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GLI ARTICOLI DEI SOCI

L'alpe campo del tagliaferro
di Piero Bordo


Un emozionante battesimo dell’aria in elicottero, ha concluso una settimana di escursionismo alpino solitario, effettuato nella prima estate del nuovo secolo lungo le pendici meridionali del Monte Rosa, il Gruppo più poderoso della catena alpina e, come affermava Silvio Saglio nella sua guida: “il pilastro di sostegno di tutto il sistema montuoso che cinge l’Italia”.

Sono partito da Stával, nella Valle di Gressoney, che ho raggiunto in auto con i partecipanti ad una gita sociale del Cai Bolzaneto. Ho toccato i rifugi Gabiet, Mantova e Vigevano, sono transitato dal Passo dei Salati e dal Col d’Olen, sono salito sul Monte Tagliaferro ed ho concluso il mio trekking alla baita sociale del Cai di Alagna all’Alpe Campo.

E’ di quest’ultima esperienza che voglio trattare in questo scritto.

Sono stato attirato all’Alpe Campo non solo dallo splendore delle immagini di Gilberto Negri, divulgate dalle cartoline ricevute con i saluti degli amici del Cai di Chiavari, abituali campeggiatori estivi con base a Riva Valdobbia e che, in quest’occasione, mi hanno accompagnato alla stazione ferroviaria di Varallo per agevolarmi il rientro a casa. Non solo dal desiderio di salire il Tagliaferro, montagna da me ammirata in tante occasioni, caratterizzando la sua sagoma acuminata l’orizzonte di molte convalli del Sesia; ma in particolare dalla fama che aleggiava su Gilberto Negri, il gestore della baita sociale del CAI di Alagna. Sapevo che Gilberto era stato per anni il Reggente della Sottosezione di Alagna, altre notizie su di lui le avevo apprese dai Notiziari della Sezione di Varallo, mentre è dalla lettura della Guida del Monte Rosa di Gino Buscaini, effettuata per approfondire la conoscenza dei luoghi che avrei attraversato ed ammirato durante il mio trekking, che ho avuto i primi riscontri del suo passato alpinistico, ricco di tante salite prestigiose e di alcune prime, anche invernali, anche in solitaria.

Di alcune salite me ne ha parlato. In particolare mi ha colpito il piacevole ricordo che ha dell’apertura, nel 1973, della “Via Mirta” sulla parete E-N-E della Punta Parrot, dedicata a sua figlia dal compagno di cordata Lorenzo Zaninetti che, con un escamotage, otteneva di condurre da primo l’ultimo tiro, per avere il diritto di assegnare il nome alla via e compiere così il lodevole gesto.

Ho voluto conoscere questo personaggio, la cui notorietà travalica la Valsesia, questo novello estroso eremita dell’Alpe, com’era dipinto. Sono contento di averlo fatto perché con lui ho trascorso giorni lieti, confortato da identità di interpretazioni sociologiche e comportamentali, instaurando un rapporto aperto e sincero, inevitabile preludio all’amicizia.

L’Alpe Campo

L’Alpe Campo (Z’ Kamp) è situata a quota 1923 su un dosso della costola che, dalla spalla Ovest della Cima Carnera, quotata 2409 m, precipita verso Nord. La costiera si addolcisce e quasi si annulla in corrispondenza dei pascoli del Piono, dove piega verso Ovest innalzandosi un poco in corrispondenza del dosso dell’Alpe Campo per poi precipitare nuovamente poco oltre, verso lo sbocco del Vallone di Mud.

Il corso d’acqua che delimita a Nord la costiera dell’Alpe Campo si chiama Piono Wasser; è formato dai rii che scendono dalla parete Sud del Tagliaferro, dalla parete Ovest del Dosso Grinner e dall’articolata e più vasta parete Nord della Cima Carnera e confluisce nel Torrente Mud. A Sud dell’Alpe Campo scorre il Kamp Grobe, formato dai rii che originano dai contrafforti della spalla Ovest della Cima Carnera.

L’Alpe Campo si trova pertanto in posizione soleggiata al centro di uno stupendo anfiteatro costituito da pareti imponenti, alte più di mille metri, le cui vette distano meno di duemila metri in linea d’aria. Le incombenti moli del Monte Tagliaferro 2964 m, del Dosso Grinner 2761 m e della Cima Carnera 2741 m, si ergono alle spalle dell’Alpe creando un contrasto che aumenta il fascino e l’amenità del luogo, aperto verso valle alla visione panoramica che, partendo dal Corno Bianco termina con l’inconfondibile profilo valsesiano del Monte Rosa, la famosa skyline presa a simbolo del Parco naturale più alto d’Europa.

La baita sociale del Cai di Alagna, resa funzionante nel 1997 dopo otto anni di paziente e duro lavoro di bonifica e di adattamento, è stata costruita nel 1878. Il locale adibito a dormitorio degli escursionisti è a piano terra con a fianco i servizi ed una fonte. Una scala esterna sale sia alla lobbia, il loggiato aggettante che corre lungo la facciata della baita, sia ai locali del primo piano, adibiti a soggiorno, cucina e camerette di Gilberto e Rosetta Oioli, la dinamica signora che ogni tanto, in particolare nei fine settimana, sale all’Alpe per aiutare Gilberto. Appeso all’angolo della casa c’è un prezioso cimelio, una scheggia di storia: la campanella della Capanna Margherita, utilizzata nelle giornate di nebbia per indicare la retta via agli alpinisti, almeno sino a quando il rumore inquinante del compressore del rifugio, l’ha resa praticamente inutile.

La baita è stata arredata con precisione quasi maniacale, per creare, anche se in forma ridotta, un vero e proprio museo Walser. Tanti sono i particolari interessanti veramente degni. L’angolo adibito ad alcova, con capace cassettone sotto il letto; i tavoli e le panche di legno massello; il banco da lavoro da interno, zimmerbänk, corredato dagli indispensabili attrezzi, alcuni dei quali riportanti gli huszaiche, i contrassegni della famiglia Walser cui erano appartenuti.

Dall’altra parte del locale sta il focolare con il paranco a bandiera, fornito della catena di sostegno e della pentola: tutto funzionante. A fianco, da una parte la cassapanca per la legna, dall’altra il torchio per pressare le forme di formaggio allo scopo di togliere il siero.

Appesi alla parete, accanto ad un campanaccio e ad un corno: il glorioso berretto da alpino che Gilberto, ricorda con orgoglio, era solito legarsi sopra il casco con il fil di ferro durante le ascensioni in tempo di naia; la vecchia corda, impolverata, avuta in dono quale “giovane promettente alpinista”, da Carlo Mauri, il Bigio, allora sponsorizzato dalla Snia Viscosa.

Un telaio da ricamo fa bella mostra di sé sul banco da lavoro della signora Rosetta, situato davanti alla cameretta di lei che si presenta ingentilita da deliziose tendine ricamate con alcuni huszaiche. Sulle didattiche pareti del soggiorno sono anche raffigurate teste di pecore, da ambo i lati, con alle orecchie gli schofhuszaiche, i segni di riconoscimento degli ovini appartenenti alle diverse famiglie di Alagna, ottenuti praticando tagli e fori con un criterio, afferma Gilberto, impossibile da contraffare.

Il casolare è circondato da altre baite, alcune più antiche: l’architrave in pietra di una di loro porta incisa la data 1578. Sono la dimora di una famiglia di pastori, nel semestre a cavallo dell’estate, e di tre famiglie di valsesiani, ma solo nei fine settimana.

Alcuni casolari sono adibiti a stalla per le mucche, gli asini ed i cavalli; questi ultimi escono al pascolo durante la notte, per risparmiarsi il tormento delle mosche. Le pecore e le capre invece pernottano allo stazzo del Piano, più in alto.

Gilberto Negri vi risiede da maggio ad ottobre, in base alla presenza della neve ed alle condizioni atmosferiche.

In un piccolo avvallamento soprastante, in corrispondenza della depressione della costiera, Gilberto ha costruito una diga per dare l’opportunità ad un rio, tributario del Kamp Grobe, di formare un laghetto sul quale galleggia l’unica barca della Valsesia, la S. Uberto, cui a volte fa compagnia il canotto dei figli del pastore.

L’Alpe Campo 1923 m, si raggiunge in un ora e 30 minuti circa da Pedemonte, 1246 m, la frazione di Alagna dove ha sede il Museo Walser che merita una visita. Il percorso ricalca un antica mulattiera ed è contrassegnato con il n 9 dalla Commissione Sentieri e Segnaletica della Sezione del Cai di Varallo. Dopo la frazione Ronco, all’altezza del ponte di legno, l’itinerario si stacca da quello che risale il Vallone di Mud, diretto al Colle omonimo ed al rifugio Ferioli. Si salgono nel bosco le erte pendici dell’estrema propaggine della costola più settentrionale che scende dalla Cima Carnera, transitando presso le baite di Wittwosma: un nome esotico, significa “zolla di terra lontana”. Si entra nella valletta percorsa dal Rio Campo, Kamp Grobe, per risalirla attraversando sia il corso d’acqua principale, sia suoi tributari, fuoriuscendo dalla vegetazione prima arborea e poi arbustiva in corrispondenza del bivio per l’Alpe Sattal, il cui sentiero s’inoltra a destra tra gli ontani, ed ai pascoli che precedono l’Alpe Campo.

Nota

Utile la disponibilità della Guida degli Itinerari escursionistici della Valsesia – Volume 1° - edita nel 1985 dalla Sezione dei Cai di Varallo e dalla Comunità Montana Valsesia. Testi di L. Fizzotti. Con allegata carta al 25.000 realizzata dal Cai Varallo e dall’I.G. De Agostini di Novara. Guida che ci si augura sia aggiornata e ristampata.

Il Monte Tagliaferro

“La cresta alpina che delimita il perimetro comunale di Alagna Valsesia, ha il suo gioiello nel grandioso massiccio del Monte Rosa. Due punte, come guardie del corpo, gli stanno ai fianchi: il Corno Bianco m 3320 e il Monte Tagliaferro m 2964”. Così Lorenzo Fizzotti presenta le sue amate montagne nella Guida degli Itinerari escursionistici della Valsesia.

Le ripide pareti e le articolate creste del Tagliaferro sono state per anni la palestra di allenamento di Gilberto Negri, quando ancora non sapeva che proprio quella montagna tanto amata, per una caso fortunato, dall’ultimo decennio del secolo scorso sarebbe diventata l’ambiente di vita preferito.

Sul Tagliaferro Gilberto ha salito in 1^ invernale, nel 1959, la cresta NNW (chiamata anche cresta Nord), unanimemente riconosciuta come una delle più classiche ascensioni delle montagne Valsesiane ed ha aperto, nel 1964, la “via diretta” della parete Nord.

L’ascesa al Monte Tagliaferro dall’Alpe Campo 1923 m, si può suddividere in tre parti: Alpe Campo-Bocchetta della Moanda 2422 m, difficoltà E; Moanda-Colle del Gatto 2730 m (toponimo a parer mio improprio), difficoltà EE delicato; C. del Gatto-vetta, difficoltà E.

L’escursione alla Bocchetta della Moanda necessita di circa un ora e mezzo di cammino. Costeggiato il laghetto dell’Alpe Campo, si guada un rio che scende dalla Cima Carnera, quindi si attraversa un vasto pianoro ricco di mirtilli che rappresenteranno una dolce ricompensa al ritorno. Seguono altri tre guadi del Piono Wasser, il rio che scende dal Tagliaferro. Quindi si risale tra gli ontani il pendio in sponda sinistra, fuoriuscendo dalla vegetazione in prossimità dell’unico larice della valletta e arrivando poco dopo ad una fontanella bassa nel terreno (1 ora circa). La salita quindi si addolcisce per un breve tratto, poi si drizza nuovamente per superare con alcuni tornanti il dosso che precede le rocce della cresta della Cima Carnera aggirando le quali il sentiero scende in breve alla Bocchetta della Moanda (30’). Segnavia n 9.

La delicata traversata in diagonale ascendente dei ripidi pendii erbosi, con affioramenti di rocce scivolose, della parete Ovest del Dosso Grinner, rappresenta la parte più insidiosa della salita al Tagliaferro. Comporta circa un ora e mezzo di impegno psicofisico con difficoltà riconducibili all’Escursionista esperto. Due passaggi impegnativi, tanti delicati, moltissimi faticosi soprattutto per l’alzata del passo: sono gli appunti che ho preso in vetta. Ad onor del vero durante la discesa di passaggi impegnativi ne ho riscontrato solo uno e precisamente quello costituito da una roccia la cui paretina verticale interrompe il sentiero offrendo un buon appoggio in corrispondenza di uno sbalzo, ma appigli solo … erbosi. E’ questo a parer mio il vero Passo del Gatto perché il suo superamento richiede molta agilità, elasticità e rapidità di reazioni all’imprevisto. Coloro che come il sottoscritto, continuando ad amare l’escursionismo alpino solitario, sono obbligati a portare nello zaino anche il peso di molte “primavere” e l’agilità possono solo dimostrarla con fotografie, si augurerebbero che in sito fosse posto magari un anellone, per agevolare loro almeno la discesa: un paio di cordini e moschettoni si portano sempre nello zaino! A buon intenditor… (Cai Borgomanero?).

La terza parte è costituita dalla salita della dorsale Sud-Est del Tagliaferro, su sentiero e tracce per erte praterie e sfasciumi di roccia con tratti faticosi: un dislivello di 234 metri che necessita di circa tre quarti d’ora di cammino.

Complessivamente quindi 3 ore e 15 minuti di salita, per l’escursionista attento all’ambiente e non collezionista di record.

Condizioni atmosferiche avverse, aumentano le difficoltà. Particolarmente da temere l’aria umida che bagna il terreno, soprattutto in discesa sulle sdrucciolevoli rocce inclinate verso il basso, che interrompono il sentiero nell’attraversamento del Dosso Grinner: transitare a fianco sull’erba bagnata sarebbe peggio, data l’acclività del pendio che precipita verso il Piono Wasser.

In vetta al Tagliaferro ho avuto un fuggevole incontro con un topino: questo minuto abitatore dell’alpe, questo grazioso piccolo roditore dallo splendido manto grigioperla con sfumature violacee e macchioline rosa, che suscita tenerezza. Ma quale rospo (1), è il topolino il vero padrone del Tagliaferro. Abita proprio in vetta dove si muove con agilità nei percorsi sotterranei da lui predisposti per spostarsi rapidamente da sotto un masso all’altro. Il mio è stato un incontro ravvicinato del tipo piacevole, perché lui è bello, ha un aspetto pulito, suscita simpatia e viene voglia di accarezzare il suo pelo vellutato che dev’essere morbido come un peluche. Se salite al Tagliaferro, lasciate in vetta qualche briciola, per lui e per le sue prede.

Nota

1 – Il Monte Tagliaferro è depositario di un’antica leggenda che narra di mutevoli inflessibili rospi, posti a guardia di un immenso tesoro romano. Con altre sei leggende valsesiane, è stata raccolta in un pregevole CD audio a cura del Parco Naturale Alta Valsesia.

pagina aggiornata il 21/11/2004
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