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GLI ARTICOLI DEI SOCI

Le bellezze della Val d'Aveto
di Piero Bordo e Massimo Brando


Articolo per l'annuario 2002

La Val d’Aveto, caratterizzata da insediamenti a nuclei sparsi sulle pendici appenniniche del levante genovese, è senza dubbio una delle valli più belle ed incontaminate della Liguria. Gran parte del suo territorio, attraversato da molte strade importanti percorse nei secoli da mercanti e pellegrini, fu feudo di potenti casate genovesi. Dapprima i Malaspina, che ebbero il titolo di Marchesi della Val d’Aveto e che nel XII Secolo eressero a Santo Stefano il loro castello, quindi dal 1495 i Fieschi ed infine nel 1548 i Doria. L’espansione dei commerci imponeva a Genova di garantirsi non solo il possesso delle costa ligure, ma anche i valichi tra questa e la pianura padana, per cui via via sottrasse alle varie signorie i loro territori. Zona di confine con i Ducati di Parma e Piacenza, per riscuotere i pedaggi dai mercanti di passaggio, vide sorgere numerose “dogane” o “doganelle” che permasero sino al 1859 e furono distribuite non solo in corrispondenza dei valichi principali, ma persino lungo le mulattiere.

Qui la mano dell’uomo, altrove distruttrice, nella lotta contro la precarietà del vivere propria dell’ambiente montagna, sembra essere stata guidata anche da preoccupazioni di ordine ecologico che hanno permesso alla valle di mantenersi relativamente intatta; anzi, si può dire che alcune delle attrattive principali sono proprio di matrice antropica.

Il valligiano ha costruito borghi singolari, arroccati sulle pendici dei monti, creando uno stile architettonico particolare che trova la sua maggiore esplicitazione nella tipica casa avetana, costruita in pietra locale, solitamente a due piani, con scala esterna anch’essa in pietra e con copertura in ardesia. Caratteristici gli intonaci gialli, rossi e verdi, così comuni nella zona.

Il ligure oltre ad essere noto quale esperto navigatore e abile commerciante, ha la fama di tenace coltivatore, capacità che risalta particolarmente in Val d’Aveto dove la sua attività si può, in più luoghi, paragonare ad una vera e propria conquista della terra coltivabile, strappata ad una montagna severa, cui è da sempre ed ovunque imputata la sterilità del suolo. Oltre all’orticoltura di sussistenza attorno agli abitati, i contadini permangono tuttora legati ad un’economia di tipo agricolo-pastorale che, con la coltivazione di cereali, patate, foraggio e granturco, presenta il conseguente buon sviluppo dell’allevamento bovino da latte. Ed inoltre, sebbene in forma più frammentata, riproduce quell’agricoltura orto-frutticola di villa che noi ben conosciamo in quanto forse proprio i polceveraschi furono i precursori di questa particolare tipologia di economia rurale. Sono presenti in valle anche alcune attività rurali, dimenticate altrove, forse perché poco remunerative, come la raccolta dei frutti di bosco e l’encomiabile attaccamento ad alcuni boschetti di castagno curati e conservati con tanto amore, cosa che accade di riscontrare sempre più di rado nella nostra regione.

Sembra che nella Val d’Aveto tradizioni e natura abbiano costituito un patto inscindibile, nel quale l’uomo vi si continua ad integrare in maniera esemplare.

Pur tuttavia il vero fiore all’occhiello della valle sono le aree non abitate dall’uomo ed è risaputo che il Parco regionale dell’Aveto, per la varietà dei vegetali, animali e minerali, non ha confronti con il resto della Liguria.

L’esempio più importante è rappresentato dalla Riserva delle Agoraie, vero e proprio “santuario” della natura che, per la sua importanza, è cintato da reti metalliche affinché specie animali e vegetali possano evolversi al riparo da interventi dannosi, anche casuali, da parte dell’uomo.

Ma tutte le pendici, le propaggini, le vallette dei Monti Caucaso, Aiona, Penna e Maggiorasca, ricche come sono di foreste, di laghetti e di radure ravvivate dai colori di moltissimi fiori, racchiudono bellezze naturalistiche notevoli.

La valle prende il nome dal Torrente Aveto, caratterizzato da una portata costante durante l’intero anno, le cui sorgenti sgorgano sulle pendici del Monte Caucaso, nell’impluvio del Passo dell’Acquapendente, fra il Bric della Guardia e la quota 1080. Il Rio scorre dapprima dolcemente in una scenografica valletta, parallela al crinale spartiacque principale appenninico, in un ambiente stupendo che a fine anno risplende dei caldi colori dell’autunno per la presenza di molti aceri montani e di una rigogliosa faggeta. Più a valle, alla gola del Massappello, la tradizione riconosce ai Benedettini di Villacella, l’intervento per aprire uno sbocco tra le rocce all’Aveto allo scopo di bonificare i soprastanti terreni paludosi. Anticamente chiamata Pietramartina, Villacella è situata sull’antica strada che dalla Valle Sturla conduce alla Valle dell’Aveto ed è nel XII Secolo che i Benedettini di S. Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, vi fondarono un’abbazia.

Il Gruppo del Monte Maggiorasca 1799 m è il più importante dell’Appennino Ligure vantandone la massima quota, sulla sua vetta sorge un grande monumento, eretto nel 1947, con la statua in bronzo di N. S. di Guadalupe. Sulla sua Cima Nord, quotata 1775 e conosciuta come Monte Bue, convergono i confini delle Provincie di Genova, Parma e Piacenza. Le foreste secolari che un tempo coprivano tutta la zona - ricordano E. Montagna, A. Sabbadini e F. Tuvo, nelle loro Guide - offrirono rifugio agli antichi Liguri impegnati nella suprema ed ultima resistenza contro i Romani delle colonie di Piacenza e di Cremona, quando già tutto il mondo obbediva all’Urbe.

Il Monte Aiona, con i suoi 1702 metri di altezza, è uno tra i più alti della Provincia di Genova; la sua forma allungata di roccia serpentinosa, sulla quale è possibile trovare detriti di origine erratico glaciale, ha fatto sì che sui suoi fianchi si siano formati parecchi canaloni nei quali la neve permane più a lungo, conferendo alla montagna un aspetto decisamente alpino, e consentendo didattiche salite con piccozza e ramponi.

Sul versante meridionale della montagna, nei pressi del Lago Giacopiane, sono visibili enormi blocchi di roccia erratici, l’unico esempio di residui glaciali esistente sul versante del Mar Ligure.

Il Monte Penna 1735 m, è considerato uno dei monti più belli del nostro Appennino, sia per la sua forma slanciata ed imponente, sia per la meravigliosa foresta demaniale che lo circonda. Alpinisticamente è conosciuto per il suo aspro e scosceso versante Nord, inciso dal famoso “canalino” che lo separa dal Pennino. Sulla vetta sono stati eretti: una cappelletta-rifugio, una grande statua della Madonna con bambino (1938) ed è stata posta una lapide a ricordo dei caduti, civili e partigiani, della seconda guerra mondiale.

Quante cose ci sarebbero ancora da dire su questa straordinaria valle. Il laghetto della polenta e gli altri laghetti glaciali popolati anche dai tritoni non meriterebbero forse di essere trattati più diffusamente? Così come l’itinerario dell’Alta Via dei Monti Liguri con i suoi sentieri di collegamento ed i suoi posti tappa, la “ferrata” del Groppo delle Ali, i panorami che si godono dalle vette, il Groppo Rosso e la Ciappa Liscia, la conca della Nave, il Liciorno ed i pericolosi parcheggi autunnali a Ventarola, l’itinerario didattico-naturalistico autoguidato “Foresta delle Lame”, le tracce del lupo e della lontra, le piante carnivore, le foreste di faggio e di abete, la presenza del larice, le feste del Cai di Chiavari alla Forestale del Penna e quelle del Cai di Rapallo alla Cappella delle Lame, il formaggio San Sté e la patata quarantina. Veramente tante bellezze naturali, animali, minerali e molti monumenti storici da ricordare, ma ne risulterebbe un libro e non un articolo per l’Annuario, iniziato a scrivere per presentare l’escursione sociale alle sorgenti dell’Aveto e la serata culturale dedicata al Parco, nell’ambito della Rassegna “L’uomo e la Montagna”.

 

Bibliografia

E. Montagna, A. Sabbadini, “Appennino Ligure” - CAI Sezione Ligure – Genova 1974

F. Tuvo, “Itinerari dell’Appennino Ligure – Valli Aveto, Fontanabuona, Sturla, Trebbia” – R. Siri Ed. - Chiavari

F. Capecchi, “Fra Trebbia, Aveto e Taro” – Ed. Croma Pavia 1998

F. Capecchi, “Le vie del sale e altri percorsi” Ed. Croma Pavia 2000

AA.VV. “Liguria” Guida d’Italia del TCI – Ed. 1967

E. Grendi, “La vicenda storica” in “Liguria”, Guida d’Italia del TCI – Ed. 1982

Escursione alle sorgenti dell’Aveto

Dal Passo della Scoglina 948 m (freschissima sorgente), si salgono le pendici del Monte Strinà 986 m - 951 m, assai dirupato sul lato di Favale di Malvaro, se ne percorre la cresta e si scende al Passo di Volta 972 m. Si abbandona il crinale spartiacque per risalire dolcemente nel bosco lungo la sponda dell’Aveto arrivando al Prato Lungo che si attraversa per poi entrare in un ulteriore suggestiva valletta che si risale con alcuni tornanti. Giunti alle pendici del Monte Caucaso, l’itinerario volge a Nord risalendo successivamente le falde del Bric della Guardia, contornandolo sul versante orientale.

Si arriva al Passo del Gabba 1100 m ed in falsopiano si prosegue sul versante della Fontanabuona sino a scavalcare nuovamente la costiera. Si oltrepassa uno dei due rami sorgentizi dell’Aveto in prossimità del luogo dove è posta la lapide che ricorda il sacrificio del partigiano “Fuoco”. Segue un tratto stupendo e riposante in falsopiano sotto una vera e propria galleria di faggi sulle pendici orientali del Monte Larnaia. Si scende quindi al paese di Barbagelata da dove con l’itinerario dell’AVML si ritorna al Passo della Scoglina.

Il Monte Caucaso è facilmente raggiungibile con una deviazione dal Prato Lungo risalendo le scoscese praterie della dorsale orientale del monte.

pagina aggiornata il 21/11/2004
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