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ANNUARIO 2010




John Tyndall, un uomo d’altri tempi
Irlandese, passò gran parte della sua vita nel Vallese
Testo di Angelo De Ferrrari foto di Mario Cardinale


Ci sono personaggi che teniamo depositati dentro i recessi profondi della memoria, schegge di ricordi di letture fatte nel tempo e sepolte nella mente di chi, come tanti, come noi, hanno semplicemente scarpinato lungo anni montagne di casa e sentieri conosciuti. Poi basta una breve conversazione casuale, una sollecitazione amichevole per ricordare un nome, per iniziare a scavare intorno ad una persona vissuta tempo fa, per farla uscire dalla nebbia del passato, leggerne gli scritti e scoprirlo dentro la sua complessa umanità. Basta la chiacchierata fatta un giorno con i due coniugi amici, Mario e Gianna Cardinale, poi la curiosità spinge a penetrare in un mondo ormai tramontato, a gettare uno sguardo nel secolo delle imprese favolose ad opera di scalatori inglesi sulle nostre Alpi. Mario e Gianna sono anni ormai, tanti, che frequentano il Vallese, quella porzione di Svizzera appena al di là del confine nostro, lì fanno base per le loro scorribande alpine e, nel piccolo paese di Belalp, hanno “scoperto” John Tyndall, il gentiluomo inglese che qui ha consumato tanta parte della sua vita di alpinista e di scienziato. E con loro, sulle tracce di un prezioso libriccino, andiamo a ricuperare dall’oblio degli anni questa figura così singolare e rappresentativa del modo di vivere, allora, l’alpinismo in un’epoca romantica come è stata quella vittoriana. John Tyndall nasce in Irlanda il 2 agosto del 1820 da una modesta famiglia di calzolai.

Compiuti gli studi superiori si trasferisce ben presto a Londra dove frequenta diversi atenei con risultati lusinghieri. Diventa prima topografo poi si laurea, intorno ai 26 anni, in fisica e ingegneria civile. Il successo negli studi e la precoce predisposizione per le scienze non incidono comunque benevolmente sul suo carattere cupo, introverso, al quale si aggiunge anche un fisico infelice. Tyndall è alto, magrissimo (pesa solo 63 chili), questo fisico allampanato sostiene un viso lungo, un poco cavallino, adornato da una folta barba scura che gli conferisce un aspetto un poco tetro, quasi funereo. Il personaggio Tyndall è un uomo che vive in pieno le sollecitazioni e i problemi della sua epoca. Il romanticismo e l’idealismo che regnano in questa società non riescono comunque a farlo sentire completamente parte della stessa, per una ben precisa inclinazione caratteriale al contrasto col suo mondo, in ciò penalizzato da un’infelice condizione di salute che lo tormenta da sempre. Tyndall, infatti, soffre di fastidiose e continue emicranie, dorme pochissimo alla notte e questo non giova certo a dargli serenità. Si aggiunga a ciò la tendenza ad un personalissimo rigidismo verso se stesso e gli altri, un atteggiamento spiccatamente punitivo, quasi una ritorsione contro il suo essere. Infine, in questo quadro tragico, si aggiunga la difficoltà di digestione per quel poco che riesce a trattenere.


Ai giorni nostri, un personaggio così verrebbe definito un “ipocondriaco senza speranza”. Tutto gli dà fastidio, tutti lo urtano coi loro atteggiamenti, in ogni relazione o contatto trova sempre un motivo di scontro che gli amareggia la vita. Eppure, in lui c’è qualcosa che lo può salvare. è quando torna alla montagna, alle sue amate Alpi che avviene in lui una metamorfosi che lo trasforma. Tyndall nei suoi pellegrinaggi alpini ha la sorte di capitare, in Svizzera, in un luogo di montagna unico al mondo per la sua bellezza, allora ancora selvaggia. Il paesino in cui soggiorna si chiama Belalp, la vita lì è tranquilla, silente, nel corso delle sue passeggiate solitarie o dalla finestra della sua camera in albergo gli si dispiega davanti il fantastico panorama del Vallese, con le lontane vette del Cervino e del Weisshorn. E qui, in questo mondo immobile, anche il suo spirito tormentato sembra trovare pace. Sembra, perché anche il pacifico alberghetto di montagna non lo soddisfa, tanto che nel tempo si farà costruire una villa distaccata dalla modesta vita del paesino di montagna. Ma è anche qui che dall’individuo associale, duro, che non riesce a trovare contatti con il mondo in cui gli tocca vivere che viene fuori, quasi di sorpresa, il romantico poeta che si estasia davanti allo spettacolo della natura, che studia il colore del cielo nelle sue varie sfumature, che sente questa natura come una forza vitale che può possedere e annullare ogni altro sentire. E nell’impeto della sua passione trova espressioni di entusiasmo e paragona la montagna ad una “cattedrale, dove bisogna entrare in punta di piedi”. Così scrive nei suoi ricordi: “Prima di allora non avevo provato nulla di più esaltante. Una sorta di influsso pareva provenire da quel contesto direttamente all’anima. Il piacere e l’entusiasmo provati non erano più quelli della Ragione, della Conoscenza ma quelli dell’Essere. Io ero parte di ciò e lui di me. E la gloria trascendentale della natura mi fece dimenticare di essere un uomo”.

Questo romanticismo estremo, questa concezione immanente della natura, delle montagne diventa per lui una interiore sacralità, un percorso di ascesi spirituale che lo porta ad esprimere con accenti di estrema convinzione che:” Prima della scalata non tocco cibo, in uno spirito di preghiera e digiuno”. Tyndall ogni estate ritorna a Belalp, allora da Briga la salita in carrozza fino a Blatten era lunga e malsicura, da lì un sentiero scavato nella roccia pian piano lo innalza verso gli spazi e gli orizzonti amati, le cime innevate dell’Oberland. Ed è qui che il cammino di scalatore di Tyndall inizia a esplicarsi su due registri, in sé apparentemente paralleli ma, in effetti, divergenti. C’è lo studioso, lo scienziato da una parte e c’è, insieme l’alpinista. Forse è questa unione di interessi diversi il misterioso valore di un carattere così difficile. Sono due facce della stessa persona. Scala il Monte Bianco e studia l’effetto delle particelle sospese nell’atmosfera di alta quota, sale sul Weisshorn e regala al suo essere pagine di crescente lirismo e di piacere trascendentale. Ma è il Cervino la sua ossessione, quella piramide aguzza, ardita, che ogni giorno di sole lo saluta da lontano. Ne tenta la scalata nell’estate del 1862 con la fidata guida J. J. Bennen, insieme raggiungono l’anticima ma il maltempo scatenatosi impedisce di compiere vittoriosamente l’impresa, (ora questa anticima porta il nome di Pic Tyndall).





E quando, il 21 luglio 1865 gli arriva la notizia della conquista del Cervino da parte di Whymper, si sente defraudato di qualcosa che ritiene suo. Ma lo sconforto scompare quando apprende che la spedizione vittoriosa è costata la morte di 4 compagni di cordata di Whymper. Subito Tyndall dimentica la sconfitta subita e corre a Zermatt per organizzare le opere di soccorso e il rientro dei cadaveri rimasti sul ghiacciaio. Vorrebbe incontrare Whymper, ma questi è partito il giorno seguente la disgrazia, inoltre tre settimane di maltempo impediranno il ricupero dei poveri corpi dal ghiacciaio. Con Whymper si incontrerà più tardi a Londra, ma troverà il grande alpinista distrutto, stroncato dalla tragedia e la metamorfosi del suo fiero avversario e sfidante nella corsa alla prima ascensione al Cervino servirà a lenire la pena della sconfitta. Tyndall, scienziato e ricercatore prosegue lo studio dell’atmosfera, certifica il movimento dei ghiacciai, ritorna più volte sul monte Bianco per organizzare, lassù, stazioni per la misurazione delle varie temperature a quote diverse, passa notti glaciali (-20) sulla calotta sommitale del Bianco per trovare risposte reali alle sue teorie sulla trasmissione delle onde sonore in atmosfera rarefatta, o della luce. Rischia molto, ma ritorna al piano con la conferma che quello che lui ha pensato ha il supporto delle prove sul campo. Come la salita al Cervino è stata la sua principale ossessione, altre ossessioni lo coinvolgono e rendono più spigoloso ancora il suo carattere. Crede fermamente che disagi, rischi, difficoltà servano per rinforzare l’individuo, e pensa che un vero inglese, di fronte a certi disagi, debba stoicamente reagire con una battuta di spirito o con un’alzata di spalle. Tyndall si sta ormai avviando verso la maturità, la sua casa distante dal paesino di Belalp è il suo regno, lì accoglie le poche visite selezionate alle quali concede i parchi resoconti delle sue scalate. Crede forse che le più vistose spigolosità del suo essere si stiano smussando, ma nel 1861, di fronte al consesso dell’Alpine Club, che lo voleva come vicepresidente, ancora una volta il suo rigidismo riaffiora e quindi rifiuta l’onorificenza, impuntandosi sul significato, discusso dai soci, del modo di salire la montagna, per lui sacrale, per altri come sfogo terreno di una passione. Trova il tempo di sposarsi, a 56 anni, con Louisa Charlotte Hamilton, ora rallenta molto la sua attività, ma nel 1868 riesce ancora a coronare un suo sogno inseguito lungamente, effettua la prima traversata del Cervino dal Breuil a Zermatt. è spesso malato ora, ma ha ancora la forza di dire la sua su problemi che interessano i suoi studi passati (es. il dibattito sulla “politica” da seguire per i fari costieri); sempre più raramente la terrazza della sua villa lo accoglie, quando un tramonto incendia una vetta o la notte dipinge di nero l’universo. E, per non smentirsi, da buon ipocondriaco muore, per “eccesso di assunzione di medicinali” il 4 dicembre 1893. Leggere i suoi appunti scritti in tempi diversi e confrontarli con quanto appare nelle ormai innumerevoli riviste di montagna, ora anche in edicola, ci fa sentire lontanissima dal nostro sentire quello che per lo scalatore vittoriano era legge di vita e impegno morale. Leggere “La salita al Weisshorn” del Tyndall nei suoi capitoli essenziali (“Ispezione”, “Notte sulla montagna”, “Hurrah!”, “Una bandiera improvvisata”) significa capire come l’alpinista moderno sia andato oltre questo modo di vivere la scalata e come, di quel romanticismo di allora, ben poco sia rimasto negli appassionati di oggi. Eccole, le poche righe di “Hurrah!”, nel breve capitolo che commemora la vetta raggiunta: “La cresta del Weisshorn era adesso sotto i nostri piedi. I sentimenti lungamente repressi delle mie guide trovarono sfogo in un selvaggio e ripetuto: “hurrah!” Bennen voleva lasciare sulla cima qualche traccia visibile del nostro successo. Si propose di dare un colpo alla testa della sua piccozza, usare il manico come asta e cingerlo di uno dei nostri fazzoletti da tasca. Così fece e per un po’ di tempo si poté vedere l’improvvisato vessillo sventolare al vento”. Un’estate i coniugi Cardinale hanno raggiunto la Svizzera, risalito la vallata fino a raggiungere Belalp e, lungo lo stesso sentiero percorso da Tyndall si sono avvicinati alle montagne amate che sono sempre lì, sempre le stesse. Eterne. I loro occhi hanno ammirato lo stesso spettacolo che 150 anni fa ha riempito i giorni di un uomo ormai scomparso. Forse aveva ragione quando diceva: “Le montagne sono come cattedrali, ci si deve entrare in punta di piedi”, perché anche loro due, Mario e Gianna, anno dopo anno, salgono lassù sulle montagne, come ad un pellegrinaggio laico, e ritrovano, accanto al cippo che lo ricorda, lo spirito dello scalatore di un tempo per rivivere la stessa passione, che è ragione di vita.




Il “superbo” Weisshorn m 4512, conquistato da John Tyndall il 19 agosto 1861 con le guide J.J. Bennen e Ulric Wenger.
Disegno di Euro Montagna


pagina aggiornata il 13/11/2011
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