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GLI ARTICOLI DEI SOCI

Uomo selvatico
di Annibale Salsa


L’interesse per l’Uomo Selvatico accomuna studiosi ed appassionati di montagna per il fascino che evoca in una società come la nostra sempre più artificiosa e virtuale. L’osservazione diretta del mondo alpino non consente più, infatti, di ritrovare facilmente tracce visibili di quella “presenza/assenza” che in passato ha contribuito ad alimentare l’immaginario popolare della gente di montagna. Ma residue testimonianze di storie orali e ricerche mirate di carattere antropologico come quelle di Massimo Centini possono risvegliare l’interesse per un fenomeno così lontano dalla mentalità dell’uomo contemporaneo. Rappresentazioni iconografiche dell’uomo selvatico se ne trovano ancora qua e là tra le montagne, ma certamente la meglio conservata e più nota è quella di Sacco in Val Gerola (provincia di Sondrio). Si tratta di un affresco del 1464 all’interno del quale, accanto alla figura coperta di peli e che impugna un bastone, compare la scritta <<E sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura>>. Anche nello stemma di una delle tre leghe che hanno costituito il Cantone dei Grigioni (Svizzera) compare una figura di questo tipo. Nell’arco alpino da ovest ad est la tradizione popolare gelosamente custodita dalle residue sacche dialettali tramanda racconti e leggende popolate da queste figure a metà strada tra umanità ed animalità non addomesticata. Le espressioni più ricorrenti che vengono attribuite all’Uomo Selvatico riguardano riferimenti metereologici e climatici legati alla proverbiale paura de ”l’aria”(il vento) da parte del Selvatico. Essa è racchiusa in espressioni fino a qualche tempo fa reperibili nel patrimonio orale dei nostri contadini liguri e piemontesi e che suonava così (pur con diverse varianti locali come la seguente da me registrata direttamente nel savonese):<<Quande u cioeuve u cioeuve, ma quande u fa ventu u fa gramu tempu>>. L’Uomo Selvatico rappresenta, infatti, una sorta di “bastian contrario” per il fatto che è di buon umore durante le precipitazioni e di cattivo umore in presenza di cielo sereno. Ecco la spiegazione: nelle giornate uggiose vive l’attesa del ritorno del bello, in quelle serene avverte il senso della precarietà e dell’effimero. La paura del vento si lega strettamente ad un immaginario contadino in cui il vento arreca danni all’agricoltura ed innervosisce gli animali domestici. Ma la selvatichezza del nostro uomo è anche simbolo di genuinità e di autenticità di fronte alla malvagità della società umana. Un’opposizione che ripropone con semplicità la dicotomia rousseauiana tra bontà della natura e corruzione della società, tra Homo Natura e Homo Cultura. Il Selvatico, timido e pauroso, materializza simbolicamente, come si vede, la soglia critica tra selvaticità e domesticità, una presenza “liminare” che costituisce quasi una frontiera ecologica. Se non viene disturbato e deriso il Selvatico non disdegna di rendere partecipi gli uomini di alcuni segreti di cui egli è custode come, ad esempio, le tecniche di cagliatura del latte per la produzione dei formaggi. O anche di prestare servizio di custodia delle greggi e mandrie nei prati o pascoli. Ma la sua dimora di elezione rimane sempre e comunque il bosco di cui conosce tutti i segreti protettivi e terapeutici. Le testimonianze della presenza dell’Uomo Selvatico lo segnalano un po’ in tutto il mondo ma in particolare nelle zone di montagna. In Italia la tradizione lo registra prevalentemente sull’arco alpino e sull’appennino settentrionale. Troviamo così le diverse espressioni dialettali di Ommu Sarvegu in Liguria, di Sarvanot nel Cuneese, di Homme Sarvadzo in Valle d’Aosta, di Wild-man nelle valli di lingua tedesca, di Omeon in alta Valtellina, di Bilmon tra i Mocheni del Trentino, di Fanes in val Badia, di Salvanel nelle valli ladine dolomitiche, di Om di Bosch nell’Appennino emiliano solo per citare i più rappresentativi. Ma che cosa sarà mai lo Yeti tanto caro e ricercato da Rheinold Messner se non l’Uomo Selvatico himalayano? La cultura della montagna era anche questo: una sfida simbolica verso la società de-simbolizzata. L’importante è saperla ancora interrogare attraverso una frequentazione consapevole.

pagina aggiornata il 21/11/2004
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