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GLI ARTICOLI DEI SOCI

"Il cai non è sinonimo di servizi ma di un modo di essere": parole sante !
di Piero Bordo


Pubblicato sulla Rivista del Cai n 3-4/2002

 “Il CAI non è sinonimo di servizi, ma di un modo di essere”: parole sante! Sono arrivato all’Assemblea dei Delegati di Torino un poco preoccupato. Nei mesi precedenti, dalla lettura sia della stampa sociale nazionale che dei Notiziari ed Annuari di alcune Sezioni, avevo colto troppe analisi, relative al calo dei soci, formulate in modo non corretto, che si concludevano con eccessivi inviti a voler proporre sempre più articolate offerte di servizi sia ai soci che ai non soci.
Il mio timore era che la Presidenza generale, anche nel tentativo di ovviare alla carenza di visibilità della nostra associazione, avesse adottato strategie, in qualche modo veicolate in periferia, partendo da presupposti che ritengo errati ed assai discutibili per un’associazione di volontariato:
– preferire la quantità del corpo sociale, rispetto alla qualità;
– accettare di prostrarsi al livello delle agenzie di servizi, sia per aumentare i soci (in nome del vil denaro?), sia per consentire l’apertura al “professionismo”.
Probabilmente a causa degli ormai cronici disguidi e ritardi postali, alla Sezione Ligure non sono arrivati i volumi dell’Assemblea. Non avendo potuto prendere visione per tempo della Relazione che il Presidente generale aveva preparato per l’assemblea, mi ero proposto di tenere un intervento a Torino, in merito a quanto sopra esposto.
Fortunatamente Gabriele Bianchi ha da subito fugato molte delle mie perplessità, anche se credo che la battaglia, per chi la vorrà combattere, sarà ancora lunga.
Il Presidente generale ha ribadito con fermezza che occorre privilegiare la qualità e che bisogna attivarci per far emergere le enormi potenzialità sommerse dei tanti soci che, forse anche per nostro disinteresse, vegetano al livello di “iscritti”: parole sante! Concordo con lui sulla necessità di riappropriarci della capacità di “veicolare il nostro testimone: di valori, di ideali, di cultura, di esperienza” anzitutto nel processo di miglioramento qualitativo dei nostri iscritti, rendendoli consapevoli sia del loro ruolo e della loro identità all’interno di un sodalizio, sia di cosa da loro si aspetta l’associazione cui hanno aderito. Inoltre, verso l’esterno, dobbiamo agire per rafforzare “l’immaginario collettivo, per il quale il Club alpino italiano non è sinonimo di servizi, ma di un modo di essere”, come giustamente ha rimarcato Bianchi.
Nella società civile anche altre agenzie, più o meno legittimamente, operano per trasmettere conoscenze e tecniche legate al mondo della montagna. E poiché riteniamo che sappiano “vendersi” meglio di noi, ci dobbiamo preoccupare circa le modalità da adottare per scendere in concorrenza con loro? Affatto! A meno che, coscientemente, ci dovessimo ritenere incapaci di svolgere il nostro compito primario, ossia quello di tramandare valori ed ideali congiuntamente alla cultura ed all’esperienza. Lo so, non è facile, ma altri a suo tempo, quando decenni fa entrammo nel club, lo hanno fatto per noi. Ripensiamo tutti agli inizi titubanti, quando ci siamo aggregati al gruppo della nostra Sezione per fare esperienze ed acquisire capacità. Per molti di noi, i non più giovani, in tempi in cui non esistevano tutti i limiti burocratici attuali per frequentare l’alta montagna. Questa non è la sede per approfondire questo dato di fatto, voglio solo dire che, per me, la situazione di allora fu un bene. Siamo stati presi per mano da persone che si sono dimostrate autentici maestri ed inseriti nel gruppo dove abbiamo trovato consigli, esempi di comportamento, mutua assistenza, tutti fattori positivi che non solo hanno diminuito la percentuale di rischio nelle ascensioni, ma ci hanno fatto crescere bene. A poco a poco con l’aumentare dell’esperienza, del nostro bagaglio tecnico e di conoscenze, della preparazione psicofisica, abbiamo superato preoccupazioni incertezze, paure, alzando via via i nostri limiti. Siamo cresciuti sotto tutti gli aspetti, in tecnica ed umanità, aiutati dal gruppo: “Culla della nostra cultura, dove si coltivano i valori ed i nostri ideali”, come ha ricordato il Presidente generale.
Oggi il consentire che tutto questo si realizzi per le nuove leve, lo dobbiamo sentire come un dovere. Dobbiamo riuscire a far loro condividere i valori della nostra vita associativa ed i valori della montagna, che è al centro del nostro sogno, costantemente cullato e da noi nutrito con tanto amore. Perché? Ma semplicemente perché dalla montagna, dalla vita sodale in montagna siano coscienti di ricavare benessere che a volte raggiunge il massimo valore quando riusciamo a gioire per sentirci in armonia con il creato e in pace con noi stessi.
E se per noi è utile vivere la montagna in questo modo, perché non lo dovrebbe essere anche per altri? Lo sarà se sapremo offrire quei rapporti umani di alto profilo che ci hanno formato e che molti si aspettano di avere aderendo al club. Rapporti che ci consentiranno appunto di trasferire i giusti valori, per ottenere così veri soci, amici sodali, e non semplici iscritti o corsisti o “clienti” che usufruiscono solo di servizi.
Per garantire la continuità ed un futuro radioso all’associazione, preoccupiamoci in modo particolare dei giovani, prima che il bombardamento consumistico li renda succubi di falsi miti. La nostra metodologia operativa deve continuare ad essere il volontariato, attraverso il quale ciascuno di noi, gratuitamente, con preparazione, competenza, efficienza ed efficacia (le qualità che per noi dilettanti rappresentano, nel significato, il valido sostituto del termine “professionalità”), possa prestare la sua opera esercitando liberamente la propria volontà, per vivere essendo se stesso e non rappresentando un ruolo creato da altri per lui od impostogli dalle crude esigenze economiche della vita.

pagina aggiornata il 21/11/2004
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