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ANNUARIO 2010




La montagna, uno “stile di vita”
Una lettera ad un alpinista, l’ultima testimonianza di Claudio Cambiaso
Testo di Claudio Cambiaso


Euro Tedesco è un socio della Sezione di Gorizia del CAI, che ha pubblicato un articolo sulla rivista trimestrale “Alpinismo goriziano” n. 3 – 2009 in relazione ad un apprezzato articolo di Claudio Cambiaso “Mera Peak: un appello da 6478 metri!” pubblicato su “La pietra grande”, l’annuario 2008 del CAI Bolzaneto.
Di seguito, pubblichiamo la lettera che Claudio gli ha inviato successivamente.






Per il socio Euro Tedesco
Caro e buon “vecchio” socio Euro, sono venuto fortunosamente a conoscenza del tuo scritto grazie ad un altro vecchio socio curioso ed amante delle letture di altre sezioni e mi viene voglia di dirti un qualcosa che, mentre lo scrivo, mi sa tanto di “vecchio” o perlomeno di stantio e semplicemente “out”, come si dice.
Non so tu, ma io ho 63 anni e nel 2010 compio 50 anni di frequentazione di montagna, con 49 quattromila ed un po’ di seimila saliti faticosamente a piedi o con gli sci, sempre con lo spirito del mediocre e del “piccolo”.
Mi permetto di insistere sul termine vecchio perché ho capito che siamo in sintonia, sia come età che come visione su questo argomento ed anche forse perché in questi tanti anni abbiamo visto cambiare di molto, giustamente e come è logico, il modo di approccio alla montagna. Abbiamo visto cambiare il CAI che, da club privato creato soprattutto per dare una conoscenza della montagna, con i tanti anni ha “dovuto“ trasformarsi, assumendosi altri e tanti oneri ed interessi di ordine sociale e seguire anche tante “mode” che il tempo moderno quasi impone, un inseguimento a fiato corto per tenere dei traguardi, uno dei quali è anche il 300 millesimo socio del quale tu parli.
Ma ce ne sono altri di traguardi e, diciamolo, sono quasi tutti anche buoni e comprensibili.
Quello che mi preoccupa un po’ è che, secondo me, bisognerebbe mettere mano proprio al capitolo della “conoscenza”, che mi sembra sia stato messo un po’ in cantina nelle tante sezioni del nostro club, nelle loro attività di corsi, di gite sociali, di attività parallele e modaiole.
Vedi, non do la colpa al CAI centrale ed alle sue pubblicazioni, perché dopo anni di attenzione all’eccellenza nel periodo delle grandi conquiste, quando l’alpinista medio o mediocre non si sentiva per niente rappresentato, mi sembra però che adesso si sia messo su di un piano più reale e vicino e, sempre pensando alla conoscenza teorica della montagna, credo che nessun socio possa dire di non essere informato vivendo un’era di web e di mille ottime riviste. è, quando uno di quei 300 mila che entra nella sezione (o come dici tu agenzia di gite e viaggi) che dovrebbe trovare, oltre alla buona accoglienza ed allegria, una sana chiarezza di idee su cosa è la montagna, non una confusione tra performance sportiva e stile quasi di vita, non un turbinio di numeri da condominio (8a, 7b…) ma di desueti termini come PD o AD che presi letteralmente danno il vero senso di cosa si trova lassù.
Nell’abbastanza difficile c’è del 2° grado ma è “abbastanza difficile”!

Noi sappiamo che la conoscenza della montagna la si fa andandoci spesso, con graduale progressione delle difficoltà, con il fare tante montagne per “via normale”, con il rispetto dei tempi indicati dalla guida, con l’umiltà del ritorno indietro se c’è un qualcosa che non va, fosse anche a 100 metri dalla vetta, con l’imparare a ”andare di conserva”, tecnica di cui si parla mai ma che è la realtà sulla quasi totalità delle montagne, con la tranquilla convinzione che tra palestra e monte c’è una differenza abissale, con il crearsi di quei sesti sensi che a volte ti salvano da una slavina o scarica di pietre, con una giusta preparazione teorica sul tempo meteorologico e sui “segni” presenti sul territorio montano che tanto dicono all’occhio attento e con la giusta e adeguata attrezzatura.
A gennaio proverò l’Aconcagua ma con l’equipaggiamento da ottomila. Come proposta concreta vedrei, tra le lezioni teoriche di inizio di ogni corso, una bella serata in cui si parli non di nodi o rinvii ma della ”montagna” e di tutte le sue implicazioni anche filosofiche ed emotive e dei motivi che ti spingono ad andarci e facendo capire che l’alpinismo non è uno sport ma uno ”stile di vita”.
Detto questo ti saluto e chissà… forse ci incontreremo, lassù, in alto.
Claudio Cambiaso

P.S.: I monti delle tue parti mi sono colpevolmente sconosciuti… verrò…





pagina aggiornata il 04/09/2011
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