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GLI ARTICOLI DEI SOCI

C'è ferrata e ferrata


.. Piero Bordo Pensiero ...

Pubblicato sull'Annuario 2002 della Sottosezione del Cai Sampierdarena.

Sì, proprio così, c'è ferrata e ferrata. Alcune sono storiche e vanno elogiate, altre sono degne perché rappresentano la proiezione dell'avviamento all'alpinismo. Altre sono figlie del consumismo giacché sono l'esasperazione dell'approccio all'arrampicata in parete... "artificiale", dove la comodità di avvicinamento purtroppo ha la sua notevole influenza negativa. Ogni riferimento alla serie di cavi, rivestiti di plastica, che all'inizio della Valle della Dora Riparia, oggi forse impropriamente detta di Susa, salgono alla Sacra di San Michele: è assolutamente voluto.
Sono salito sul Monte Pirchiriano attratto dall'insolito connubio tra una ferrata e la sacralità della montagna su cui si sviluppava; dando fondo a tutte quelle piccole malizie, acquisite con l'esperienza, per compensare la ridotta possibilità di movimenti e la scarsa agilità, conseguenti gli acciacchi dell'età. Nemmeno ero allenato, ma non potevo perdere l'occasione, offertami nell'aprile 2002 dalla Sottosezione del Cai di Sampierdarena, con la gita sociale diretta dall'amico Vittorio "Gino" Vichi, altrimenti è assai probabile che la "Ferrata della Sacra" mai l'avrei conosciuta.
Della lunghezza della salita ho appreso solo sul pullman. A questo proposito c'è da dire che ho tratto beneficio, potendo riposarmi, dall'estrema lentezza del progredire, causato dell'eccessivo affollamento di ferratisti appesi ai cavi: peggio delle mosche attirate dal... miele. Quanto tempo trascorso in sosta ad ogni passaggio, tanto da far dimenticare gli automatismi del moschettonaggio. A coloro che ci osservavano da lontano, sono sicuro, abbiamo proposto la stessa immagine che offrono i bruchi della processionaria quando si spostano da un pino all'altro. Tutti pericolosamente vicini, ad un tiro di... peto.
Come avviene di consuetudine in una gita sociale del Cai che si rispetti, aiuto ho ricevuto dai compagni di salita, che ringrazio ancora e aiuto, anche se poco, ho potuto offrire. Ma facciamo un passo indietro.
Mi sono avvicinato alla montagna assimilando dai miei maestri i concetti classici e gli insegnamenti tecnici che rimarcavano come il procedere fosse assegnato agli arti inferiori, mentre a quelli superiori era riservata la funzione di mantenere l'equilibrio e solo in qualche rara occasione, quella di aiutare a salire.
Senz'altro la mia attività di ferratista è ridotta, ma ho bellissimi ricordi di stupende esperienze sportive e di vere emozioni vissute salendo alcune montagne per via ferrata. Ma, questa volta, arrivando in cima al Pirchiriano ero solo stanco e stufo, stufo di tirarmi su prevalentemente a forza di braccia. Forse queste riflessioni sono fortemente condizionate dalla mia età (di questo chiedo anticipatamente scusa ai più giovani ed atletici soci), tuttavia devo confermarvi che, ancora adesso mentre sto scrivendo, l'impressione avuta non è mutata, invece ho memoria viva di altre appaganti escursioni effettuate anche con gli amici del Cai di Sampierdarena.
Con gran soddisfazione ricordo gli aerei passaggi della "Gamma" al Pizzo d'Erna, avvicinata passando per un bosco incredibilmente tappezzato di ciclamini; rivivo la Traversata Alta delle Grigne, avvolti da una leggiadra nebbia novembrina che, giocando con la straordinaria morfologia del monte fatta di aghi, guglie e creste, aveva il potere di creare magiche visioni e anche di rievocare la truce leggenda di cui la montagna è depositaria. Direttissima, Caminetto Pagani, Cecilia, Valsecchi, Cermenati, Senigaglia, Canalino Federazione, Buco di Grigna: sono nomi che evocano piacevolissimi ricordi. La sera ho goduto per la visione di un romantico tramonto e il giorno dopo dal Grignone, forse anche per la gelida mattina, ho provato l'emozione di un'aurora spiritualmente intensa.
Ricordo con gioia la tosta traversata della Civetta, salita per la ferrata degli Alleghesi e discesa per la Tissi. Montagna severa che non ha perdonato l'unico di noi che ha voluto togliersi il casco sul sentiero di discesa al Rifugio Torrani. E' stata una scena strana, cui ho assistito impotente perché distante. Una pietra piatta, non molto grande, è improvvisamente schizzata dal bordo del sentiero quasi fosse lanciata dalla mano di uno spiritello maligno. Ne ho seguito la rapida traiettoria e l'ho vista rimbalzare, sulla testa dell'imprudente, come sono solite fare le pietre lanciate con abili gesti, dai bimbi, a rimbalzare sulla superficie del mare. E dopo il danno, le beffe, sottoforma di severi rimproveri mossi dal gestore del rifugio all'infortunato, mentre ne medicava la ferita.
Ho anche felici ricordi delle salite alla Foce Siggioli sopra il Solco d'Equi ed al Procinto, quando ancora, per festeggiare, riuscivo saltando a battere i tacchi.
Alla luce della seppur poca esperienza mi domando: che scopo ha la Ferrata della Sacra? dove per salire devi quasi costantemente procedere con la tecnica dell'opposizione, tirandoti al cavo? D'accordo, forse non ho goduto appieno la salita perché, a causa dello scarso allenamento, troppa era la preoccupazione di essere vittima di crampi o stiramenti muscolari, a seguito di eventuali sforzi intensi. E' proprio in questi momenti che ti ritornano vivi i ricordi delle esperienze negative fatte. Quando, per superare un delicato passaggio al Bric Camulà, evidentemente al limite delle mie possibilità, mi sono procurato un piccolo strappo ad un polpaccio ed al mio grido di dolore fece eco la pronta sadica risposta di Carlo Bruzzone, il mio capo cordata: "Ti godi, næh! b...". Tralascio l'epiteto per rispetto del lettore e soprattutto della mia mamma; ma non siate tratti in inganno dal gergo da trivio usato da Carletto, vi posso assicurare che la frase rivoltami era un incitamento ironico ed al contempo affettuoso, come potranno confermare gli amici che bene lo conoscono. Oppure quando, scendendo con gli sci dalla Dormilleuse per un pendio di neve bellissima, nell'attraversare una zona con alcuni alberelli mi sono bruscamente trovato su una superficie ghiacciata che, forse anche a causa degli sci corti utilizzati per la prima volta, mi ha trasformato in un martello pneumatico. Non ebbi il tempo di recepire le pronte e sagge indicazioni di Walter Amisano che mi urlava: "molla, molla!", mentre io invece accentuavo la spigolatura. A cedere il solito polpaccio; un dolore lancinante, ma senza urlo. Nell'ultima parte della discesa, stoicamente portata a termine, sono stato atteso e confortato dai veri amici, mentre qualche compagno di gita, mi rincresce dirlo, invece non seppe nascondere il disappunto per il ritardo da me causato. Lo strappo mi precluse la prosecuzione del Corso; la guarigione e la rieducazione dell'arto richiesero mesi e mesi di cure e massaggi nonché l'impiego della "terza gamba".
Ma torniamo alla nostra ferrata; c'è da rimarcare sia il fatto che la storicità della via indubbiamente non esiste, sia l'"estrema offesa fatta alla montagna", come direbbe qualcuno, per aver inferto migliaia di martellate alla roccia allo scopo di offrire tacche di appoggio, per consentire l'aderenza forzata a chi non calza le scarpette da arrampicata.
Concludendo ritengo che, così come si sta facendo per i rifugi, occorrerebbe che il CAI prendesse in considerazione l'opportunità, come minimo, di cambiare il nome a questo tipo di ferrate: né storiche, né alpinistiche, ma solamente di puro atletismo consumistico!

pagina aggiornata il 21/11/2004
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