
tutto preso come ero dalla mia trance
operativa che voleva effi cienza.
A conferma di questo stato di (dis)
grazia ricordo ad un certo punto
di essere riuscito persino a persuadere
Marcella circa la solidità della
sosta che avevo frettolosamente
attrezzato posando un friend in una
svasatura a caso della roccia.
15 Agosto 2009:
Torre Innerkofl er,
parete est, via Dibona
L. - Nel periodo in cui meditavo
sulla fattibilità della collezione, l’Innerkofl
er mi sembrava l’ostacolo più
alto. La via normale attacca un canale
ghiacciato veramente repulsivo,
che la rende sconsigliabile. Solo in
seguito venni a conoscenza di un’altra
via, certamente più diffi cile ma
molto più abbordabile, la Dibona.
Infi ne, sfogliando la magnifi ca guida
di Mauro Bernardi, scoprii che si
tratta di un “itinerario interessante e
divertente” su roccia ottima. Questa
iniezione di fi ducia spinse Alberto e
me a fare i preparativi per coronare
il sogno. La baldanza può giocare
brutti scherzi, infatti, quando, dotati
di preciso schizzo, ci inerpicammo per l’ultimo degli orribili canaloni a
noi ignoto, il punto di attacco ci sembrò
evidente. Un canalino, subito a
sinistra di un pilastro appoggiato,
la prima sosta che occhieggia. E che
sosta, tre chiodi quasi nuovi! Peccato
che la fessura soprastante sembrasse
un po’ superiore al previsto IV grado.
Perdemmo circa un’ora prima di
convincerci di essere fuori strada.
Una calata e un’ulteriore risalita nel
canalone ci fecero scoprire il giusto
attacco. Questa via si rivelò effettivamente
piacevole, solida e dotata di
alcuni passaggi interessanti: un tiro
speleologico che fa attraversare una
profonda spaccatura, un traverso
molto esposto e la placca trapezoidale
cui Dibona ha dato il nome.
“Alberto sul traverso molto esposto”
Finita la parte impegnativa non
poteva mancare un lungo tratto da
fare in conserva per guadagnare la
spaziosa vetta, sorella minore della
vicina Punta Grohmann. In cima
verifi cammo la scarsa frequentazione
della montagna: il libro di
vetta, quasi terminato, risale agli
anni ottanta. La discesa è prevedibilmente
complessa ed evita il
canale ghiacciato della normale con
alcune doppie. Essendo la forcella
del Dente una vecchia conoscenza,
appagati scivolammo giù insieme a
metri cubi di ghiaia.

“Alberto sul traverso molto esposto”
A. - Una delle maggiori disgrazie
che mi ha portato la collezione del
Sassolungo è l’aver dovuto percorrere
ripetute volte il sentiero di avvicinamento
che dal Passo Sella porta
allo spigolo SE della Grohmann e
da qui agli attacchi delle vie. Se non
ho fatto male i conti, questa è la
quarta volta che calco queste erbe,
ma stamattina sono di ottimo umore
e non ci faccio caso più di tanto:
per la prima volta nella mia carriera
alpinistica mi cimenterò con una
via di Angelo Dibona! Arranco… Il
canalone che conduce all’attacco è
come tutti quelli già descritti in precedenza:
semplicemente inguardabile.
In più questo ha una rimarcabile
nota di pregio: è stretto stretto ed è
percorso da un grazioso torrentello
di acqua fresca che sembra fatto
apposta per rendere la nostra progressione
molto più interessante.
Gigetto supera il ruscello verticale
con infi nita naturalezza, non mi ha
detto nulla, ma di nascosto deve
essersi dotato di nuovi superpoteri.
Arranco… Attacco la via su roccia
alquanto disgreghevole staccando
ciottoli con la punta delle scarpette;
non sono più tanto contento
di fare una via di Dibona… Ecco...
abbiamo sbagliato via... meno male,
scendiamo, di là è molto meglio. La
via scorre veloce, la placca Dibona si
affaccia su un profondo meandro la
cui base è piena di neve ghiacciata;
fa una certa impressione, la scalo
con circospezione. La cima è bella
e spaziosa, sono felice. Cosa che
raramente mi accade, conservo un
ricordo piacevole anche della discesa;
in particolare ricordo molto bene
la doppia attrezzata su un anello di
corda posticcio che, solo a guardarlo,
si scappellava dallo spuntone: non
c’era altra soluzione, l’abbiamo usato.
Una vera prelibatezza alpinistica
degna del “selvaggità” del luogo.
Schede tecniche
in rigoroso ordine
cronologico
1) Sassopiatto m 2958
via ferrata Schuster
Adelmo e Luigi Carbone– 15 luglio1999
via ferrata Schuster
Mauro Odino,
Alberto Pavan
– 28 luglio 2002
2) Dente del Sassolungo m 3001
via normale, AD Alberto Pavan,
Stefania Provvedi
– 21 luglio 2002
cresta SE via Delago, D–
Marcella Bado,
Luigi Carbone,
Alberto Pavan,
Gianna Sessarego
– 15 luglio 2006
3) Punta Grohmann m 3126
parete S via Dimai, D–
Luigi Carbone,
Alberto Pavan
– 14 settembre 2002
4) Punta Cinque Dita m 2998
via normale, AD+
Luigi Carbone,
Alberto Pavan
– 16 settembre 2002
5) Sassolungo m 3181
via normale, AD
Marcella Bado,
Luigi Carbone,
Alberto Pavan,
Gianna Sessarego
– 17 luglio 2006
6) Torre Innerkofler m 3098
parete E via Dibona, D–
Luigi Carbone,
Alberto Pavan
– 15 agosto 2009
Altra salita forse fuori
collezione
7) Pollice delle Cinque Dita
(Daumen) m 2953
spigolo N, D–
Luigi Carbone,
Giulio Gamberoni,
Alberto Pavan,
Stefania Provvedi,
Gianna Sessarego
– 16 luglio 2004
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