
|
|
|
 |
La Scuola di Montagna
"Franco Piana"
Lezioni Teoriche
|
I valori del Club Alpino Italiano
di Piero Bordo
Gli ideali di un’associazione sono il complesso delle qualità e delle capacità morali, intellettuali e comportamentali che essa persegue. Quando tali finalità sono raggiunte e la società civile le riconosce come positive, esse costituiscono i valori dell’associazione.
Gli scopi del CAI sono enunciati nel suo ordinamento. Particolarmente importanti sono il primo articolo dello Statuto e il primo articolo del Regolamento generale.
L’Articolo 1 - Costituzione e finalità dello Statuto recita: Il Club alpino italiano (C.A.I.), fondato in Torino nell'anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l'alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.
Consiglio vivamente ai titolati del CAI di impararlo a memoria.
L’articolo 1 del Regolamento Generale del CAI, Finalità, enuncia gli scopi del club.
a) L’alpinismo … omissis … b) Promuovere la formazione etico - culturale e l’educazione alla solidarietà, alla sicurezza, alla conoscenza e al rispetto dell’ambiente, specialmente dei giovani, mediante sia la realizzazione e la gestione di strutture operative destinate alla ricerca e alla didattica, sia lo svolgimento di corsi tecnici, eccetera. c) Formazione degli operatori (Accompagnatori, Esperti, Istruttori e altri). d) Costruire e mantenere in efficienza strutture ricettive e sentieri per facilitare la diffusione della frequentazione della montagna e delle escursioni.
Sul concetto di “libera associazione” e sullo scopo di promuovere “l’alpinismo in ogni sua manifestazione” mi sono già soffermato, trattando dell’identità del CAI, sullo scorso numero dell’annuario, cui rimando (1). Voglio solo aggiungere una considerazione: una decisione libera non è una scelta ovvia, e un pensiero di Günther von Saar: «Chi si dà all’alpinismo con i soli muscoli si ritrarrà da esso dopo pochi anni, sazio di azioni puramente sportive; chi è alpinista con il cervello e con il cuore saprà trovarvi valori durante la vita, tanto da giovane, quanto da vecchio» (2).
In quest’articolo espongo alcune riflessioni relative solo alle altre parole chiave sottolineate, quindi non a tutti gli scopi enunciati.
Nota
Gli austriaci Günther Freiherr von Saar (1878-1918) e Viktor Wolf von Glanvell (1871-1905) il 17 settembre 1902 hanno scalato per primi il Campanile di Val Montanaia, oggi simbolo del Parco delle Dolomiti Friulane, a quei tempi definito melodrammaticamente “la pietrificazione dell’urlo di un dannato”. Von Saar nella sua attività alpinistica compì oltre cinquecento ascensioni in tutte le Alpi.
La Conoscenza
Mentre per lo studio delle montagne è ovvio rivolgersi a percorsi didattici tradizionali, il «conoscere una realtà complessa com’è la montagna (complessa più di altre conoscenze) è il risultato di un'esperienza umana completa, concreta e viva, un dato esistenziale, quindi un fatto culturale»; pensiero di Lorenzo Revojera (3).
La vera “Conoscenza della montagna” non deve essere superficiale, fermarsi all’apparenza, deve «penetrare nella realtà indagata fino a coglierne la bellezza e la forza intima» (4). Occorre pertanto che sia impregnata di amore e implichi forti coinvolgimenti morali, che concernono le forme e i modi della vita, sia individuale sia della società, che si devono approfondire grazie al dono dell’intelletto che ci consente di indagare in profondità (intus legere). Occorre averla vissuta, la montagna, per dire di conoscerla perché la conoscenza non deve fermarsi all’acquisizione dei dati, alla nozionistica; è vera conoscenza solo se c’è dato di capire e chi ama capisce di più. Occorre saper osservare e non solo vedere, non solo guardare.
Per esemplificare i vari aspetti della conoscenza relativamente ad un fatto, come suggerisce Revojera: «Pensate al mutare delle condizioni atmosferiche e alla grande differenza dei conseguenti riflessi del cambiamento del mondo alpino: sul comportamento del contadino, del pastore, dell'alpigiano... dell'alpinista» (3).

disegno di Libico Maraja.
La conoscenza e la frequentazione intelligente della montagna ci consentono di farne una scuola di vita perché la conoscenza permette di sviluppare la forza della ragione.
«La montagna va osservata e studiata, per cercare degli ostacoli alla propria altezza, per provare a superarli e riuscire a capire cosa siamo capaci di fare. Un luogo dove ci si possa misurare affrontando difficoltà con lo scopo di costruire la propria personalità» sostengono Arturo e Oreste Squinobal. La Conoscenza è quindi un valore centrale del nostro "sapere montano", compenetrato di esperienza vissuta sul campo con sensibilità culturale. Un valore che è tanto più importante quanto più unisce intelletto e amore, perché la conoscenza ci insegna ad essere liberi e da essa deriva l’amore vero.
«Conoscere è il primo e indispensabile passo di un cammino di amore» Card. Dionigi Tettamanzi. Diceva il saggio: “Trova il tempo per leggere è il fondamento della saggezza, trova il tempo per pensare è la fonte del potere”. Il “Cogito ergo sum” di Cartesio, mi stimola a riferire un moderno, forse irriverente pensiero sociologico: “Non penso, dunque digito”.
La sapienza è il più alto grado di conoscenza delle cose, a cui si dà sapore, gusto, come suggerisce l’etimologia della parola. Il sapere vasto e profondo unito a doti morali e spirituali, si ottiene sì mediante lo studio e l’esperienza, ma soprattutto con la riflessione. La sapienza è la lettura profonda ma anche umile delle conoscenze. «Il vero sapiente è colui che ha la coscienza del suo limite e dell’immensa complessità del reale. Egli è sempre pronto alla sorpresa, all’autocritica, alla verifica, al rispetto, alla scoperta» (5).
Alla domanda “La psicanalisi salverà il mondo?” è stato risposto dal solito saggio “No! Forse potrà farlo la conoscenza. La psicanalisi può fare la sua parte, ma non di più”.
Io pure credo che la conoscenza sia la salvezza del mondo e che la curiosità, il sapersi entusiasmare, pur essendo peculiari dell’adolescenza, siano caratteristiche che è consigliabile salvaguardare e mantenere anche nell’età adulta.
«Niente è più esaltante di cercare di capire. Allora ci si rende conto che la vita è grandiosa e bellissima, che non sempre la stupidità e l’ottusità trionfano» Carl Gustav Jung.
Concludendo, mi sento di affermare anch’io che la saggezza è figlia della conoscenza e dell’esperienza.
La Formazione etico - culturale
Ethos è l’insieme di norme e modelli di comportamento all’interno dell’associazione, scelti, condivisi e praticati. «Cultura è il modo in cui si intende la vita, la convivenza sociale, il lavoro, la famiglia, la produzione dei beni e la loro distribuzione, il modo di concepire la propria morte!» Don Claudio Hummes. Per cultura deve quindi intendersi sia il bagaglio di conoscenze, sia il rapporto che si ha con la natura, con l’umanità e con il divino.
La formazione ideale presuppone che gli educatori siano persone competenti.
“La competenza è ciò che in un contesto dato, si deve saper fare (abilità), sulla base di un sapere (conoscenze), attraverso atteggiamenti che suppongono la capacità di apprendere autonomamente nella misura in cui gli uni e l’altra sono riconducibili ad elementi verificabili. Di conseguenza una competenza, sia settoriale, sia trasversale (o generale), è definibile come un sistema integrato di obiettivi conseguiti, verificabili e certificabili e rappresenta ciò che si è raggiunto di quell’insieme di obiettivi correlati”.
Ricorda Emmanuel Lévinas che l’etica è la visione di ogni altro come un essere prezioso, unico perché depositario di un valore infinito.
La Solidarietà
Il CAI è un sodalizio per cui in cima a tutti i suoi valori deve esserci la solidarietà. Solidarietà significa: vicendevole aiuto materiale e morale; fratellanza. Siamo tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri: sono i deboli. Fare il bene è un atto di volontà e ricordatevi che è bene dare quando ci chiedono, ma è meglio capire quando, pur avendone bisogno, ci chiedono nulla e… dare. Esercitiamoci ad essere più attenti alle necessità di chi ci sta vicino, senza aspettare la sua richiesta di aiuto.
Sodale è sinonimo di compagno e di amico e significa: condivisione di ideali, propositi, responsabilità. È un valore vincolo accettato con l’iscrizione al club.
«… Poi la mano cerca delle altre mani che lo aiutino, una comunità di mani che lo aiutino: così il sogno diventa il sogno non di un solo uomo, ma il sogno di una comunità. Non soltanto il mio sogno, ma il nostro sogno. Non soltanto il mio mondo, ma il tuo mondo e il mio mondo, che appartiene a tutte le mani che ci lavorano» Langston James Hughes.
La Sicurezza
La sicurezza parte dalla coscienza delle proprie forze, passa per la nostra passione mitigata dalla prudenza e per l’accettazione della disciplina. Insegnare la disciplina è l’arte di educare al vivere sociale, dando delle regole di cui si esige il rispetto. È il valore di ogni comunità e comporta: la condivisione delle regole; l’accettazione delle regole condivise; il rispetto delle regole accettate. La sicurezza non può derogare alla disciplina. La disciplina consente la forma più alta di libertà, perché ricorrendo ai nostri valori, ci consente di scegliere, sempre, il comportamento più adeguato alle circostanze, senza farci dominare dall’istinto e, conseguentemente, indurci ad agire in modo irrazionale. Anche papa Benedetto XVI ci ricorda che: «Senza regole non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno nel futuro».
L’esperienza è la somma degli errori. Sbagliare non significa avere fallito, significa averci provato. Un’ottima prevenzione si fa tenendo conto anche degli errori degli altri, ma servono le esperienze degli altri solo se gli altri le sanno comunicare. In modo particolare servono le nostre esperienze, perché è così che si cresce. Infatti, la mancanza di esperienza costituisce un fattore negativo perché porta a non riconoscere e quindi ad ignorare i segnali di pericolo che le leggi della Natura e i limiti umani ci inviano.
Il rispetto della vita e di certi limiti morali sono valori che attraversano tutta la storia dell'alpinismo e concorrono in modo importante a renderlo una delle più nobili attività dell'uomo a contatto con la Natura. Il rispetto della vita è il valore dell’uomo alpinista, leale e onesto.

L'accompagnatore-Istruttore del CAI
Disegno di Elisa Bruzzo
La Socializzazione
La socializzazione è il processo di trasmissione delle norme, dei valori, dei modelli di comportamento per entrare a far parte della collettività sociale. Come rilevavo prima, in cima a tutti i valori del CAI devono esserci l'amore e la solidarietà. Vari sono gli aspetti e le dimensioni in cui il sentimento dell’amore umano si esprime, quelli che a noi interessano richiamano la dolcezza, la tenerezza, la solidarietà, l’esigenza del maestro, la misericordia, il sacrificio.
L’amore è il senso della vita, il primo senso, il principale. Il primo sentimento d’amore che l’uomo prova è la riconoscenza per la vita ricevuta, da cui deriva un dovere: il debito etico di generare perché l’amore comunica spiritualmente la vita. Per apprezzare appieno la vita abbiamo bisogno di sentirci amati anche se solo nella dimensione dell’apprezzamento.
La procreazione ci consente di comunicare e trasferire l’amore, ma si può trasmettere amore anche con l’educazione permanente del giovane prima e dell’adulto poi, ricavandone il piacere di dare e di ricevere amore. Comportandoci con gioia e comprensione, con gesti sostanziati dal coinvolgimento dell’intelligenza, della volontà e del cuore, inteso come sede consapevole dei sentimenti.
«Come acque profonde sono i consigli del cuore umano, l’uomo accorto le sa attingere». Salomone, Proverbi 20.5. “Date ascolto al consiglio di chi molto sa, ma soprattutto date ascolto al consiglio di chi molto vi ama” Anonimo. Sant’Agostino, citato dal cardinale Tonini, diceva: «Sceglietevi qualcosa da amare, il resto verrà…».
«V’è nel sentimento dell’amore qualcosa di singolare, capace di risolvere tutte le contraddizioni dell’esistenza e di dare all’uomo quel bene completo, la cui ricerca costituisce la vita» dice Lev Tolstoj.
L’amore è un sentimento che non può essere imposto, ma altresì è un moto dell’animo di cui nessuno può privarcene.
Gli affetti più sacri sono quelli famigliari che si ritrovano anche nella comunità quando questa è assimilabile a una grande famiglia. La famiglia è il luogo per eccellenza in cui il legame naturale è basato sulla responsabilità reciproca, dove il principio fondamentale è la solidarietà e dove si esercita il più importante diritto-dovere di educare.
Un aspetto dell’amore è l'Amicizia (sincera) essendo la dimensione in cui si manifesta l’amore tra amici. Il vero amico non ha pretese, nulla ritiene gli sia dovuto, ma tutto accoglie come dono, l’espressione a lui più familiare è “grazie”. L’amico è aperto all’ascolto profondo dell’altro ed è disponibile a lasciarsi da lui cambiare. Per qualcuno l'amicizia, dimensione in cui si manifesta l’amore – ripeto – al di fuori dell’ambiente famigliare, è il valore supremo che ingloba tutti gli altri. Inoltre non va dimenticato che la stessa verità è tributaria dell'amicizia.
Diceva il saggio: “Trova il tempo per amare è il privilegio degli dei, trova il tempo per l’amicizia è la strada della felicità, trova il tempo per gli altri è troppo breve la giornata per essere egoista”. Principio: se dai, dimentica, se ricevi, ricordatene.
«L’amicizia è un riflesso dell’amore che viene da Dio» ci ricorda, per concludere, Armando Aste.

Cartolina ed annullo celebrativi, dedicati ad Armando Aste, realizzati dal Circolo Filatelico Roveretano per la serie ‘Saccardi illustri’, con la collaborazione del Comune e della Cassa Rurale di Rovereto – TN.
Note
1 – L’articolo “Identità del CAI” è consultabile anche sul nostro sito essendo una lezione teorica della Scuola di montagna “Franco Piana”.
2 – Tratto da “Parlano i monti” a cura di Antonio Berti, pagina 2.
3 – Lorenzo Revojera “Valori umani dell’alpinismo” in Giovane Montagna, rivista di vita alpina n 7-9 1999.
4 – Gianfranco Ravasi, “Mattutino” Ed. Piemme Casale Monferrato 1993, pag. 245
5 – G. Ravasi, Ibidem, pag. 318
|
|