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GLI ARTICOLI DEI SOCI

Basta lapidi
di Piero Bordo


Articolo del 20-7-01 per il Notiziario del CAI ULE Sestri del gennaio 2002

Un insieme di motivazioni, in gran parte personali, mi hanno fatto salire Punta Martin da Acquasanta, domenica primo luglio 2001. Il motivo istituzionale, trovandoci in vicinanza del solstizio estivo, era la verifica del punto in cui sarebbe sorto il sole rispetto sia alla palestra della “Baiarda”, sia al percorso del Sentiero Frassati della Liguria, in fase di realizzazione attorno al Monte Pietralunga.

Ho viaggiato in treno con l’amico Osvaldo Pomarelli, compagno in gioventù di tante gite del Gruppo escursionistico Alouette di Bolzaneto. Conoscendo la sua “gamba lesta” l’ho subito lasciato libero, per consentirgli di riuscire ad effettuare la programmata traversata fino a Bolzaneto prima di pranzo. Lungo la salita, sotto la Rocca Calù, ho incrociato il primo degli uleini sestresi, Renzo Bonissone, fasciato nonostante la stagione nella sua abituale salopette, il quale premurosamente mi avvertiva di aver disturbato in vetta una viperotta che stava scaldandosi al primo sole.

Arrivato in punta, momento sacro in un luogo sacro, ho ringraziato l’Onnipotente per continuare a donarmi il piacere di quell’armonioso rapporto con la natura, da cui ricavavo benefici e preziosi insegnamenti anche per il mio ordine interiore; quindi ho recitato un requiem per gli amici Gianni, Aldo e Mario ricordati dalla croce di vetta e dalle rispettive lapidi.

Era giunto il momento della gioia, di soddisfare il desiderio di perdersi nelle fantasie della felicità, di godere delle emozioni che ogni vetta ci sa dare; come dice la canzone? “Turn around, osserva ciò che vedi… fly a fantasy-iih… dream a dream…”. Ivece guardandomi attorno ho scorto altre lapidi, altri “altarini” che rasentano il kitsch, tanti simboli sepolcrali raccolti in uno spazio troppo limitato, ed allora in me è subentrato uno stato di disagio la cui causa, a posteriori, ho capito che era da ricondurre all’alterazione dello stato di equilibrio spirituale che sino a poco prima aveva portato solo benefici: si era rotto l’incantesimo. Per fortuna l’arrivo di altri amici mi ha distolto dai cupi pensieri che cominciavano ad affluire.

Sudatissimi sono giunti di corsa in vetta, provenienti da Prà, Enzo Salari detto “Slim” ed Ernesto Ciurlo, detto “Ciunea”, in tenuta atletica; poco dopo ecco arrivare per la diretta dell’Acquasanta, l’immarcescibile Stelvio Pestelli, in perfetta forma psicoficisa, invidiabile per la sua età; quindi è stata la volta di un socio del Cai di Ovada salito a dispetto di una fastidiosa flebite, contenuta da un accurato ingombrante bendaggio. Infine, quasi al termine della mia sosta, giungono due compagni di tante escursioni effettuate con la Sottosezione di Sampierdarena, gli amici Stefano Mexea, con l’alluce ferito,  ed Augusto Biocchi,  alla sua prima uscita post operatoria.

Ho trascorso piacevoli momenti in loro compagnia, ricordando comuni amici e tanti fatti, aggiornandomi sulle loro condizioni di salute e di attività, tessendo quelle relazioni umane che rappresentano l’indispensabile “condimento” di un’escursione degna.

Durante il rientro, interrotto a San Carlo di Cese a causa dell’eccessiva calura, ho riflettuto sulla sensazione di disagio che mi aveva colto in vetta alla Punta Martin, alla constatazione del  proliferare incontrollato di lapidi e altarini.

Le vette delle montagne sono state sin dai primordi individuate dall’uomo quale luogo privilegiato per l’incontro con il divino: molti di noi, e mi rivolgo soprattutto a chi ama come me anche l’escursionismo alpino solitario, in certi stati d’animo sono sicuro che l’hanno provato. Il rispetto e la salvaguardia di questi luoghi, sacri per definizione e concezione, da sempre deputati a favorire l’ascesi o più semplicemente ad agevolare il raggiungimento dello stato di armonia con il creato, dovrebbe vederci impegnati tutti in prima persona.

 

Alla pari di noi nove che in così breve tempo ci siamo incrociati alla Punta Martin, chissà quanti altri escursionisti, amanti di questa bella montagna, vi sono giunti dopo di noi o la risaliranno prossimamente: non voglio pensare a quante persone potrebbe venire in mente di ricordare l’ennesimo escursionista deceduto, aggiungendo in futuro un’ulteriore lapide.

Credo sia giunto il momento di dire basta, promuovendo, ad iniziare dagli escursionisti e dagli alpinisti genovesi, una nuova cultura ecologica del rispetto della montagna, che vada oltre il tradizionale concetto biofisico ed includa l’esigenza di garantire alle persone che con quel luogo interagiscono, anche l’equilibrio dello spirito.

Quando i tempi saranno maturi, occorrerà procedere alla rimozione degli altarini e delle lapidi, lasciando solamente quelle assurte a valore, ovvero strettamente legate alla storia della montagna. Ma per spostarle dove? Un’idea mi è venuta ripensando alla bellissima cappelletta del Brentei, in Dolomiti, mirabilmente costruita aperta e in forma tale da poter concedere anche scorci di visioni su bocchette e pinnacoli, al cui interno hanno trovato posto, in maniera ordinata, uniformi lapidi a ricordo dei caduti su quelle pareti calcaree.

Spero che questo mio scritto offra spunti di riflessione ai soci, ma in particolare  ai  consigli direttivi sia delle Sezioni e delle Sottosezioni del Cai, sia dei vari Gruppi escursionistici della FIE. Naturalmente mi auguro di trovare consensi

 

pagina aggiornata il 21/11/2004
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